Hayek ci aveva avvisati: la pianificazione centrale porta alla schiavitù

Friedrich von Hayek nasce a Vienna l’8 maggio 1899, in una famiglia dell’alta borghesia intellettuale asburgica. Studia legge ed economia nell’università dove ancora si respira l’eredità di Carl Menger, il fondatore della scuola austriaca. E trova in Ludwig von Mises il maestro che lo introduce al problema del calcolo economico sotto il socialismo. Combatte nella Grande Guerra sul fronte italiano, poi rientra a Vienna a ricostruire una carriera accademica. Nel 1931 Lionel Robbins lo chiama alla LSE, dove Hayek diventa il principale antagonista intellettuale di John Maynard Keynes. È lì che nel 1944 pubblica il libro che lo renderà famoso ben oltre i circoli accademici. La via della schiavitù nasce da un’osservazione che ai suoi contemporanei pareva eccentrica. La pianificazione centralizzata dell’economia, qualunque sia la bandiera sotto cui viene proposta, tende a produrre lo stesso esito politico. Il libro è dedicato “ai socialisti di tutti i partiti”.

Non è un dettaglio. Hayek non sta scrivendo un pamphlet contro il nazismo, già sconfitto sul piano militare; né contro il comunismo sovietico. Sta scrivendo contro l’entusiasmo pianificatore che attraversava trasversalmente la Gran Bretagna del Dopoguerra – laburisti e conservatori inclusi – convinti che la stessa logica organizzativa che aveva vinto la guerra potesse ricostruire la pace. È un avvertimento rivolto agli amici della libertà – non ai suoi nemici dichiarati. L’argomento centrale si costruisce come una sequenza di passaggi, ciascuno dei quali rende necessario il successivo. Pianificare l’intera economia significa decidere cosa si produce e chi riceve cosa, in un sistema in cui milioni di persone prendono ogni giorno decisioni diverse e spesso incompatibili tra loro. Qualcuno deve avere il potere di scavalcare tutte quelle decisioni individuali per farle convergere su un unico piano. Qui Hayek innesta dunque l’argomento che svilupperà in L’uso della conoscenza nella società.

Nessun comitato, per quanto competente, può possedere l’informazione dispersa, locale e tacita che il sistema dei prezzi coordina automaticamente. Tuttavia, il pianificatore non ha solo un problema di potere. Ha, prima ancora, un problema di conoscenza che nessuna quantità di dati può risolvere. Le decisioni richieste da un piano economico sono troppo numerose e troppo tecniche per il dibattito parlamentare ordinario. Il potere scivola quindi verso gruppi più piccoli capaci di agire senza mediazione: comitati di esperti, agenzie regolatorie, poteri d’emergenza. La legittimità democratica smette di essere una garanzia e comincia a essere percepita come un ostacolo all’efficienza. Non serve immaginare scenari remoti per riconoscere il meccanismo. Banche centrali sempre più indipendenti dal controllo elettorale, agenzie sovranazionali che scrivono regole tecniche sottratte al voto, governi che amministrano per decreto in nome dell’emergenza sanitaria o climatica.

Secondo Hayek, un sistema di regole fisse, conosciute in anticipo e uguali per tutti, viene sostituito da decisioni caso per caso, perché un piano ha bisogno di flessibilità, non di prevedibilità. Hayek svilupperà questa distinzione decenni dopo in Legge, legislazione e libertà, opponendo il nomos, la regola generale che non sa a chi si applicherà, alla thesis, il comando specifico rivolto a un caso particolare. Nel momento in cui le regole diventano regolabili a seconda delle circostanze, smettono di essere regole e diventano strumenti nelle mani di chi le amministra. Le misure temporanee che sopravvivono all’emergenza che le ha giustificate, i provvedimenti retroattivi, le deroghe concesse per decreto: sono tutte varianti dello stesso fenomeno, la trasformazione del diritto in amministrazione discrezionale. Se il piano deve funzionare, il dissenso smette di essere un’opinione da sottoporre al voto e diventa un problema da gestire.

