Risveglio di primavera (Adelphi 2026) di Frank Wedekind è una tragedia di adolescenti. Nella prefazione, Jonathan Franzen l’ha definita l’opera teatrale più bella e longeva della sua epoca. Al centro del dramma ci sono tre personaggi principali: Melchior Gabor, Wendla Bergmann e Moritz Stiefel. Ci furono anni, meno remoti di quanto si vorrebbe credere, in cui la sessualità era davvero un problema. Un problema che toccava le radici di tutto, ma che nessuno poteva affrontare apertamente. In questo clima irrompe Frank Wedekind, scrittore destinato a suscitare scandalo e a rivoluzionare il teatro. Con un testo pubblicato nel 1891, ma portato in scena soltanto nel 1906, per di più in una versione censurata. L’attacco sferrato da Wedekind alla cultura borghese era troppo violento per non apparire oltraggioso. A pagare nella propria carne l’ottusità e il moralismo repressivo di un’intera società sono adolescenti fragili e disarmati.
Sono uomini e donne murati nel rispetto di una legge astratta e soffocante. Il padre di Melchior incarna questa autorità nella sua forma più cieca e implacabile. Le accuse di “pazzia morale” che rivolge al figlio finiscono così per trasformarsi nella più feroce requisitoria contro l’intera società che Wedekind potesse concepire. Riletto oggi, in anni in cui dovremmo sentirci più consapevoli, il dramma continua a provocare leggero turbamento. Frank Wedekind iniziò presto a scrivere poesie e opere teatrali. Inadatto a un impiego convenzionale e alla vita borghese, si trasferì a Monaco, dove cercò di costruirsi una carriera letteraria. Tentò in ogni modo di ottenere rappresentazioni delle proprie opere, cercando di ingraziarsi il mondo teatrale e arrivando persino a proporre i suoi lavori a un circo. Morì nel 1918 per le complicazioni seguite a un’operazione all’addome.
Tra coloro che ne avrebbero raccolto l’eredità figurava il giovane Bertolt Brecht. Il copione completato nel 1891 conteneva riferimenti sessuali troppo espliciti per poter essere rappresentato sui palcoscenici tardo-vittoriani. Eppure, la sua forza non risiede soltanto nella provocazione. Wedekind riconosce nella solitudine la vera fonte della vergogna, soprattutto per chi vive il risveglio della sessualità senza strumenti per comprenderlo. Alla fine, ciò che conta davvero per gli adolescenti è sentirsi presi sul serio. Tutto il resto appare secondario. Poco prima di morire, Wedekind compilò un elenco di aggettivi per descrivere sé stesso in contrapposizione al suo contemporaneo e rivale Gerhart Hauptmann. In fondo a quella lista comparivano due parole: autentico ma orribile. La comicità involontaria, la tristezza e la rassegnazione racchiuse in questa autodefinizione restituiscono forse meglio di qualsiasi analisi lo spirito di Risveglio di primavera: un’opera autentica e terribile. Scandalosa e compassionevole.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
