Sono passati venticinque anni dal 22 luglio 2001, quando Indro Montanelli morì a Milano, a 92 anni. Nato a Fucecchio, il 22 aprile 1909, ad un quarto di secolo dalla scomparsa resta il decano del giornalismo italiano del Novecento. Cronista di razza, inviato d’assalto, scrittore prolifico … Ancora un caso unico nel giornalismo italiano. Una firma che continua a mancare nel dibattito pubblico, specialmente quando il livello culturale di quel dibattito si è visibilmente abbassato. E pure una figura che porta ancora addosso, senza sconti, le contraddizioni del lungo secolo che ha attraversato. A Fucecchio, la presidente della Fondazione Montanelli Bassi Letizia Moizzi, nipote di Indro – ricevuta anche in Senato per le commemorazioni coordinate dal Presidente Ignazio La Russa –, insieme alla sindaca Emma Donnini, ha deposto per l’occasione un mazzo di fiori accanto all’urna che ne custodisce le ceneri nel cimitero comunale.
La Fondazione parla di un gesto semplice, ma ricco di significato. In stile sobrio che, spiega, sarebbe certamente piaciuto al Maestro. Il 23 luglio, giorno seguente, il ricordo è proseguito in forma più conviviale, con una serata al Caffè del Poggio dedicata ai momenti meno noti della sua vita. Qui hanno partecipato Nanni Delbecchi – autore de I misteri di via dell’Anima – e Damiano Trillò, in libreria con Montanelli e la banda gialla. Cinque anni fa, per il ventennale, lo aveva ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, definendo l’agguato delle BR del 1977 «un crimine contro la libertà dell’informazione», riferendosi anche alla cocciuta ritrosia verso ogni omologazione del giornalista. Prima di diventare la firma più autorevole del Corriere della Sera, Montanelli è stato volontario nella guerra d’Etiopia, corrispondente in Spagna contro il Franchismo, condannato a morte poi dai fascisti, dunque evaso dal San Vittore per la Svizzera.
Dalla prigionia nascerà lo spunto per Il generale Della Rovere, premiato con il Leone d’oro a Roberto Rossellini. Sono le stesse esperienze da cui matura la sua autodefinizione di “anarchico conservatore”. Etichetta scomoda che rifiutava sia l’ideologismo tossico sia di destra sia quella di sinistra. E che gli permetterà, nel Dopoguerra, di essere tra i primi a intuire la gravità del terrorismo rosso quando altri lo derubricavano a folklore, pagando quell’intuizione con la “gambizzazione” – brutto termine, allora come oggi. Proprio quella guerra d’Etiopia, però, è anche l’origine delle ombre che nessun bilancio onesto può rimuovere. In un’intervista televisiva del 1969 a Gianni Bisiach, Montanelli raccontò di aver «regolarmente sposato», comprandola dal padre per poche lire secondo l’usanza del madamato coloniale, una ragazzina eritrea. Fu la giornalista Elvira Banotti, presente in studio, ad accusarlo di violenza su una minore.
Storici e biografi discutono ancora oggi quanto di quel racconto fosse esatto e quanto invece rientrasse nella tendenza, ben documentata, di Montanelli a romanzare la propria biografia. Ma la sostanza delle sue stesse parole, pronunciate e più volte ribadite in prima persona, resta un macigno. È da lì che nasce ogni imbrattamento della sua statua nei giardini pubblici di Milano. Anche se gli avversari di Montanelli tutt’altro criticavano che l’attitudine colonialista. Criticavano, quanto meno, le idee di un uomo che peraltro, via via, stentava sempre di più a definirsi di destra al tramonto della Prima Repubblica. Ha senso allora chiedersi, a distanza di venticinque anni, cosa resti utilizzabile della sua eredità. E cosa vada invece storicizzato senza indulgenza. Restano solide, con il senno di poi, le battaglie condotte in nome dell’indipendenza del giornalismo dal potere, sia esso quello di un editore, di partito o di salotto.
