Lo Zar (Einaudi 2026) di Stefano Massini è un monologo implacabile che attraversa mezzo secolo di storia russa, seguendo l’ascesa di Vladimir Putin. Dall’infanzia affamata a Leningrado fino al giorno della presa del potere come presidente della Federazione Russa. Massini compone una sorta di autobiografia immaginaria. Nulla di nuovo: mostra come eventi traumatici, umiliazioni infantili, una feroce autodisciplina, la fascinazione per i servizi segreti e l’ossessione per il controllo abbiano formato un individuo capace di agire secondo logiche di forza, strategia, manipolazione e spietatezza. La scrittura è tesa e scandita. Nella voce che Massini costruisce per il suo protagonista, l’infanzia a Leningrado è segnata dalla sopravvivenza. Il narratore racconta di essersi sempre sentito, da bambino, più un candidato alla vita che un vivente a pieno titolo. Era il più magro e il più agile del gruppo. L’unico a passare tra le inferriate quando c’era da scappare.
Un episodio preciso, legato alla morte di un vecchio per strada, diventa nella ricostruzione di Massini il punto d’origine di tutto. È da quel momento che il bambino comincia davvero a sentirsi vivo. Nel giro di due anni, in quello stesso clima di violenza infantile, il ragazzo diventa abilissimo nelle risse di quartiere. Il percorso verso i servizi segreti passa per una scelta di studi precisa: l’iscrizione alla facoltà di Legge e la decisione di imparare il tedesco, portata avanti con una disciplina quasi ossessiva. Nell’autunno del 1985, a trentadue anni, il protagonista è assegnato alla Germania Est, con sede a Dresda. Lì che diventa una spia, interrogandosi se l’obiettivo che si era posto fosse stato davvero raggiunto. Il ritorno a Leningrado dopo gli anni tedeschi restituisce, nel racconto di Massini, una città irriconoscibile anche agli occhi di chi vi era cresciuto.
Tornato in città, intorno a lui, racconta il testo, la miseria si accompagna alla diffusione dell’alcolismo. Il protagonista si descrive come uno dei pochi a opporsi al nuovo corso politico. Massini fa emergere anche una riflessione economica sulla Russia degli anni Novanta: enormi patrimoni della finanza, racconta il testo, si concentrano nelle mani di pochissimi, con interessi che il protagonista definisce illimitati. È in questo contesto che matura, nella voce che Massini gli attribuisce, la convinzione che la paura sia uno strumento di controllo delle masse ancora più efficace della fame stessa, mentre il rublo si svaluta. Il monologo si chiude con l’ascesa politica del protagonista. Senza nemmeno fare vera campagna elettorale, a soli quarantotto anni stravince le presidenziali. È il primo capo di Stato della storia russa eletto direttamente dal popolo. L’apertura di quello che il testo chiama il nuovo secolo della Russia.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
