Il Venezuela è stato liberato dopo tredici anni dalla dittatura di fatto di Nicolás Maduro. La decapitazione del regime di Caracas viene spacciata da Donald Trump – presidente che si era detto non interventista, ma che invece si è dedicato in poco più di un anno dall’inizio della sua presidenza a operazioni chirurgiche mirate per far valere l’interesse degli Stati Uniti – come un grande colpo al narcotraffico che avvelena il popolo americano. Ma l’attacco ha soprattutto una valenza politica e geopolitica. Dal cosiddetto “cortile di casa degli Stati Uniti” viene dunque eliminato un alleato di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang. Trump è deciso ad affermare la supremazia statunitense sul continente americano, frustrato dalla penetrazione cinese in America Latina. Ma il pezzo grosso rimane il petrolio venezuelano – sebbene questo sia di difficile estrazione anche a causa delle disfunzioni legate alla cattiva gestione di Maduro e dei suoi sodali.
La questione della droga è un pretesto. Si stima che quella dal Venezuela fosse tra il 2 e il 5 per cento di tutta quella che entra negli Stati Uniti. Di sicuro non il temutissimo fentanyl. Che sta sì, da anni, distruggendo decine di migliaia di famiglie in America. E che grossomodo viene raffinato in Messico dopo l’arrivo dei precursori dalla Cina. Il controllo del paese caraibico rientra nella visione neo-imperiale e anticinese di Trump. Il presidente continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, cosa che hanno fatto in momenti diversi quasi tutti i suoi predecessori. E lo fa “alla Trump” … In pieno stile di disprezzo nei confronti dei pesi e contrappesi dello Stato e della politica americana, senza consultare il Congresso. Si ricordino i bombardamenti degli impianti nucleari in Iran nel giugno dell’anno scorso, quindi gli attacchi contro i ribelli terroristi dello Yemen e alla Siria.
Si è parlato in questi giorni di un rispolvero della dottrina Monroe. Ovvero la “teoria del cortile di casa”: gli Stati Uniti devono avere mano libera nell’affermazione della loro supremazia in tutto il continente americano. Il corollario di questo è che ogni intervento di potenze straniere nell’America Latina va considerato un attacco agli Stati Uniti. Ma questo riflette la postura di Trump in merito ai giganti in questo momento del mondo, la Cina e la Russia. Egli riconosce e rispetta solo chi usa la forza. Il Venezuela era divenuto il più grande fornitore di greggio dei paesi avversari degli Stati Uniti: Cina, Russia, Iran e anche Cuba. Molti osservatori hanno giudicato come il controllo delle risorse energetiche del paese fosse la vera causa dell’intervento americano. Trump aveva infatti parlato più volte della sua volontà di riportare l’economia del paese all’interno della sfera del capitalismo nordamericano.
E lo ha fatto in mezz’ora con un’operazione militare speciale che Vladimir Putin voleva compiere in Ucraina – e ha condotto senza i successi sperati. Va da sé anche che forse Ucraina e Taiwan potrebbero essere le prossime vittime di questi atti di prepotenza tanto di moda. La maniera brutale con cui il Venezuela pare rientrato nella sfera di influenza americana sembra un via libera ad altri attori potenti nei rispettivi cortili. Ma il nuovo ordine globale secondo Trump pare essere fondato su tre imperi con tre autocrati liberi di spadroneggiare. Tuttavia, c’è chi ha capacità tecniche e chi no. Come per l’Armenia nel settembre 2023, Putin non ha protetto il suo alleato, così come non aveva fatto nulla nell’estate scorsa quando le forze aeree americane si dirigevano contro il regime degli ayatollah nell’Operazione Martello di Mezzanotte. Maduro non è stato difeso neanche dai cinesi, nonostante l’antico sodalizio anche ideologico.
Si pone adesso un problema per gli Stati Uniti, ovvero il prossimo nation building, quello che Trump aveva rimproverato a George H. W. Bush e all’odiato Barack Obama. La gestione del paese, supervisionata da Washington come un protettorato, è affidata alla vice di Maduro, Delcy Rodríguez. Venezuela nel caos? Per adesso si vedono soltanto folle che manifestano nell’entusiasmo della fine di un tiranno non tanto sanguinario quanto incapace, come dimostrano le cifre dell’orrido sistema chavista che ha provocato record di inflazione e pauperizzazione diffusa. Mentre le anime belle – tra cui, senza pudore o vergogna, anche Sergey Lavrov, a quasi quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina – dicono che si sono violate regole del diritto internazionale, figure come il presidente Javier Milei enfatizzano come la libertà avanza, nonché la ventata di ricambio in America Latina e America Centrale. Via il socialismo… Ma poi?
Un’ultima nota attiene al simbolo dell’opposizione, María Corina Machado, fresca di Nobel per la Pace che Trump tanto agognava. Lo stesso ha snobbato la leader dell’opposizione che voleva ricevere l’incoronazione al vertice del paese senza neppure elezioni. Ma ora è stata messa in disparte dalla prepotenza trumpiana. L’opposizione merita il governo del paese. Tuttavia, se non si arriverà ad elezioni trasparenti si non si risolverà un problema sostanziale della democrazia non soltanto in Venezuela, ma in gran parte dei piccoli o medi paesi della regione. Ovvero la legittimità democratica. L’amministrazione americana promette che si farà ordine a Caracas. Che si libereranno i prigionieri politici, tra cui anche il cooperante italiano Alberto Trentini, detenuto dal novembre del 2024 in carcere senza neppure un’accusa formale. Ma converrà davvero a Washington impiegare così tante risorse per un sistema, quello del regime change pilotato, che poche volte si è rivelato fruttuoso?
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
