Rigore tedesco, eleganza francese e opulenza russa nel mondo di Fabergé

A Baden-Baden, città termale incastonata tra le colline del Baden-Württemberg ed iconico luogo che richiama le bellezze della Belle époque in stile Jugendstil e viali eleganti, il Museo Fabergé ripercorre in continuazione con la pace del luogo le opere del grande gioielliere. Inaugurato nel 2009 dal collezionista russo Alexander Ivanov, è il primo museo al mondo interamente dedicato a Carl Peter Fabergé e alla sua produzione. Più che una semplice esposizione, è un’immersione in un universo fatto di precisione tecnica, fantasia e potere simbolico. Già entrando, l’impressione è quella di uno spazio raccolto. Luci basse, vetrine illuminate con attenzione chirurgica. Come se ogni oggetto dovesse emergere dal buio. Non c’è nulla di casuale. Il percorso sembra costruito per rallentare lo sguardo, costringerlo a soffermarsi sui dettagli che sono il marchio di fabbrica di Fabergé sin dalle sue prime boutique di Mosca, San Pietroburgo, Odessa, Kiev e Londra.

Al piano inferiore, dopo aver varcato un’entrata neoclassica che attira l’attenzione sul multilinguismo del Museo – russo, tedesco, francese e inglese – la boutique amplifica questa sensazione, evocando una sorta di scrigno segreto, una moderna grotta di tesori dove ogni superficie riflette valore. Viene spontaneo chiedersi quale livello di sicurezza protegga un patrimonio simile! Poi si sale al primo piano. Si entra nella caverna delle meraviglie. La collezione conta oltre 1.500 pezzi originali di inestimabile il valore. E sono raccolti in più di trent’anni attorno alla vasta ed eterogenea produzione della casa Fabergé. Non ci sono solo gioielli, ma anche oggetti quotidiani trasformati in opere d’arte. Portasigarette, campanelli, portafiammiferi, sigilli, piccoli contenitori, flaconcini, manici di ombrello, statuette. È qui che emerge uno dei tratti più distintivi dell’atelier: la capacità di rendere straordinario l’ordinario. E anche costoso: molti erano infatti regali diplomatici, che le casate reali europee si scambiavano fino alla Grande Guerra.

In Fabergé, l’utile non esclude mai l’estetico. Anzi lo esalta. Il cuore dell’esposizione non è legato, come si potrebbe immaginare vista la fama dell’artista, alle celebri uova, commissionate anzitutto dagli zar della dinastia Romanov. Sono considerate il vertice dell’arte orafa europea, non solo per il valore dei materiali, ma per l’invenzione che racchiudono. Ogni uovo nasconde una sorpresa, un meccanismo, un racconto. Tra gli esemplari più significativi spicca uno degli ultimi progetti incompiuti, la “Constellation of the Heir Alexei” del 1917, simbolo di un mondo che stava per scomparire con la Rivoluzione russa che obbligò anche il gioielliere a lasciare il paese. Dalla mostra poliedrica emerge quasi che ridurre Fabergé alle sue celebri uova risulterebbe limitante. Queste rappresentano infatti solo una piccola parte della produzione complessiva. L’atelier storico lavorava per circa sessanta famiglie tra le più influenti del mondo. Dunque, la sua produzione era per necessità vasta.

Già nei primi anni, sotto la guida di Fabergé, che nel 1872 rilevò l’attività fondata dal padre, si affermò un cambiamento radicale nel gusto e nell’estetica. Quindi, meno enfasi sulle grandi pietre preziose e maggiore attenzione al design, ai colori e alle tecniche di smaltatura. Sul dettaglio maniacale e sulle dimensioni. Questa trasformazione segnò una svolta nella storia della gioielleria. Fabergé introdusse infatti un linguaggio visivo nuovo, fatto di pietre semipreziose – spesso provenienti dalla Siberia – e di combinazioni cromatiche inaspettate. Ma le sue creazioni non erano solo oggetti di lusso, quanto piccoli universi narrativi. Le figurine di animali, ad esempio, diventano uno dei tratti più riconoscibili. Elefanti portafortuna, creature scolpite in pietre colorate, collezionate dall’aristocrazia europea … Anche soggetti più esotici (come due degli undici Buddha in pietra verde acquisiti dalla famiglia reale tailandese), testimoniano l’ampiezza geografica e culturale della sua clientela che ancora oggi lo porta in punta di dita.

Accanto a questi oggetti si trovano creazioni più complesse, come servizi da tavola, vasi o caraffe. In alcuni casi emerge anche una dimensione quasi ironica: una caraffa a forma di coniglio-madre, con bicchieri che rappresentano i piccoli, diventa un racconto visivo sul tema dell’ebbrezza. Ogni elemento è pensato nei minimi dettagli, dalla fusione dei materiali alla cottura degli smalti. È una produzione che unisce invenzione e disciplina, libertà creativa e controllo assoluto. Di certo, della genialità nel concept. Il Museo Fabergé restituisce anche il contesto in cui l’artista operava. Sono presenti documenti, disegni, regali, fotografie d’epoca e opere di contemporanei come René Lalique, Charles Lewis Tiffany ed altri gioiellieri russi di fine XIX ed inizio XX secolo, che permettono di confrontare diverse interpretazioni del lusso. Tuttavia, la specificità di Fabergé resta evidente: una sintesi tra rigore tedesco, eleganza francese e opulenza russa.

Di origini francesi, la famiglia lasciò il regno sotto Luigi XIV nel XVII secolo e si trasferì in Germania. Da lì il padre di Carl Fabergé andò a lavorare a San Pietroburgo. Ma con la rivoluzione del 1917 tutto si interruppe. Fabergé lasciò il paese e si rifugiò in Svizzera, a Losanna, dove morì nel 1920. Non tornò mai più in Russia oggi riposa con la moglie nel cimitero di Cannes. Il Museo Fabergé è il racconto di un’epoca. E di una visione dell’arte in cui precisione e immaginazione convivono. In una città che ha fatto della bellezza e del benessere il proprio marchio, l’opera di Fabergé trova una collocazione quasi naturale. Nonostante il gioielliere non abbia mai vissuto qui, è come se Baden-Baden fosse diventata il luogo ideale per custodirne l’eredità. Discreta, raffinata e allo stesso tempo profondamente consapevole del valore dell’eleganza.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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