Rispetto alle versioni precedenti, la nuova strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è un documento piuttosto interessante da leggere. Lo fu anche quella del 2002 a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle. Di solito questa tipologia di testi risulta noiosa. Ma l’attualità ci regala non pochi grattacapi, anche in virtù della pericolosa miope intenzione statunitense di stare al gioco di Mosca e dei suoi fasulli tentativi di voler trovare una soluzione alla guerra che il Cremlino ha scatenato contro l’Ucraina. L’orientamento filo-putiniano di Donald Trump, espresso chiaramente nella strategia, dà fastidio a molti americani. Che tuttavia, non vedono l’ora di sbarazzarsi, come nella guerra in Medio Oriente, di un dossier spinoso che vede l’America impegnata in un supporto chiave. E che non dà le garanzie che Kiev dovrebbe avere in quanto Stato aggredito e partner dell’Occidente.
Per il Cremlino, i cambiamenti adottati da Trump sulla strategia per la sicurezza nazionale – che critica duramente l’Europa evocando il rischio di cancellazione della civiltà – sono coerenti con la visione di Mosca. E possono garantire un lavoro costruttivo con gli Stati Uniti sulla questione ucraina. A Washington si fa fatica a capire che è soprattutto la Russia che continua a fare finta di voler stare al tavolo delle trattative. Non a caso, dalle cinque ore di colloquio l’altro giorno con gli improvvisati inviati Steve Witkoff e Jared Kushner – infilati in questo ed altri ambiti per fare più gli affari della famiglia Trump che dei cittadini americani – non è uscito alcun ultimatum nei confronti della Russia. E neppure un accordo di pace. Proprio come Vladimir Putin si augurava. Di converso, tutto quello che Volodymir Zelensky e l’Ucraina avevano detto essere intoccabile, a partire dall’integrità territoriale, è ormai un antico ricordo.
È ormai chiaro a tutti che, almeno in questa fase, l’Ucraina non potrà recuperare il Donbass e le altre due regioni quasi del tutto occupate – Kherson e Zaporizhzhia – su cui Putin vorrebbe avere mano libera. Mosca controlla attualmente il 19,2 per cento dell’Ucraina, inclusa la Crimea. È palese nella strategia per la sicurezza nazionale: con Trump, l’America rinuncia all’obiettivo di esportare la democrazia, anche favorendo cambiamenti di regime. D’ora in poi, ogni Paese potrà fare ciò che vuole a casa propria – che poi non è vero, vedi le minacce al Venezuela. Tuttavia, dall’esportazione della democrazia anche con la forza – obiettivo saggiamente abbandonato visti i risultati miseri in Iraq ed Afghanistan – si passa alla diretta promozione delle autocrazie. La Russia ritiene necessari cambiamenti radicali al piano di pace in Ucraina. Ma può contare su un’attitudine remissiva degli Stati Uniti in merito.
E in mezzo agli Stati Uniti e la Russia c’è sempre l’Europa. In perfetta linea con la nuova strategia per la sicurezza nazionale, l’esaltatissimo Donald Trump Jr. non ha risparmiato sprezzo e biasimo per l’UE. Che, a suo dire, con le sanzioni non ha ottenuto altro che un rialzo dei prezzi. «Vogliamo la pace, ma il piano degli europei è vincere a livello economico e aspettare che la Russia finisca in bancarotta. Questo non è un piano», ha detto il figlio del tycoon, che ha evidenti aspirazioni politiche. Per Elon Musk l’UE è un quarto Reich. Probabilmente è ancora furente per la multa da centoventi milioni di Euro inflitta da Bruxelles all’ex Twitter. Già due giorni prima, dopo la notizia della multa, Musk aveva attaccato Bruxelles auspicando l’abolizione dell’UE e la restituzione della sovranità ai singoli Paesi. Insomma, l’Europa è vista debolissima su più fronti.
Secondo le interpretazioni che si possono dare della nuova strategia trumpiana, le democrazie liberali, soprattutto quelle ancora presenti in Europa – con le eccezioni di Ungheria e Slovacchia – andrebbero trasformate in autocrazie mignon, pronte ad assecondare gli Stati Uniti nella loro ostilità all’integrazione europea e incoraggiate a sopire le loro simpatie per l’Ucraina. Questo faciliterebbe lo stabilirsi della pax autocratica russo-americana sul continente europeo, come ha scritto Mario Monti (Correre della Sera, 8 dicembre 2025). L’UE ha vissuto con sgomento la pubblicazione della strategia per la sicurezza nazionale. Un piano che però è apprezzabile per la sua chiarezza, specialmente in ambito tecnologico, dove l’Europa è indietro. È chiaro il fondo della strategia nazionale trumpiana: stiamo entrando in una fase in cui due poteri autocratici e oligarchici sviluppano le loro affinità allo scopo di distruggere l’integrazione europea.
L’Europa deve trovare il coraggio di fare qualcosa sia nell’ambito dell’hard che del soft power. I recenti rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta hanno tracciato la rotta per aumentare la competitività nei settori chiave: energia, difesa, digitale, IA. Non è abbastanza. E in ogni caso occorrono anni per l’implementazione. La leva più formidabile di cui dispone Bruxelles nell’ambito della guerra russa in Ucraina è quella degli asset russi congelati, per la maggior parte in Belgio. È opinione dei più e filo-ucraini di distribuire, se non tutti, almeno una parte dei miliardi russi congelati in Europa per la ricostruzione dell’Ucraina. È chiaro che, qualunque sia il piano di “pace” russo-americano (in quest’ordine), Mosca non sborserà un centesimo per la distruzione totale che ha inflitto in maniera gratuita al suo vicino.
Resta da chiarire, anche in prospettiva rispetto all’entrata di Kiev nell’UE tra uno o più lustri, chi pagherà per tutti i danni di guerra inferti dall’aggressione. La risposta è semplice: saranno i fondi di coesione che derivano dagli Stati europei e in specie dagli Stati più ricchi. Che – come dimostra bene il caso tedesco – sono sempre più insofferenti rispetto a certi oneri e a certe debolezze, oltre che alla mancanza di una visione che l’UE deve intraprendere. Perché durante la pandemia di COVID-19 si sono prese gravi misure lesive della libertà individuale in quattro e quattr’otto sui miti ed imbelli cittadini dell’UE e ora si procede con una patetica riluttanza quando si deve prendere una decisione, certamente controversa, sulla confisca degli asset di uno Stato aggressore per darli agli aggrediti?
Occorrerebbe garantire al Belgio tutti gli scudi legali possibili rispetto a questa operazione. Che, in effetti, non va a consolidare la necessaria fiducia nei partner a livello multilaterale, ma smarcandosi per altro dagli Stati Uniti si prospetta come ipotesi desiderabile in un momento di unilateralismo spinto americano. L’Europa si trova compressa tra vasi di ferro. Alla sua destra un’autocrazia russa aggressiva e revisionista. Alla sua sinistra un partner atlantico che pare mettersi dalla parte dell’aggressore. La scelta è chiara: piegarsi alla nuova realtà geopolitica o affermare la propria autonomia strategica. Anche a costo di parziali rotture dolorose. Le mezze misure e mezze decisioni faranno molto male all’UE e all’idea di UE. Se l’Europa non prenderà decisioni forti anche in materia di Ucraina e asset russi, accelererà di proposito l’oscuro quadro di Trump nella sua strategia per la sicurezza nazionale sulla fine della civilizzazione.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
