È iniziato tutto con un’inaspettata stretta di mano: l’iniziativa è stata di Kamala Harris, che si è avvicinata a Donald Trump nel secondo dibattito presidenziale – il primo con la nuova candidata dem dopo la rinuncia di Joe Biden – il 10 settembre scorso in Pennsylvania. Ospitato dall’emittente tv Abc e condotto da David Muir e Linsey Davis, secondo CNN Harris avrebbe vinto con il 63 per cento degli spettatori. Il che è solo indicativo, visto che tutti i sondaggi danno i due candidati testa a testa a livello nazionale. Forse esagerando, anche alcuni analisti di Fox News hanno detto che è stata una brutta serata per Trump. Harris ha superato il battesimo del fuoco ed era preparata. Ha guadagnato in gruppi come donne, giovani e minoranze che Biden stava perdendo. Trump è stato se stesso, con toni apocalittici e ridondanze tematiche, mantenendo il vantaggio tra gli “white men”.
Dopo settimane passate a tessere lodi sperticate nei confronti di Harris, molti media riconoscono che la luna di miele della candidata è finita. A una cinquantina di giorni dalle elezioni, un sondaggio di New York Times/Siena College ha ridimensionato l’esuberanza dei dem. Trump, in testa di un punto al 48 per cento a livello nazionale, è sempre inequivocabile nelle sue esposizioni. D’altra parte, Harris si conferma ancora poco nota al grande pubblico. Un buon quarto dell’elettorato dice che ha bisogno di saperne di più sul suo conto. Vuoi per il suo lavoro di vicepresidente, una carica storicamente in ombra; vuoi perché non ha un lungo excursus politico e non ha fatto parlare molto di sé. Nel secondo dibattito presidenziale, Harris ha avuto l’opportunità di presentarsi su scala nazionale come candidata. Una strategia, la sua, basata su una parola: futuro. Tutta sorridente, si è volutamente mostrata aperta e conciliante.
Si è proposta come la “presidente di tutti”, impostando un tono all’insegna della speranza. Nel complesso ha mantenuto una strategia aggressiva che ha messo più volte il rivale alle corde. A Trump – che si è difeso con esagerazioni e falsità – ha opposto l’idea degli Stati Uniti come grande potenza e leader nel mondo. Un’America in cui, secondo Harris, è ancora possibile un governo “bipartisan”, evocando il fu senatore John McCain sull’Obamacare e l’endorsement dell’ex vicepresidente neoconservatore Dick Cheney e sua figlia Liz Cheney, da sempre repubblicana anti-Trump. Dunque, una chance per farsi conoscere meglio. Ma secondo il New York Times, quasi la metà afferma che Harris è “troppo a sinistra”. Che è, peraltro, l’accusa principale che le rivolge Trump. Due terzi degli interpellati ritiene Harris responsabile per i problemi al confine con il Messico. Saggiamente, nel dibattito la candidata non ha ripetuto il cliché del “ex procuratrice” vs. “il criminale”.
Si è piuttosto rivolta alle famiglie americane, mostrandosi empatica e decisa. Tuttavia, Harris si trova nella complicata posizione di abbracciare da una parte le decisioni di Biden, ma anche differenziarsi da un presidente impopolare in materia di economia e immigrazione. Eppure, nel secondo dibattito presidenziale sembra essersi mostrata lontana dalla penosa caricatura che ne ha fatto Trump negli ultimi mesi (“Laughing Kamala”, etc.). Non ha sprecato tempo a rispondere alle sue accuse, liquidandole con un sorriso e passando al contrattacco sull’aborto. Per quello che riguarda Trump, tutto il suo discorso si è basato non tanto – come in altre occasioni (il tycoon è al suo settimo dibattito presidenziale) – sulla parola “odio”. Ma sulla parola “passato”. Imbronciato per novanta minuti, dimagrito, invecchiato, Trump non ha praticamente risposto, come nel primo dibattito contro Biden, nel merito delle domande degli intervistatori. A rullo compressore, si è focalizzato quasi esclusivamente su immigrazione ed inflazione.
Con la sua classica retorica apocalittica, ha dipinto un’America in declino, sull’orlo della Terza Guerra Mondiale, in preda a bande criminali di immigrati, una nazione fallita come il Venezuela … Sempre la stessa storia. Tra l’altro, con cinque smentite da parte degli intervistatori – confronto truccato, avrebbe detto dopo il dibattito. Ma questi discorsi piacciono a milioni di americani che vogliono il Superman miliardario che li difende e bastona la Cina – con dazi che poi pagherebbero gli americani stessi. Senza evidenza o piani, Trump ha detto che con lui né la crisi ucraina né quella di Gaza sarebbero scoppiate. Nei sondaggi resta in vantaggio sui temi che interessano “alla gente”. Sull’economia, ad esempio, supera Harris di parecchio. E va all’attacco (in maniera approssimativa) su costo del cibo, gestione dell’immigrazione, crimine. Trump resta solido sul dossier NATO. Non è sbagliato ricordare che tutti i membri dell’alleanza debbono rispettare le loro quote parte.
Un’altra sua linea di attacco riguarda il fatto che Harris ha cambiato posizione sul fracking. E in questo secondo dibattito presidenziale, era evidente che Trump cercava di contenere il disprezzo per la donna Harris. Attaccarla sì, ma sul piano politico – una “pericolosa marxista” – e non sulla questione etnico-razziale o sul sesso – giacché questo probabilmente alienerebbe il voto femminile. Ripresa da tutti i media la fake news trumpiana secondo cui a Springfield (Ohio) gli immigrati mangiano cani e gatti – voce infondata poi rimangiata anche dal vice J. D. Vance. Uno studio congiunto di Pew Research Center, New York Times e Real Clear Politics ha evidenziato profonde divisioni tra gli elettori di Trump e Harris su numerose questioni. Sulla diversità etnica e religiosa, l’80 per cento degli elettori di Harris la vede come un punto di forza per gli Stati Uniti, contro il 46 per cento degli elettori di Trump.
Sul possesso di armi, solo il 18 per cento degli elettori di Harris ritiene che aumenti la sicurezza, contro una percentuale molto più alta tra gli elettori di Trump. Le divergenze si estendono anche a temi come i diritti LGBTQ+, l’uso di anticoncezionali, la fecondazione in vitro, la giustizia penale e il rapporto tra religione e politica. Sorprendentemente, solo il 46 per cento dell’elettorato di Harris è favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso, contro il 5 per cento degli elettori di Trump. Insomma, due candidati divisi su tutto, come ha confermato nei giorni scorsi lo storico Allan Lichtman, che con il suo famoso modello delle 13 chiavi predittive ha pronosticato la vittoria di Harris. Uscite e votate, ha detto il professore ai suoi concittadini. Che è anche il messaggio di Taylor Swift su Instagram, dove dopo il dibattito ha manifestato il suo attesissimo endorsement per Harris.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
