Affitti, Ceuta e governo ko: le tre crisi della Spagna al voto

Il 29 novembre la Spagna va alle urne con la legislatura chiusa in anticipo e un governo che per anni ha rivendicato il “modello spagnolo”. I numeri, in parte, gli danno ragione. Il Paese cresce più della maggior parte dei partner europei, crea posti di lavoro, ha investito in difesa e tiene i conti sotto controllo. Eppure, in dieci settimane sono esplose tre crisi: una politica, una di frontiera, una sociale. Nessuna nasce dal ciclo economico. Tutte nascono da ciò che i dati aggregati non misurano: chi regge il peso della crescita, chi controlla il confine, chi tiene insieme una maggioranza che non c’è più. Ogni crisi ha le sue ragioni e i suoi torti. E conviene guardarle una alla volta. Il filo comune è la fiducia: nelle istituzioni, nei partner vicini e nella promessa che il lavoro basti a costruirsi una vita dignitosa.

Il Banco de España stima per il 2026 una crescita del 2,6 per cento e per il 2027 del 2,2. Nel secondo trimestre il Pil è salito dello 0,7 per cento sul trimestre precedente e del 2,7 su base annua. Gli occupati toccano i 22,8 milioni, oltre mezzo milione in più in un anno e la disoccupazione scende sotto il 10 per cento. Il deficit è al 2,6 per cento del Pil. Le ombre ci sono: l’inflazione sale intorno al 3,9 per cento per il costo dell’energia e la produttività resta sotto quella di diverse economie europee. Chi dice che la Spagna va relativamente bene non inventa nulla. Ma le tre crisi che stanno investendo il paese, potrebbero avere ricadute significative. La crisi politica è la più antica. Dal 2023 Pedro Sánchez governa senza maggioranza propria e con l’appoggio decisivo dei sette deputati di Junts, il partito di Carles Puigdemont.

Quell’intesa ha prodotto l’amnistia per i protagonisti del 2017, che ha diviso il Paese e ha tenuto in vita l’esecutivo. Il 2 ottobre il Congresso ha respinto i due decreti sulla casa, il primo per 172 voti a 178 e il secondo per 166 a 184, con Junts schierata accanto a Partito popolare e Vox. Il governo parla di un accordo negoziato e poi tradito. Junts risponde che le norme avrebbero spinto i proprietari a ritirare gli immobili dal mercato. Entrambe le versioni hanno una logica. Il dato politico è un altro: l’architettura parlamentare costruita nel 2023 non regge più. E Sánchez – paladino ideologico delle sinistre che vedono nel bell’ispanico il modello di una socialdemocrazia del XXI secolo – chiede agli elettori una maggioranza più chiara. Governare così significa negoziare ogni legge con partner che hanno agende diverse, e la tenuta dipende da quanto ciascuno ha da perdere nel rompere.

La seconda crisi viene dal confine sud. Tra il 30 e il 31 luglio decine di migliaia di persone, tra 50 e oltre 80mila secondo le stime, hanno forzato il passaggio dal Marocco a Ceuta, la città autonoma spagnola di circa 80mila abitanti. Le vittime sono almeno 67 e per alcune fonti molte di più, perché i numeri cambiano da un conteggio all’altro. Madrid ha mandato l’esercito, ma ha respinto la richiesta di Ceuta di dichiarare l’emergenza nazionale. Al 9 ottobre oltre undicimila persone erano rientrate in Marocco o erano state espulse. Restano circa cinquemila migranti subsahariani che la Spagna non può rimandare. Il problema politico è strutturale: Ceuta e Melilla sono territorio spagnolo e frontiera europea, ma il loro controllo dipende da come Rabat gestisce i propri confini. Chi governerà dovrà decidere se trattare Ceuta come una questione di ordine pubblico o come un dossier di politica estera europea.

La terza crisi è nelle strade. Ed è la più visibile. In un decennio il reddito medio pro-capite è salito del 50 per cento e i salari del 30, mentre le case sono rincarate dell’80 e gli affitti dell’87. Nel primo trimestre i prezzi sono cresciuti del 14,3 per cento su base annua, con Madrid al 17,9 e Barcellona all’11,5. Il Banco de España calcola un deficit di circa un milione di abitazioni entro il 2028, mentre si costruiscono 90-100mila case l’anno. Il 23 settembre la crisi ha trovato un volto. María del Carmen Abascal, 87 anni, in sedia a rotelle e da settant’anni nello stesso appartamento del quartiere Retiro di Madrid, è stata sfrattata in diretta televisiva. Per tutti è diventata Maricarmen. La sera stessa circa diecimila persone hanno marciato nella capitale. Le proteste si sono estese a una cinquantina di città, con un accampamento alla Puerta del Sol.

Maricarmen è morta poco dopo in ospedale. La presidente della Comunità di Madrid, nonché del presidente del Partito Popolare, Isabel Díaz Ayuso, aveva ricordato che gli sfratti sono una procedura giudiziaria ordinaria, circa venticinquemila l’anno. La risposta del governo Sánchez sono stati due decreti varati in pochi giorni. Il primo bloccava fino al 2030 gli sfratti dei vulnerabili, prorogava di due anni il blocco degli aumenti e stringeva le regole sugli affitti brevi. Il secondo rendeva automatico il rinnovo dei contratti. Misure che agiscono sulla domanda proteggono chi ha già una casa, ma non costruiscono un metro quadrato. Una parte della letteratura economica indica che i tetti ai canoni, senza nuova offerta, spingono i proprietari verso l’affitto breve o la vendita. La sinistra ha ragione sull’urgenza e la destra sul rischio per l’offerta. Ma nessuno dei due fronti ha presentato un piano credibile per il milione di case che manca.

Sul voto, i sondaggi privati descrivono un Paese che si sposta a destra. Le medie danno il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo intorno al 32 per cento, il Psoe di Sánchez tra il 26 e il 28, Vox poco sotto il 19. Con 350 seggi in palio e 176 necessari per la maggioranza, Pp e Vox insieme si avvicinano o superano quella soglia. Il Cis, l’istituto pubblico, vede invece i socialisti al 34 per cento e il Pp al 22: una distanza di dodici punti che il caso non spiega. E che invita alla prudenza verso entrambi i campi. Pesano gli indecisi, circa il 17 per cento. Pesa il metodo d’Hondt, che nelle province piccole punisce la frammentazione: Sumar e Podemos, con lo stesso 7,6 per cento, otterrebbero tra sette e nove seggi se divise e fino a 19 se unite.

Come altrove in Europa, la manifestazione partita dalla questione della casa è degenerata piuttosto in fretta nel caso tra morti e feriti. In Plaça de Catalunya a Barcellona un accampamento con bandiere rosse e palestinesi, vuol fare ancora credere che gli obiettivi ultimi della protesta era, in effetti, la suddetta questione … Ma ciò non fa altro che alimentare i disagi sociali ripresi, la paura, il bisogno di sicurezza della gente ordinaria. Forse non in Catalogna, dove la destra non ha mai avuto terreno facile, ma altrove la tolleranza verso il terrorismo domestico trova le sue risposte della demagogia di destra, che promette protezione delle frontiere e ora nuovi piani casa. Per quanto un Paese possa crescere del 2,7 per cento, l’aspirazione verso un ripristino della normalità sociale nonché il normale riorientamento ideologico del paese dopo quai un decennio all’insegna della socialdemocrazia, è da tenere nel conto.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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