L’opposizione politica legittima si trasforma in sabotaggio del progetto comune. E il linguaggio pubblico si adatta di conseguenza: nemici del progresso, negazionisti, chi antepone l’interesse egoistico al bene collettivo. Hayek osservava questo scivolamento retorico già negli anni Quaranta. Non serve scomodare regimi lontani per riconoscerlo. Ogni volta che un disaccordo politico viene ridescritto come un problema morale o psicologico di chi dissente, invece che come una posizione da confutare nel merito, il meccanismo che Hayek descriveva torna a funzionare, indipendentemente da quale parte politica lo attivi. Secondo l’economista, inoltre, un sistema che deve far rispettare un piano su larga scala ha bisogno di persone disposte a farlo senza esitazioni e la disponibilità a essere spietati diventa un vantaggio competitivo per la carriera. Nel tempo il sistema non si limita ad attrarre i peggiori: comincia a produrli, formando funzionari sempre più abituati a imporre senza colpa e a obbedire senza domande.

L’economia, per Hayek, non è un settore separabile dal resto della vita. Tocca il lavoro, la casa, la parola pubblica, l’istruzione dei figli, l’accesso alle cure. Controllare l’economia significa quindi, prima o poi, controllare l’intera esistenza di una persona. Perché ogni scelta privata ha una dimensione economica e quella dimensione appartiene, in un sistema pianificato, al piano. Non resta una sfera privata davvero indipendente. È qui che il libro trova il suo titolo: la schiavitù non arriva mai annunciata come tale, arriva come la logica conseguenza di aver ceduto il controllo delle proprie decisioni economiche a chi promette di amministrarle meglio. L’intuizione più originale di Hayek non è che il governo abbia sempre torto: è che la logica della pianificazione si autoalimenta. Nessuno pianifica la propria strada verso la schiavitù come un progetto deliberato. Ci si scivola. Una misura d’emergenza ragionevole alla volta. Finché lo scivolamento è sistema di governo.

Nel 1945, Karl Popper pubblica La società aperta e i suoi nemici e la coincidenza non è casuale. Entrambi emigrati dall’Europa centrale, entrambi testimoni del collasso delle istituzioni liberali negli anni Trenta, arrivano a una diagnosi affine da percorsi diversi: la pretesa di ricostruire la società intera secondo un disegno razionale unico, quello che Popper chiama ingegneria sociale olistica, è incompatibile con una società aperta, capace di correggere i propri errori pezzo per pezzo invece di imporre un modello totale dall’alto. Hayek arriva alla stessa conclusione attraverso la teoria dell’ordine spontaneo. I sistemi sociali complessi, come il linguaggio, il diritto consuetudinario o il mercato, funzionano meglio quando emergono dall’interazione decentrata di molti individui piuttosto che dalla progettazione di un’unica mente, per quanto brillante. Questa distinzione, che Hayek chiamerà più tardi cosmos vs. taxis, ordine spontaneo vs. organizzazione deliberata, è il nucleo della sua idea di libertà.

La libertà, per Hayek, non è la capacità di ottenere ciò che si desidera. Ma l’assenza di coercizione arbitraria da parte di altri uomini. È una definizione volutamente minima … Quasi deludente per chi si aspetta promesse più ampie. Ma è proprio tale modestia a renderla difendibile. Perché uno Stato che promette di liberare i cittadini dal bisogno, dall’incertezza o dalla disuguaglianza si arroga il diritto di decidere cosa sia il bisogno legittimo. E in quella decisione si annida di nuovo il potere discrezionale. Riletto oggi, The Road to Serfdom sembra parlare ai dibattiti in corso più che a quelli del suo tempo. L’indipendenza delle banche centrali dal controllo elettorale, il potere normativo delle agenzie sovranazionali, i poteri d’emergenza durante la pandemia, i piani di transizione climatica che ridisegnano settori produttivi per decreto, i sistemi di valutazione reputazionale che condizionano l’accesso al credito: tutti terreni in cui Hayek torna utile.

Fortunatamente, la previsione più cupa, quella di uno scivolamento quasi automatico dalla pianificazione parziale al totalitarismo, non si è avverata nelle socialdemocrazie europee del dopoguerra. La Svezia, il Regno Unito del welfare state, la Germania della codeterminazione hanno pianificato ampi settori dell’economia per ottant’anni senza collassare nella servitù che Hayek temeva. I critici hanno anche osservato che il mercato stesso non è un fenomeno spontaneo. Va anche detto che lo stesso Hayek non era l’assolutista antistatale spesso evocato. Ne La costituzione della libertà accetta il reddito minimo garantito dallo Stato e alcune forme di regolazione, purché applicate attraverso regole generali e non interventi discrezionali specifici. Il vero confine, per lui, non passava tra Stato e mercato, ma tra regola e comando. Tra un potere vincolato da leggi conosciute in anticipo e un potere che si riserva la facoltà di decidere caso per caso.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

Rispondi

Scopri di più da ★ Blackstar

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere