Ad alcuni appare difficile pensare oggi che ci si possa sedere ad un tavolo per risolvere le guerre: eppure, il castello di Cecilienhof di Potsdam, poco fuori Berlino, è una preziosa testimonianza di diplomazia. Il sole di luglio filtra attraverso le finestre, illuminando gli ambienti dove ottant’anni fa tre uomini ridisegnarono il mondo. Il 17 luglio 2025 è l’anniversario di quella che sarebbe passata alla Storia come una delle conferenze più decisive del XX secolo. La Conferenza di Potsdam si svolse tra il 17 luglio e il 2 agosto 1945 nella zona d’occupazione sovietica e fu finalizzata a definire il nuovo assetto dell’Europa (e del mondo) dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ed evitare gli errori commessi a Parigi nel 1919. Nei corridoi rivestiti in boiserie e moquette in stile Tudor, in quest’ultimo palazzo costruito dagli Hohenzollern, riecheggiano le voci dei leader che costruirono il nuovo ordine internazionale.
L’aspetto della residenza, con i suoi materiali di mattone e legno, si integra perfettamente nella parte nord del giardino nuovo, creato a fine XVIII secolo nello stile paesaggistico inglese. In questo ambiente, i principali protagonisti – Stalin per l’Unione Sovietica, Winston Churchill (poi sostituito da Clement Attlee) per il Regno Unito e Harry S. Truman per gli Stati Uniti – s’incontrarono per decidere come gestire la Germania, che si era arresa incondizionatamente circa due mesi prima. Tra le finalità principali c’erano la definizione dell’ordine postbellico, la gestione dei trattati di pace e la risposta alle conseguenze del conflitto. Nel cortile d’onore, la stella rossa installata dai sovietici durante la conferenza continua a vegliare sul complesso, simbolo dell’inizio della Guerra Fredda. Durante la conferenza di Potsdam, le sale principali della casa furono infatti ristrutturate proprio per accogliere questo evento storico.
Il grande salone, punto centrale della residenza al quale si accede da un vestibolo e che conduce alle sale di ricevimento adiacenti della coppia reale, conserva ancora l’atmosfera di quegli incontri. La sua imponente scala in legno intagliato, che conduce al piano superiore, fu testimone del viavai di diplomatici, interpreti e fotografi. Gli interni grandiosi della casa di campagna comprendevano una sala fumatori, una biblioteca e una sala colazione. Dunque, una sala da musica, uno studio e un salotto – ambienti poi trasformati in uffici per le delegazioni. Anche i ministri degli Esteri– Vjačeslav Molotov per l’URSS, Anthony Eden (poi Ernest Bevin per la Gran Bretagna) e James F. Byrnes per gli Stati Uniti – e i loro assistenti ebbero un ruolo rilevante. Gli uffici delle tre delegazioni, allestiti nelle sale del palazzo, raccontano storie diverse, ma complementari di quei giorni frenetici.
Fino al 25 luglio, si tennero nove sessioni di lavoro, poi sospese per permettere l’annuncio dei risultati delle elezioni britanniche. L’ufficio della delegazione britannica conserva ancora la memoria di questo cambio di guardia che sconvolse gli equilibri della conferenza. L’ufficio americano custodisce la memoria di uno dei segreti più esplosivi della Storia moderna. Proprio durante la conferenza, Truman fu informato in segreto del successo del primo test nucleare (“Trinity”) e fece solo un accenno velato – quasi un monito – a Stalin. Il quale era già a conoscenza del progetto statunitense grazie all’attività di spionaggio. Fu proprio da Potsdam che Truman diede il via libera al lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki ai primi di agosto. Nella sala conferenze il tempo sembra essersi fermato al 1945. Il tavolo rotondo – simbolo dell’uguaglianza tra le potenze – è ancora il centro della stanza dove furono adottate le risoluzioni del protocollo di Potsdam.
Tra le decisioni finali più significative della conferenza ci furono la suddivisione della Germania in quattro zone d’occupazione, lo spostamento del confine orientale tedesco verso la linea Oder-Neisse, il riconoscimento di un governo polacco filosovietico e la divisione temporanea del Vietnam lungo il 16esimo parallelo. Inoltre, Mosca confermò l’impegno, già preso a Yalta, di entrare in guerra contro il Giappone. La mostra permanente situata nel sito autentico è stata rivista, riorganizzata e ampliata a tutti gli interni del palazzo. Numerose fotografie storiche e informazioni di vario genere, nonché testi esplicativi in tedesco, inglese e russo, offrono un quadro vivace degli eventi che si svolsero durante la conferenza. Ma la mostra esamina anche il contesto storico più ampio, dall’ascesa del Nazionalsocialismo alla guerra nel Pacifico. Certo, molti altri temi furono trattati. Ma la maggior parte di essi fu rinviata a un nuovo organismo, il Consiglio dei Ministri degli Esteri.
Alla fine della conferenza, i tre governi sembravano rafforzati nella loro collaborazione e fiduciosi nella possibilità di costruire una pace duratura insieme agli altri membri delle Nazioni Unite. Ma si sa che la Storia avrebbe presto dimostrato quanto fosse fragile quell’ottimismo. Entro un anno e mezzo, le tensioni tra Est e Ovest crebbero rapidamente, sfociando nell’inizio della Guerra Fredda. A Potsdam si gettarono le basi per un nuovo ordine in Germania, in Europa e nel mondo. La conferenza è ancora oggi considerata in tutto il mondo il simbolo della fine della guerra. Ma anche l’inizio di una nuova fase che s’identifica nell’immaginario collettivo con la costruzione della cortina di ferro evocata poi da Churchill nel famoso intervento. Non lontano dall’edificio, dal 1961 al 1989, si estendevano le installazioni di frontiera che dividevano le due Germanie. Una conseguenza della conferenza che fa parte anche della storia della casa.
Le decine di stanze del castello-residenza di Cecilienhof custodiscono ancora l’eco di quei giorni che cambiarono il mondo. L’edificio è ancora testimone della Storia, simbolo della responsabilità che grava su chi detiene il potere politico (e militare) e delle conseguenze durature delle decisioni prese nei palazzi del potere. Ad ottant’anni dalla conferenza di Potsdam, Cecilienhof attrae visitatori da tutto il mondo come luogo storico d’importanza geopolitica. Più della metà dei suoi 165mila visitatori annuali vengono dall’estero, attratti da questo teatro della storia dove si scrisse il destino dell’Europa del Dopoguerra. Ottant’anni dopo la conferenza, mentre la Russia di oggi – a differenza di quella del dittatore Stalin – non intende collaborare con l’Europa libera e democratica, la lezione di Potsdam – con tutti i suoi successi e le sue contraddizioni, sia ben chiaro – è attualissima. La cooperazione è meglio del confronto. Ma solo se ci si attiene alle regole del gioco.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
