Dal 3 febbraio al 14 giugno 2026, le sale di Palazzo Reale di Milano ospitano una delle retrospettive più complete mai dedicate in Italia a “I Macchiaioli”. Il titolo della mostra riprende il nome del movimento che nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento ha rappresentato la rottura più radicale con l’accademia del tempo. Il progetto è firmato da tre tra i maggiori studiosi del movimento: Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca. Che hanno fatto sì che oltre cento opere provenienti dai principali musei italiani – le Gallerie degli Uffizi e Palazzo Pitti, la Pinacoteca di Brera, il Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la GAM di Torino – insieme a significativi prestiti da collezioni private componessero un percorso articolato in nove sezioni tematiche. La mostra ricostruisce un’intera stagione della cultura italiana, intrecciata alle vicende del Risorgimento, all’eredità positivista e alla febbre patriottica di una generazione.
Un po’ di Storia, anzitutto. Il fenomeno macchiaiolo si sviluppa tra il 1848 e il 1872, in un’Italia attraversata da guerre d’indipendenza, fermenti politici e aspirazioni unitarie. Il punto di raccolta ideale del gruppo è il Caffè Michelangiolo di Firenze. Dove dal 1855, si ritrovano giovani pittori di provenienza diversa: Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Odoardo Borrani, Vincenzo Cabianca, Adriano Cecioni, Serafino De Tivoli. Ma soprattutto i più celebri Giovanni Fattori, Silvestro Lega e Telemaco Signorini. A costoro, si uniranno gli altrettanto famosi Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi. I giovani del Michelangiolo si riconoscono in quell’urgenza di verità. Ma la elaborano in modo autonomo, sviluppando una maggiore sintesi formale. La “macchia” non è soltanto una tecnica pittorica: è una concezione del vedere. Secondo i Macchiaioli la percezione visiva si fonda sui rapporti di luce e ombra, di colore e contrasto, prima ancora che sui contorni.
Un elemento che rende la mostra particolarmente significativa è l’attenzione dedicata al rapporto tra i Macchiaioli e la dimensione internazionale della pittura dell’Ottocento. Sebbene il movimento nasca e si sviluppi in Italia – e poco è conosciuto, a dire il vero, al d là di quei confini – non manca un confronto implicito con le contemporanee esperienze francesi, in particolare con la pittura di paesaggio e con le prime ricerche impressioniste. I Macchiaioli, infatti, pur senza costituire un gruppo organizzato in senso stretto, anticipano infatti alcune soluzioni visive che troveranno pieno sviluppo oltralpe. Ovvero, la pittura en plein air e i paesaggi bucolici, l’uso della luce come elemento strutturante della composizione, nonché la rappresentazione della vita moderna. Questo dialogo, mai esplicito ma costante, contribuisce a collocare la loro esperienza in una prospettiva europea, restituendo al visitatore la consapevolezza di un’avanguardia che, pur radicata nel contesto risorgimentale italiano, guarda oltre i propri confini.
Il contesto storico che nutre questa rivoluzione pittorica è inseparabile dal Risorgimento. Molti dei Macchiaioli partecipano direttamente agli eventi bellici. Tutti condividono gli ideali mazziniani ed appartengono a una generazione che nel 1848 aveva intravisto la possibilità di un cambiamento radicale. In aperta polemica con l’accademismo e con i modelli classicisti e romantici ancora dominanti, rifiutano l’astrazione ideale del Neoclassicismo e l’enfasi sentimentale del Romanticismo per rivolgersi alla realtà concreta. Cioè il paesaggio osservato dal vero, le scene quotidiane, il lavoro, la famiglia, gli episodi della storia recente colti nella loro dimensione umana e non celebrativa. Tra le opere più emblematiche dei Macchiaioli qui esposte spicca “L’educazione al lavoro” di Lega, ambientata nella casa Batelli a Piagentin. Il gesto umile e quotidiano che intercorre tra la maestra e la piccola apprendista si eleva a fatto esemplare, a monito verso i valori di civiltà di cui la borghesia toscana è depositaria.
La parabola del movimento si chiude nel 1872 con la morte di Giuseppe Mazzini. Esiliato e rientrato in Italia sotto falso nome, il patriota si spegne a Pisa suscitando un cordoglio nazionale. Lega, che si era sempre riconosciuto nei suoi ideali e per essi aveva combattuto, lo ritrae nel letto di morte con straordinaria commozione. I Macchiaioli diventano allora, nei loro ultimi capolavori, gli interpreti di una disillusione amara. Nei potenti dipinti militari del Fattori la solitudine del soldato si fa emblema di un’umanità che ha smarrito i propri punti di riferimento. Benché Firenze rappresenti la culla del movimento, è a Milano che la loro fortuna critica e collezionistica si consolida nel tempo. Dopo la Grande Guerra, le opere macchiaiole emergono dai salotti borghesi e dalle raccolte familiari. Tra i collezionisti più attenti vi sono l’imprenditore Giacomo Jucker e Arturo Toscanini, che custodisce “La toeletta del mattino” del Signorini.
Quest’opera che eserciterà un fascino duraturo anche sul regista Luchino Visconti, che ne “Il Gattopardo” (1963) il riferimento ai Macchiaioli è meno diretto ma altrettanto pregnante, con opere di Lega, Signorini e Cabianca che contribuiscono alla costruzione delle sequenze ambientate a Donnafugata e nei quartieri popolari di Palermo. Un film-documentario racconta questa storia alla fine della mostra. Che non si limita a presentare una rassegna di capolavori. Tre conversazioni pubbliche con i curatori – il 3 marzo, il 16 aprile e il 19 maggio in Sala Conferenze a Milano – approfondiscono il legame tra storia dell’arte e storia politica. Una serie podcast in dodici episodi, prodotta da 24Ore Podcast, porta la mostra fuori dalle sale. “I Macchiaioli” a Palazzo Reale è la restituzione al pubblico di una pagina fondamentale della storia dell’arte italiana. Quella in cui la pittura smise di celebrare miti e allegorie per guardare dritto negli occhi il proprio tempo.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
