Washington Post, Bezos, il potere: la resa del giornalismo?

Sarà pure San Valentino, ma il Washington Post non se la passa benissimo. Uno dei giornali-mastino della democrazia americana sta vivendo un brutto periodo sia per una crisi strutturale, che per un collasso di natura politica più ampio. Nei giorni scorsi lo storico giornale del “Watergate” ha annunciato l’uscita di scena del suo AD, Will Lewis, appena tre giorni dopo aver licenziato circa un terzo della forza lavoro. La decisione, brutale, ha colpito tutti i settori della redazione, portando alla chiusura dello storico dipartimento sportivo, allo smantellamento della fotografia, alla drastica riduzione della copertura internazionale e locale. Quindi alla cancellazione di podcast e sezioni culturali. Una vera e propria amputazione di un’istituzione centrale del giornalismo statunitense. Che riflette non solo la crisi del business, ma il decadimento degli Stati Uniti come ultima frontiera della libertà mediatica e del controllo del potere.

Lewis ha comunicato le dimissioni con una breve e-mail, parlando di “decisioni difficili” prese per garantire il futuro del giornale. Ma né lui né il proprietario del Washington Post, Jeff Bezos, hanno avuto il coraggio di presentarsi davanti ai giornalisti nel momento dell’annuncio dei licenziamenti. Lewis, anzi, è stato fotografato poi a un evento mondano del Super Bowl mentre i suoi colleghi perdevano il lavoro. Il dettaglio non è folklore. Il capitano che lascia quando la nave naviga acque impervie? Una brutta immagine. Senza contare l’attacco del potere politico del proprietario che influenza e scarica il costo delle proprie scelte su chi produce informazione. Peraltro, l’e-mail inviata ai dipendenti aveva il tono robotico della peggiore comunicazione aziendale: «Scrivo per condividere la difficile notizia che la tua posizione è stata eliminata come parte dei cambiamenti organizzativi odierni». Forse sarà stata scritto anche scritto con l’IA …

Formalmente, a guidare ora il Post sarà il direttore finanziario Jeff D’Onofrio, che ha parlato di “dati”, “clienti” e “valore per il pubblico”. È il linguaggio tipico del management, lo stesso che ha accompagnato l’intera gestione Lewis. Ovvero, il giornalismo ridotto a prodotto, i lettori a consumatori, la linea editoriale a una funzione dell’analisi di mercato. Non ad un servizio alla cittadinanza. Ma qui non siamo davanti solo a una ristrutturazione aziendale. Quanto alla trasformazione di un giornale simbolo in un caso di studio di autodistruzione democratica più grande che sta avvenendo negli Stati Uniti oggi. Perché questa crisi non nasce con i licenziamenti. Ma prima. Durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2024, il Washington Post ha scelto di non sostenere alcun candidato. Una decisione pilatesca imposta dall’alto. Che ha rotto una tradizione decennale e ha provocato la perdita di decine di migliaia di abbonati.

Quella decisione aveva bloccato un endorsement già scritto in favore di Kamala Harris, provocando la cancellazione di centinaia di migliaia di abbonamenti in segno di protesta. Ufficialmente, una scelta di “non partigianeria”. Nella realtà, un segnale chiarissimo di allineamento prudente al nuovo clima politico, di demagogia. E anche terrore, nel tentativo di non inimicarsi il potere che stava (ri)emergendo. Ex direttori storici, come Marty Baron, hanno parlato senza mezzi termini di un tentativo di compiacere Donald Trump e di un processo di distruzione quasi istantanea del brand. Duri i commenti dei sindacati dei giornalisti hanno definito l’era Lewis come «un tentativo di smantellare una grande istituzione del giornalismo americano». E hanno chiesto a Bezos di fare una scelta netta: reinvestire o vendere il giornale. Ed è qui che la notizia diventa politica. Perché il problema non è solo Lewis, ma il modello Bezos.

Il Washington Post non è di proprietà di un editore indipendente, ma di uno degli uomini più potenti del mondo, profondamente intrecciato con lo Stato, con la tecnologia, con l’economia globale. Bezos non è esterno al potere: è parte del potere. Amazon, i contratti governativi, il cloud, la logistica militare, le relazioni con la Casa Bianca. Pensare che un giornale controllato da una figura del genere possa essere davvero libero nei momenti decisivi è ormai un’illusione che i fatti stanno smontando. Quando Bezos acquistò il Washington Post nel 2013 dalla storica famiglia Graham per 250 milioni di dollari, promise un’“era d’oro” (ricorda qualcuno?). Ma i fatti raccontano tutt’altra storia. Il giornale ha perso enormi quantità di denaro, il pubblico si è dimezzato negli ultimi anni. E il traffico da ricerca online è calato di quasi la metà in tre anni, in parte per l’ascesa dell’IA generativa.

Il progressivo abbandono della denuncia delle malefatte, della corruzione, delle perversioni istituzionali, dello smantellamento dello Stato di diritto negli Stati Uniti, dei conflitti di interesse in onda negli Stati Uniti da un anno a questa parte, va di pari passo con l’avvicinamento alla corte di Trump da parte dei vari Bezos e di tutti quei CEO (anticamente di fede democratica) che seguono il vento del momento – da Tim Cook in giù. In questo ecosistema, il giornalismo non deve disturbare, ma accompagnare. Non smascherare, ma normalizzare. Lewis ha sperimentato cambiamenti radicali per trasformare l’organizzazione, abbracciando in particolare l’IA per alimentare commenti, podcast e aggregazione di notizie. Tra i licenziati figurano casi che hanno sconvolto la redazione. Un corrispondente dall’Ucraina licenziato in zona di guerra, tutti i fotografi dello staff eliminati; e un giornalista sportivo che dalle Olimpiadi Milano-Cortina ha dichiarato che avrebbe continuato a inviare articoli nonostante il licenziamento.

In questo contesto va letta anche l’operazione del documentario su Melania Trump finanziato da Bezos: un progetto politicamente rivelatore, culturalmente vuoto. Che si è rivelato un flop commerciale – solo in Italia ha incassato meno di 800 euro. Il punto, dunque, è la scelta di un editore che investe in prodotti di contiguità con il potere invece che nella difesa dell’autonomia del proprio giornale e della democrazia in America. Quello che emerge, nel caso del Washington Post, è un meccanismo ormai strutturale negli Stati Uniti. Cioè che la stampa non viene censurata, ma integrata. Non repressa, ma addomesticata. È una forma di autocrazia soft, in cui la libertà formale sopravvive e quella sostanziale si restringe. Quando il giornalismo rinuncia a perdere privilegi pur di dire la verità, la democrazia è solo di rito. Quando l’informazione viene subordinata agli interessi dell’oligarchia, la democrazia diventa un brand: buono finché vende, sacrificabile quando disturba.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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