Un paio di settimane fa il presidente del Nicaragua Daniel Ortega ha chiuso ogni ambiguità residua – casomai non si fosse compresa prima la tendenza a cui aveva condannato il suo paese. Durante la cerimonia per il quarantasettesimo anniversario della rivoluzione sandinista, il satrapo ottuagenario ha annunciato che nel paese non si terranno più elezioni. «Qui non ci saranno più elezioni», ha detto davanti ai sostenitori festanti radunati a Managua. Per impedire, ha spiegato, che l’opposizione possa riconquistare il potere. Ma il Nicaragua non era una democrazia nemmeno fino a poco prima. Le elezioni del 2021 erano già state una farsa, con i principali candidati rivali arrestati prima del voto – scenario abbastanza classico, quanto sconsolante. Ma da domenica 19 luglio cade anche la finzione del voto stesso. Ortega governa senza interruzioni dal 2007, dopo un primo mandato negli anni Ottanta – quando già aveva attirato l’attenzione e le preoccupazioni anticomuniste statunitensi.
L’anno scorso una riforma costituzionale ha esteso il suo mandato da cinque a sei anni e ha nominato sua moglie, Rosario Murillo, copresidente. Una diarchia come quella dei Ceaușescu, con tutto il grottesco e corrottissimo sistema annesso. Il prossimo voto, già slittato al 2027, semplicemente non ci sarà. Marco Rubio ha condannato la decisione, definendola la prova della vera natura autoritaria di Ortega. Non si tratta di un atto di forza, ma un sintomo di paura – in effetti, quando il tiranno cerca di dare una senile stretta di viti potrebbe essere, si auspica, un segnale in tal senso. Félix Maradiaga, candidato alle presidenziali del 2021 poi costretto all’esilio, ha detto al New York Times che le parole del comizio non erano «parole di forza, ma parole di paura». Il sospetto trova conferma nello stesso Ortega, che nel discorso ha citato il raid statunitense del 3 gennaio a Caracas, definendolo «mostruoso».
Quella notte le forze americane hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, uccidendo gran parte della scorta presidenziale. Da allora né Ortega né il regime cubano si sentono più al sicuro, nonostante il controllo totale delle rispettive istituzioni. La storia del Nicaragua spiega la paranoia. Dopo l’indipendenza, il paese finisce sotto influenza militare statunitense nei primi del Novecento. Nel 1937 gli americani lasciano il governo alla famiglia Anastasio Somoza, il cui regime crolla nel 1979 sotto la spinta sandinista, marxista e filocastrista. Di cui lo stesso Ortega fa parte fin dalla giunta rivoluzionaria. I sandinisti vincono le elezioni del 1984. Ma nel 1990 Ortega viene battuto dalla democratica Violeta Chamorro. Torna al potere nel 2007. E non lo lascia più. En passant, sulla sua losca biografia – venata di quel romanticismo foucaultiano-chomskyano-terzomondista – pesano anche le accuse di violenza sessuale ai danni della figliastra Zoilamérica Narváez.
È giusto indignarsi, senza sconti, per le dittature dei vari Jorge Rafael Videla e Augusto Pinochet. Forse anche manifestare – comodamente, s’intende – dai paesi occidentali contro i “fascismi”. Nessuno lo mette in discussione, né dovrebbe farlo. Meno comprensibile è l’indulgenza mostrata per decenni – e che dura tutt’ora – verso i regimi di segno opposto. Verso i vari soggetti ispirati vagamente alla guerriglia socialista, verso i movimenti alla Sendero Luminoso e, fino a pochi mesi fa, verso Maduro. L’Occidente ha brindato, a gennaio, alla cattura spettacolare del presidente venezuelano. L’operazione è avvenuta fuori da ogni cornice legale – e questo va detto con chiarezza. Ma altrettanto illegale era stato, anni prima, vietare le elezioni e installare in Venezuela una dittatura di fatto, senza che quasi nessuno alzasse un dito per un oppressore che aveva portato il paese allo sfacelo. Ci si è indignati per come Maduro è stato catturato – e le critiche non mancano.
Ma perché la stessa indignazione non si è mai palesata per la spregiudicata, illegale, presa del potere di Ortega? Costruita, per altro, con metodi altrettanto violenti su una dittatura altrettanto di fatto? Il mito del castrismo, del “resistenzismo”, la truffa guevarista sopravvive ancora sull’aura di uomini anziani e invasati che un tempo davano del filo da torcere agli americani e all’Occidente. Gli stessi americani che in America Latina, durante la Guerra Fredda, avevano sostenuto quasi ogni dittatura di destra purché anticomunista. Trova ancora molta connivenza nel dibattito pubblico, nei media, nelle università. È inspiegabile: perché le violazioni dei diritti umani in Nicaragua quanto in Venezuela o a Cuba, non sono secondarie rispetto a quelle delle dittature spalleggiata dagli Stati Uniti! E se oggi Washington guarda a Cuba, lo fa soprattutto per ragioni simboliche. Seguendo la stessa logica “colonialista” dovrebbe occuparsi anche del Nicaragua. Difficile, ma non esclusivo, che lo faccia.
Si tratta di paesi molto poveri. Privi del petrolio che ha reso il Venezuela un bersaglio conveniente. Il punto non è augurarsi un’operazione militare contro Ortega – improbabile quanto irrilevante nel breve periodo. Il punto è la simpatia da salotto che un figuro come Maduro ha continuato – e continua – a raccogliere fino all’ultimo, mentre la stessa cerchia di intellettuali non ha mai riservato pari orrore alla presa di potere silenziosa di un uomo violento e autoritario come Daniel Ortega, appendice fuori tempo massimo di arrembanti rivoluzioni di sangue. Garry Kasparov lo ha ricordato su X in questi giorni, notando con amarezza che chi oggi si diverte a parlare di socialismo dovrebbe farlo finché può: una volta instaurato, il regime non lascerà più spazio alla propria opinione. Il totalitarismo va condannato sempre, senza eccezioni di bandiera. Generali e colonnelli, caudillos e guerriglieri meritano lo stesso giudizio quando calpestano le stesse libertà.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