Ma anche la rottura con il Corriere – spostatosi troppo a sinistra – del 1973, le polemiche su Bettino Craxi negli anni Ottanta, l’ultimo, durissimo addio a Silvio Berlusconi nel gennaio 1994 – l’imprenditore voleva “scendere in campo” con l’appoggio e la benedizione del vero “capo” della destra italiana –, pagato con la liquidazione di un ventennio al Giornale da lui stesso fondato. Come chi ha scritto ed occupato i riflettori nazionali per settant’anni, Montanelli ha fatto anche errori. Era toppo intelligente per essere un purista fanatico. E non lo era nonostante ancora negli anni Sessanta quando ancora gli si dava del fascista. A lui, proprio, che fu tra i pochi che fece una sorta di mea culpa per il Ventennio, insieme con l’amico e fondatore del Giornale, Guido Piovene. Regge meno bene l’atteggiamento verso il colonialismo italiano, che ha riportato il dibattito intorno a “Cilindro” negli anni dell’inquisizione “MeToo”.
Un bilancio onesto non deve scegliere tra celebrazione e cancellazione: deve tenere insieme entrambe le eredità, senza lasciarne cadere nessuna. L’uomo – e non solo l’uomo Montanelli – è uno. Ha le sue tante luci e tante ombre. Ma Indro Montanelli aveva visto giusto in parecchie occasioni. Tanto più che, in funzione antiberlusconiana, fu portato in punta di dita sul calar della vita dai “nemici” storici post-comunisti. La battaglia per un liberalismo conservatore e lo stato di diritto, la battaglia contro la partitocrazia, la burocrazia asfissiante e la pressione fiscale esagerata a fronte di servizi pubblici scadenti, la battaglia per una cultura che non fosse solo di sinistra (il Giornale aveva radunata fior di intellettuali da tutta l’Europa), la battaglia per l’indipendenza del giornalismo dall’editore impuro. Tutto quello che Montanelli ha detto e scritto a livello di implementazione è rimasto, lo si constata ogni giorno, lettera morta.
Non a caso ancora oggi ci si chiede cosa direbbe Montanelli di questo o di questo fatto, di questo o di quel politico. Un esercizio che serve a poco, ma divertente. Cosa avrebbe detto oggi della concentrazione della proprietà editoriale nelle mani di pochi gruppi, della disintermediazione dei social che ha reso ogni sprovveduto un opinionista e ogni intellettuale irrilevante, del linguaggio depoliticizzato con cui si scrive di politica, nei nuovi figurini, in Italia e all’estero, supremi promotori del populismo? Si rischia l’anacronismo, certo. Ma il fatto stesso che l’attualità italiana continui ciclicamente a evocarne il nome ogni volta che si discute di libertà di stampa, di editori con l’agenda politica in tasca o di giornalisti che si vendono alla più mefistofelica propaganda russa scambiando la necessità di stare alla ribalta sostenendo tesi false con la libertà di pensiero, dice molto a proposito del vuoto lasciato.
Non era necessariamente (e sempre) dalla parte giusta della Storia, Montanelli. Ma oggi gli eredi dei suoi avversari – quelli dotati dell’onestà intellettuale indispensabile (indispensabile!) per fare politica, si capisce – ammettono l’“estensione”, la grandezza del grande italiano che fu Indro Montanelli. «Io mi considero un condannato al giornalismo», scrisse nel 1982, «perché non avrei saputo fare niente altro». Una frase che ripeté quasi identica anche per i propri ottant’anni, aggiungendo che la vita professionale coincideva, senza residui, con la propria vita intera. È forse questa la ragione più semplice per cui, venticinque anni dopo, un piccolo cimitero della provincia interna della Toscana accoglie i fiori alla memoria di chi si definiva “solo” un giornalista. Dunque, non assolverlo dalle proprie mancanze, ma per non aver mai smesso, nel bene e nel male, di prendere il proprio mestiere sul serio fino all’ultima riga.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
