Cent’anni di “Ossi di seppia”: genesi di una rivoluzione poetica

Doppio anniversario quest’anno per Eugenio Montale: i cento anni dalla pubblicazione di Ossi di seppia, la sua prima opera poetica; e i cinquant’anni dall’attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura. Una duplice ricorrenza che invita a ripercorrere la genesi di un’opera capitale del Novecento. Il 15 giugno 1925, il giovane editore Piero Gobetti – che fino ad allora non pubblicava poesia e di cui Montale era stato messo in contatto da Sergio Solmi – diede alle stampe, a Torino, una raccolta destinata a segnare indelebilmente il panorama letterario italiano. Nato nel 1896, da Domenico Montale e Giuseppina Ricci, il poeta aveva alle spalle una formazione non convenzionale. A causa della salute precaria, che lo portò a contrarre varie broncopolmoniti, aveva seguito gli studi tecnici invece di quelli classici, diplomandosi in ragioneria. Esordì come autodidatta. La Riviera ligure di Levante, tra Rapallo e le Cinque Terre, ebbe da subito un’influenza determinante sulla produzione.

Sin dai primi versi di Ossi di seppia si ravvisa l’impatto di Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio. Ma la raccolta risente principalmente delle influenze di Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio. Parallelamente, il giovane coltivava la passione per il canto, studiando col baritono Ernesto Sivori – una poesia di Ossi è dedicata a Claude Debussy. Montale prese contatti con Emilio Cecchi – il primo recensore di Ossi – e collaborò saltuariamente con il Corriere della Sera, nel tentativo (inizialmente vano) di intraprendere la carriera giornalistica. Nel 1923 incontrò il triestino Bobi Bazlen, che gli segnalerà uno scrittore sconosciuto, Italo Svevo. I primi anni Venti furono cruciali per l’opera. A Monterosso, Montale conobbe Anna degli Uberti, poi protagonista di poesie note come “ciclo di Arletta”. Nel 1924 conobbe Paola Nicoli, di origine peruviana, pure lei nella raccolta. Negli anni dell’affermazione del Fascismo, Montale sottoscrive il “Manifesto” di Benedetto Croce.

Ossi di seppia nacque in questo contesto. Il titolo stesso ha una sua evoluzione emblematica. All’inizio l’autore pensava a “Rottami”, per poi adottare il titolo definitivo. Una metafora raffinata della condizione vitale che il Montale intendeva rappresentare: quella di un’esistenza ridotta all’aridità. I testi sono cinquantacinque, alcuni già apparsi sparsi nelle riviste di Giacomo Debenedetti. Il Quaderno genovese offre uno sguardo privilegiato sulla formazione di Montale ravvisabile nei versi di Ossi di seppia. Si trovano tracce di letture di Henrik Ibsen, le suggestioni futuriste di Corrado Govoni, gli spiritualisti francesi. L’amico Giorgio Zampa lo definì da subito un astro poetico di prima grandezza. Il che è impressionante se si considera che il poeta restò piuttosto isolato dalla tradizione lirica e culturale tedesca – eccettuato Friedrich Nietzsche. Su Il Convegno, nel febbraio 1926, Carlo Linati osservò l’influsso di Paul Valéry sull’opera.

Nel luglio 1925, Camillo Sbarbaro, a cui è dedicata una sezione del volume, scrisse a Montale: «Ho letto e riletto pigliando ogni volta maggior piacere le tue poesie». Umberto Saba da Trieste ne ordinò venticinque esemplari a metà mese. Elogi in novembre da Giuseppe Prezzolini. L’opera, insomma, si pose presto in dialogo critico con la tradizione letteraria, in particolare con l’Alcyone dannunziano, di cui rovescia la visione panica della natura. In Montale, il mare non è più luogo di comunione mistica con la natura, ma presenza ambigua che attrae e respinge. Gli ossi di seppia divennero il simbolo di ciò che resta dopo che il mare ha consumato ogni illusione vitale. Scarti, residui, testimonianze. Rottami, appunto. Duro, secco, aspro, arido, ma anche luminoso, traslucido e marino: è il senso del transitorio della raccolta, feconda di elementi figurativi montaliani – terra, flutti, alberi, oscurità, arsure, pioggia, grotte, salsedine, vigneti, venti, sole, massi.

La morte e la vita: e soprattutto, il senso dello scorrere. Con la raccolta, Montale ci ha regalato tra gli incipit più noti della letteratura moderna: «Forse un mattino andando in un’aria vetro», «Cigola la carrucola del pozzo», «Meriggiare pallido e assorto». Versi che continuano ad interrogarci sulla nostra fragile condizione umana e sulla possibilità stessa della poesia nel mondo contemporaneo. Ad esempio, la sezione “Meriggi e ombre” rappresenta un momento di sintesi in cui il poeta ripercorre la storia della propria vita, come ha notato Angelo Marchese. Da “Fine dell’infanzia” ad “Arsenio” si affrontano l’innocenza perduta e la consapevolezza della condizione umana. Il tema del tempo è ridotto a simbolo dell’alienazione e del “male di vivere”. Ossi rompe anche in termini di ritmo, della forma e della struttura sintattica. La scelta di mantenere una forma “classica” (cosa che poi sfumerà a partire da Le occasioni) è una scelta controcorrente.

È una poetica che ha come oggetto la disgregazione del senso e della vita può esprimersi meglio attraverso una forma classica e rigorosa, soprattutto in un momento dominato dall’estetismo e dal futurismo ed altre innovazioni di linguaggio. Ossi di seppia avrebbe consacrato Montale nel Pantheon della letteratura. Ma non nell’immediato, dal momento che fu il Dopoguerra che accelerò tutto è la vera carriera di poeta affermato iniziò grossomodo attorno ai cinquant’anni, quando ascese definitivamente alla ribalta nazionale. La poesia di Montale, come si è permesso di dire lo stesso poeta, andrebbe letta in realtà come una poesia sola, sebbene rifletta varie fasi della vita. Come spesso accade, i primissimi lavori poetici sono i migliori – o meglio, i più significativi e i più apprezzati dal pubblico. È anche il caso di Montale, che poi dagli anni Sessanta si perse in rivoli lirici di valore decisamente inferiore.

Ossi di seppia è la prima fase, quella più importante. Una sorta di battesimo del fuoco. Sopravvivi o muori. E Montale ne è uscito in gloria. Dopo l’edizione di Gobetti, fu ristampato nel 1928 presso Ribet, dunque da Einaudi. Oggi, a cent’anni dalla sua pubblicazione, la raccolta continua a parlarci con una voce attuale, pur conservando il tono classico accennato. L’alienazione dell’individuo e la ricerca di un significato sono temi che risuonano con intensità per esprimere la condizione dell’uomo moderno. Nonostante gli accenni di tematiche esistenziali – e alcune influenze di Giacomo Leopardi e Arthur Schopenhauer – nel volume non si trova intento filosofico. Nel 1975, quando l’Accademia di Svezia gli conferì il Nobel, riconobbe la capacità di interpretare la condizione umana contemporanea. In quell’occasione, Montale pronunciò un discorso dal titolo “È ancora possibile la poesia?”, dove si espresse ottimisticamente su questa possibilità, perché la vera poesia sgorgherebbe dall’interiorità dell’anima.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine & PressReader)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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