Anselm Kiefer, alchimista tra le alchimiste

Fino al 27 settembre, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale di Milano ospita “Le Alchimiste”, un ciclo monumentale di quarantadue grandi teleri creati da Anselm Kiefer per questo spazio unico e ferito. La mostra nasce da un progetto avviato nel 2023 e presenta un’installazione site-specific concepita per dialogare con la drammatica bellezza di questo luogo segnato dal bombardamento del 1943. Curata dalla storica dell’arte Gabriella Belli, è promossa dal Comune di Milano e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte, con il contributo di Gagosian e Galleria Lia Rumma. Per comprendere la forza di questo allestimento bisogna anzitutto conoscere la storia dello spazio che lo accoglie. Già nota come “Sala degli Specchi”, la Sala delle Cariatidi fu costruita nel 1778 e decorata nel 1838 da Francesco Hayez con un affresco a tutta volta, distrutto nel 1943 quando i bombardamenti aerei causarono il crollo del soffitto.

Le quaranta figure femminili che reggevano il perimetro della balconata – le cariatidi, appunto – vennero gravemente danneggiate dall’incendio provocato dalle bombe alleate. Volutamente mai restaurate, quelle figure mutilate e annerite continuano a testimoniare la violenza della guerra. Nel 1953, in questo stesso spazio, fu esposta la “Guernica” di Pablo Picasso. Oggi le alchimiste di Kiefer vi si installano come in una casa naturale: donne la cui memoria è con pari violenza rimossa dalla storia si trovano a condividere lo spazio con figure di pietra cancellate a colpi di bomba. Le protagoniste dei teleri sono figure reali: Caterina Sforza, Isabella Cortese, Marie Meudrac, Rebecca Vaughan, Mary Anne Atwood, Anne Marie Ziegler, tra le altre. Vissute tra il Medioevo e la fine del Seicento, queste donne furono custodi di saperi antichi legati alla natura, al fuoco, alla terra e ai cicli vitali. Oggi le chiameremmo proto-scienziate, medichesse, erboriste, farmaciste, astrologhe.

Il legame con Milano non è casuale né decorativo. Centrale è la figura della Sforza, scienziata e condottiera, figlia del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, autrice di un raro manoscritto con oltre quattrocento ricette tra medicamenti e formule alchemiche. La città di Leonardo da Vinci, con la sua tradizione scientifica e culturale, diventa così l’interlocutore ideale di un’opera che interroga le radici del pensiero moderno attraverso il femminile rimosso. Otto delle quarantadue tele sono installate nella Saletta del Lucernario adiacente, ampliando il perimetro fisico e simbolico della mostra. L’insieme si configura come un unico, simbolico racconto pittorico in cui mito, storia, memoria collettiva, identità, distruzione e rigenerazione si intrecciano. Kiefer non è nuovo a questo tipo di confronto monumentale con la storia. Da decenni occupa una posizione di centralità assoluta nell’arte contemporanea, con opere esposte al Guggenheim di Bilbao, al Palazzo Ducale di Venezia, al Grand Palais di Parigi.

Attraverso la distillazione, la sublimazione, la calcinazione e la dissoluzione, le alchimiste sottoponevano la materia a trasformazioni continue per conoscerne la natura profonda. Come spiega Belli, «erano pioniere nella sperimentazione delle proprietà medicinali delle erbe, nella preparazione di pozioni ottenute con alambicchi e distillazione, destinate alla salute del corpo. In un’epoca in cui la scienza come la intendiamo oggi era ancora in bilico tra sperimentazione e fantasia, le donne, sovvertendo le priorità del lavoro alchemico […] si concentravano soprattutto sull’applicazione pratica dei risultati dei loro esperimenti». Per esercitare questa conoscenza dovettero spesso nascondersi, pubblicare sotto pseudonimi maschili, rischiare l’accusa di stregoneria. Kiefer, alchimista di materiali pittorici singolari, costruisce per loro un pantheon. In ogni tela, in alto, il nome dell’alchimista emerge in oro come un atto di riconoscimento e giustizia. Ci si chiede come l’artista abbia potuto fisicamente rappresentare queste opere, se non altro per la loro altezza.

Le incrostazioni di pittura paiono una fusion con materiali poco identificabili che concorrono tutti insieme verso un verdastro che ricorda, non a caso, la misticità di laboratori di streghe e stregoni. Sulle pareti di Kiefer va in scena l’espressione quasi di un incantesimo che si aggrappa alla verticalità del pannello. Ma che emerge con abbozzi di fiori e mani delle fattucchiere stesse. E sono diverse decine, questi pannelli. Come a voler perpetrare un atto riparatorio nei confronti delle vittime della (in)giustizia degli uomini, conferendo loro una dimensione divina. O meglio, divinatoria. Kiefer è sapiente con l’uso di materiali. Nulla è qui compiuto a caso, nonostante il fatto che a guardare le ampie tele non sempre sia immediato il senso che esse vogliono esprimere. Ogni pannello rivela una storia torbida, mistica. Che è stata ferita e che lo spettatore riconosce come sommando tutti gli elementi dei dettagli contornanti la figura.

Il processo pittorico di Kiefer è anch’esso alchemico nel senso più letterale del termine. L’artista sottopone le proprie superfici pittoriche a stadi continui di trasformazione. Usa il fuoco e la fiamma ossidrica, gli acidi, incide, taglia, cuce e ricomincia da capo. Sulla tela si sedimentano piombo, zolfo, ossidi, cenere, petali di fiori, piante officinali, crogiuoli – e, soprattutto, oro. Per lui l’alchimia – in particolare quella alessandrina, che seppe fondere l’arte pratica della metallurgia sacra egizia con la speculazione greca sulla natura della materia – non è un repertorio esoterico. Quanto, un autentico modello di pensiero. Ciò che lo affascina è il suo carattere processuale: la capacità dei materiali di mutare, di attraversare stati diversi. Come ispirava Robert Fludd a scrivere che «ogni pianta sulla terra ha una stella corrispondente in cielo», anche Kiefer tende a ricomporre ciò che la razionalità scientifica ha separato. Osservatore e osservato, materia e spirito, microcosmo e macrocosmo.

Entrare nella Sala delle Cariatidi equivale ad immergersi in un’opera d’arte a sé, vero. Ma in particolare, durante questa mostra, è un’esperienza che supera la semplice visione. Si possono non amare i soggetti ritratti da Kiefer … Ma non si può restare indifferenti dalla grandezza artistica del Nostro e della sua poliedricità materiale e pittorica. Le grandi tele avvolgono lo spettatore, le superfici rugose e stratificate sembrano respirare, le figure femminili emergono dalla materia come visioni trattenute a lungo nell’oscurità. C’è qualcosa di iniziatico in questo percorso. Qualcosa che richiede lentezza e disponibilità all’abbandono. Le cariatidi mutilate sulla parete di fondo e le alchimiste sulla tela si guardano attraverso secoli di silenzio imposto. È in quel dialogo muto tra le une e le altre che la mostra raggiunge la sua risonanza più profonda. Non una celebrazione del passato, ma un atto di restituzione.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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