Berlino celebra l’8 maggio 1945

Berlino, maggio 1945: Stunde Null, anno zero. Il paese è distrutto, il continente è in macerie, il mondo è ridisegnato. In meno di una generazione, la nazione-spazio crocevia tra Europa occidentale ed orientale ha scatenato e perduto una guerra di dimensioni senza precedenti nella Storia globale. Sconfitta e alla fame, la Germania del “Reich millenario” – che in dodici anni ha sconquassato l’intero sistema internazionale – è nella tomba. Occupata, perduta, rabbiosa, umiliata. A differenza della Prima Guerra Mondiale, il politico è stato il fuoco che ha acceso la miccia della Seconda. E il politico è stato sconfitto militarmente e messo a bada, reso inoffensivo – fino a oggi, quasi al punto da sabotarsi e ingannarsi con un pacifismo che più che altro è un invito al ritorno dell’infausta legge del più forte. Questa è la Berlino di oggi, del maggio 2025. Di ottant’anni dopo: la Germania odia la guerra.

Da Charlottenburg alla porta di Brandeburgo, dall’isola dei musei ad Alexanderplatz, fino all’ex DDR, la città è in festa. Berlino celebra la fine della guerra e del Nazionalsocialismo. Le folle animate da militarismo e propaganda che volevano il riscatto promesso dal rancoroso populismo aggressivo sono un antico materiale per gli storici e lasciano il passo ad un insieme di varie etnie e culture, che sfila all’insegna della pace e della libertà. Sono tanti i berlinesi – e i tanti turisti in questa primavera – a festeggiare la fine della guerra che più di tutti ha influenzato il secolo scorso e quello presente, tra contraddizioni ed eredità. Celebrano sulla scia di quell’8 maggio 1945, giorno della capitolazione, firmata poco fuori Berlino – e in doppia copia il giorno dopo a Reims. Berlino si arrese però sei giorni prima: poi le armi tacquero in tutto il continente, con la spartizione della Germania in quattro brandelli.

Per l’occasione, la città ha organizzato un programma di oltre cento eventi pubblici gratuiti sparsi per la metropoli. Il Gedenkstätte Deutscher Widerstand aveva già iniziato il 10 aprile con la mostra “1945 – La resistenza contro il Nazionalsocialismo alla fine della guerra”. Ma il cardine degli eventi è a Pariser Platz, alle porte di Brandeburgo, dove è partita una city walk intitolata “L’era nazista e la fine della guerra a Berlino”, seguita da una performance dell’oratorio “Befreiung” con artisti provenienti da sei paesi europei, dunque la mostra all’aperto “… finalmente la pace?!” sui momenti fatali dell’aprile-maggio 1945. Questa offre al “pubblico dei selfie”, presso il monumento più famoso della capitale tedesca, le immagini tragiche del “suicidio nazionale” di ottant’anni fa. Berlino in rovina. Decine di migliaia di soldati e civili hanno perso la vita proprio in quei giorni per difendere disperatamente una città assediata, destinata alle macerie.

Suddivisa in dodici capitoli, con testi informativi e ritratti biografici, la mostra invita a esplorare, commemorare e discutere. È l’approccio utilizzato sempre dalla storiografia tedesca – a partire dagli innumerevoli programmi tv sul tema in onda ogni settimana – quando si parla di queste faccende. Ma la mostra ripercorre l’aspra lotta della Wehrmacht, l’occupazione sovietica di Berlino e la conferenza di Potsdam, tra milioni di profughi, sfollati e stupri – circa 120mila per mano dell’Armata Rossa di “liberazione”. Dunque, il processo ai criminali nazisti a Norimberga, nonché i diversi modi in cui la Germania dell’Est e dell’Ovest hanno affrontato memoria e repressione. Impressionanti sono le testimonianze dei sopravvissuti, oggi anziani di nove decenni, che dimostrano come le sofferenze non siano finite con la liberazione. Milioni di persone hanno vissuto – per lo più soli – orrori e mancanze di ogni genere, mentre l’ultimo Nazionalsocialismo li trascinava nell’abisso e i sovietici incombevano.

Cosa accadde negli ultimi giorni della guerra? Cosa significò la fine della guerra per i civili all’epoca? E cosa successe dopo la sconfitta della Germania nazista? Sono le domande a cui si ha tentato di dare una risposta, in maniera diversa, in più di cinquanta luoghi commemorativi, istituzioni e partner artistici che hanno offerto un denso programma di mostre, letture, spettacoli, dibattiti, visite guidate, proiezioni di film e concerti in tutta Berlino per ripercorrere, ad esempio, i momenti quando i libri bruciavano in Germania. Ma anche il ruolo, tramite visita guidata, dei monumenti dimenticati. Poi le prospettive sulla memoria al BERLIN GLOBAL. Un’esibizione fotografica all’Alliierten Museum. Visite al luogo storico della resa al Museo Berlin-Karlshorst, dove viene ospitato anche un “reading café” sulla fine della guerra nei giornali internazionali. Un tour storico in bicicletta da Tempelhof, al cui aeroporto – oggi dismesso – atterrarono le delegazioni delle potenze vincitrici.

E poi una visita attraverso gli archivi di architettura presso il Baukunstarchiv dell’Akademie der Künste. Una cerimonia commemorativa in ricordo della fine della guerra alla Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche sul Kurfüstendamm. Una visita al Dorotheenstädtischer Friedhof. Uno sguardo alla storia della collezione di sculture al Bode-Museum. Un’esibizione al Dokumentationszentrum NS-Zwangsarbeit sui lavoratori coatti a Berlino. Presso il Sowjetisches Ehrenmal Treptower Park, un evento organizzato da Memorial Deutschland in tedesco, russo, inglese e ucraino, con la partecipazione dell’associazione “Gedenken gegen den Krieg”. Un’occasione per riflettere, in questo periodo di guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, sulle dinamiche che portarono al conflitto – oggi come allora, l’appeasement nei confronti delle tirannie. Insomma, tutti questi eventi ed attività analizzano a loro modo – e per le generazioni che non hanno visto quella guerra – la necessità, per ogni generazione, di fare i conti con la propria storia.

E il percorso politico, economico, sociale, spirituale e morale della Germania è stato impressionante. Oggi, per la terza volta in poco più di un secolo, Berlino è al vertice del continente. Ma i problemi non mancano e non sono solo legati alla memoria – e ai malcelati nostalgici! Se ottant’anni fa la bancarotta era ravvisabile in tutti gli aspetti, oggi – con una crescita economica stagnante, tensioni sociali, timidezza in politica estera, smarrimento generale – non sembrano esserci scuse. Le macerie di un paese sconfitto – macchiato, come se i crimini di guerra non fossero abbastanza, del più grande orrore della Storia dell’Umanità, l’Olocausto – sono un insegnamento per l’Occidente odierno. Senza la Germania, l’Europa non esiste. E una Germania debole non è auspicabile per nessuno, giacché – impotente ed incontrollata – porterà, come fece, solo a catastrofi. È però vero il contrario. Una Germania forte, ma controllata, ha sempre aperto la via del successo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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