Joe Biden si è ritirato dalla corsa alla Casa Bianca facendo l’endorsement per la vicepresidente Kamala Harris. Parlerà alla nazione nei prossimi giorni dopo un comunicato diffuso sui social media ieri sera, in cui spiegherà le ragioni del suo passo indietro. Una decisione attesa da giorni, anticipata la settimana scorsa e diventata ineluttabile. Sono state tre settimane di Calvario per il presidente in carica. Un dibattito presidenziale disastroso, un vistoso rallentamento dei riflessi con accentuazioni senili, l’abbandono precipitoso dei sostenitori nei media e nel partito, così come tra dei finanziatori, i sondaggi che lo davano perdente alle elezioni. E, come se non bastasse, una vecchia conoscenza: il Covid. La rinuncia sembrava impensabile anche solo un mese fa. Ma la decisione è storica per un uomo molto ambizioso che ha deciso di fare un passo indietro coraggioso.
Nella lettera agli americani Joe Biden ha scritto che servire come presidente degli Stati Uniti è stato il più grande onore della sua vita. E lascia nell’interesse del partito e del paese. Continuerà, fino a fine mandato, a portare avanti la sua agenda e ha rivendicato successi conseguiti dal paese sotto la sua leadership, tra progressi economici, nei controlli alle armi, nelle leggi per il clima, negli investimenti nelle infrastrutture, nei progressi tecnologici, nell’inflazione in calo, nelle alleanze internazionali, nella preservazione della democrazia. Certo, la rinuncia è dovuta primariamente ai motivi di salute e di finanziamenti, ma l’addio di Biden mostra cosa vuol dire, davvero, mettere “America First”. Un gesto nell’interesse della nazione. Che non si merita un candidato in quelle condizioni alla Casa Bianca per altri quattro anni. Così Biden ha deciso che per salvaguardare la sua eredità politica era meglio farsi da parte.
Una scelta difficile, una delle più complesse della sua vita, maturata in poco tempo, ma arrivata in ritardo. E con l’effetto, tra gli altri, di aver attivato un’attenzione spropositata sulla tematica dell’età; una distrazione politico-mediatica troppo grande. Lo stesso Donald Trump dopo il dibattito presidenziale del giugno scorso si era lamentato che tutti i riflettori fossero sulla performance scadente di Joe Biden e non sulla sua forzata sceneggiata di anziano signore equilibrato. Se i famigliari e gli amici più stretti hanno continuato ad incoraggiare Biden nelle sue ambizioni politiche, i mal di pancia nel Partito Democratico hanno avuto la meglio. Già nei giorni scorsi il parlamentare Adam Schiff gli aveva chiesto di fare un passo indietro. Pressioni anche da Chuck Schumer – leader dei dem al Senato – e Nancy Pelosi – speaker emerita della Camera – dettate dalla paura nel vedere l’erosione dei finanziamenti elettorali.
Il New York Times, che lo aveva silurato tramite la penna di Thomas L. Friedman il presidente uscente poco dopo il dibattito, ha fatto sapere che ora miliardari e donatori dem si stanno affrettando a sostenere Harris dopo l’uscita di Biden. I finanziatori non volevano spendere per una partita già persa in partenza – anche perché Elon Musk ha recentemente promesso 45 milioni di dollari al mese ai repubblicani. Ora i democratici hanno poco più di cento giorni che li separano dalle elezioni. Nessun presidente americano in carica non si era più ricandidato a così pochi giorni dal voto. Si archivia così la stagione Biden, che del partito è stato protagonista per oltre mezzo secolo. Ma a suo dire, i dem non l’hanno mai apprezzato a dovere, ritenendolo un parvenu. Da qui la costanza e la resistenza dell’uomo di Scranton, che già da ragazzo voleva diventare presidente.
E ci è riuscito quando appariva ormai fuori tempo massimo dopo una vita di successi e tragedie, sempre convinto di essere sottovalutato. Perfino da quel Barack Obama che lo fece controvoglia suo vicepresidente nel 2008 e il cui silenzio in queste ultime settimane ha pesato nella decisione di Biden di farsi da parte. Quando si presentò per sfidare Trump nel 2020 aveva permesso di essere soltanto un ponte verso la nuova generazione della politica democratica. Oggi questa profezia si è realizzata per forza di cose, ma senza una chiara leadership. Tra tenacia e ostinazione, la voglia di restare sul palcoscenico, ma con una salute fragile e riflessi allentati, Biden lascia lanciando un appello ai dem dicendo loro che è ora di unirsi per battere un Trump in ascesa. La convention democratica è prevista il 19 agosto. Non è chiaro se si terranno primarie blitz o un’elezione diretta della vicepresidente.
Ma alcuni vorrebbero evitare l’incoronazione senza competizione anche perché sono preoccupati dalla vulnerabilità e dai limiti mostrati da Harris nei tre anni e mezzo di vicepresidenza, in cui non ha brillato. E anzi è sembrata più che altro una zavorra per Joe Biden. Per ora, Harris incassa l’appoggio dei Clinton ed il silenzio di Pelosi e Obama. Il che rivela molto della forse-candidata. L’immagine di Harris non è mai decollata negli anni alla Casa Bianca. Forse è il destino dei vicepresidenti, ma Harris non è mai parsa una candidata in grado di scaldare i cuori, anche ai tempi delle primarie nel 2020. Nell’unico dossier che Biden le delegò – quello delicatissimo dell’immigrazione – Harris si è rivelata un disastro. Se candidata alla presidenza, questo sarà l’argomento più complesso per i dem – pressati dalla politica “no border” della sinistra radicale di Alexandria Ocasio-Cortez e dagli attacchi trumpisti.
Trump, il primo ex presidente condannato in un processo penale, crede che Harris sarà più facile da battere alle elezioni presidenziali. Si è già portato avanti definendola, non si sa su che basi, una “pazza”. Forse, nei cento giorni che separano gli americani dal voto l’effetto-Butler benefico per Trump potrebbe dissiparsi. E forse Harris potrà catturare più indecisi e centristi di quanto non la possa fare il candidato Trump. Che per quanto cerchi di moderarsi e ingannare l’elettorato, rimane fedele al suo personaggio. Dal ritiro di Biden, anche il candidato repubblicano sembra ora più vecchio – e lo è. La partita sarà dura per i dem. Il GOP è compatto e gode di un leader carismatico. Kamala o non Kamala, sembra che i democratici non possano dire altrettanto. Ma chiunque sarà indicato in agosto – tramite incoronazione diretta o primarie-lampo – potrà contare sull’aiuto in campagna elettorale dell’ex candidato in panchina Joe Biden.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
