Vance-Walz, dibattito civile (sul Midwest) che non sposta molti voti

Martedì sera scorso è stato il turno dei vice e del Midwest: J. D. Vance, candidato alla vicepresidenza repubblicano e Tim Walz, candidato democratico, si sono affrontati in un dibattito televisivo definito il più importante per le rispettive carriere. E non solo perché dovevano difendere le proposte dei loro boss. Ma dovevano essere in grado di spostare alcuni voti, attorno a tematiche cruciali su cui si gioca la campagna elettorale. Economia e immigrazione su tutte. Difficili enormi transumanze di voti, specialmente in questo momento della campagna e in un evento, il dibattito tv tra vice, che storicamente non è molto significativo. Di solito questi confronti non attirano molta attenzione, eccettuato quello del 2008, tra l’allora candidato VP Joe Biden e la governatrice dell’Alaska Sarah Palin. Quello che però è significativo di quello Vance-Walz è che a scontrarsi sono stati due uomini – entrambi rappresentativi – del Midwest.

Vance e Walz appartengono ad una regione che storicamente sempre in bilico e contribuisce a decidere le sorti del vincitore o della vincitrice in novembre. Il vice di Donald Trump si è preparato con l’aiuto del deputato Tom Emmer, del Minnesota come Walz. Il ministro dei Trasporti Peter Buttigieg – che non potrebbe essere più diverso del senatore dell’Ohio con cui condivide solo l’età – ha invece aiutato il vice di Kamala Harris. Il Midwest è stato il protagonista del dibattito: perché è delle condizioni di questo che i due candidati hanno implicitamente discusso. Trasmesso da CBS e moderato dalle giornaliste Norah O’Donnell e Margaret Brennan, il dibattito è durato poco meno di due ore. A differenza di quello Trump-Harris, il Vance-Walz si è concentrato sugli aspetti contenutistici dei programmi, senza colpi bassi o insulti.

Anzi: i due si sono trovati d’accordo su alcuni dossier e sui metodi bipartisan di risoluzione degli stessi. Un match civile – e in questo senso noioso, vista oramai l’abitudine per il colpo di scena. Stretta di mano all’inizio, stretta di mano alla fine; qualche battuta e perfino qualche sorriso. Walz, che a principio appariva più incerto, ha spesso attaccato Trump. «Non è la persona giusta in questo momento», ha detto. Vance, da subito il più sciolto tra i due, ha accusato Harris di «aver lasciato muoversi liberamente i cartelli messicani della droga». I due hanno espresso posizioni opposte su tutto. Dal diritto di aborto al cambiamento climatico. Dall’emergenza migranti all’economia. Dalla diffusione delle armi alle trivellazioni petrolifere. Ma la sensazione è che regnava un clima di fair play, di riconoscimento della dignità dell’avversario e dei necessari compromessi che al Congresso democratici e repubblicani devono e dovranno condurre.

Nella serata dell’attacco iraniano contro Israele, né Vance né Walz hanno risposto alla prima domanda sul sostegno a Tel Aviv. Vance ha ricordato che Trump “garantirebbe” la pace. Walz ha detto che Trump non è l’uomo giusto per risolvere questa ed altre crisi. Vance ha accusato Harris per la politica dei confini aperti che favoriscono i cartelli della droga, come a Springfield, in Ohio, dove gli illegali metterebbero sotto pressione i servizi pubblici. Storia smentita e “fact-checked” dalle conduttrici. Walz ha accusato Vance di «diffamare e disumanizzare i migranti». Sull’aborto, Vance ha contestato ai dem di avere una posizione radicale. Ma poi ha detto: «Siamo pro-donne. Siamo pro-libertà di fare le proprie scelte». Poi Walz sugli attacchi dei filo-trumpiani il 6 gennaio 2021, bollato come un attacco alla democrazia. Ma secondo Vance la minaccia per la democrazia è «quella della censura» dei dem.

Difficile trovare un vincitore, ma secondo un instant poll di martedì sera di CNN, Vance avrebbe vinto il dibattito su Walz per 51 a 49. Se è vero che, come ha scritto il New York Times (1° ottobre 2024) l’obiettivo dei vicepresidenti è quello di non danneggiare i candidati, è ovvio che anche i vicepresidenti hanno una loro personalità, che può rivelarsi utile o meno alla causa dei loro principals. Nelle ultime settimane, Walz non sembra aver lavorato molto sulla questione più debole della sua campagna elettorale: farsi conoscere dal pubblico. Una questione che Vance, d’altra parte, non conosce dal momento che nonostante la giovane età calca la scena politica nazionale da anni. Il governatore del Minnesota è apparso di recente al fianco di Harri e non è parso convincente quando ha dovuto spiegare alcune controversie del suo passato militare.

Ma il passato problematico non è solo un qualcosa che potrebbe tormentare Walz nel post-dibattito. Il senatore del best seller Elegia americana in passato aveva definito Trump un “America’s Hitler”. Tutto è perdonato, in un partito che oramai è diventato quasi un partito personale. Sotto Trump, la quasi interezza del Grand Old Party si è consegnata anima e corpo al complottismo, al disprezzo per i valori repubblicani, al velato razzismo, alla negazione dei principi statunitensi, tra cui stato di diritto, democrazia liberale, tolleranza e decency. Proprio settimana scorsa molti repubblicani hanno preso – a parole – le distanze da Trump per gli insulti a Harris in un comizio in Wisconsin. Il tycoon ha definito la vicepresidente «una disabile mentale» che vorrebbe trasformare gli Stati Uniti in «un inferno del Terzo Mondo». Secondo Trump, Biden «è diventato un disabile mentale», mentre «Kamala è nata così».

Ed è sempre su Trump che occorre aprire parentesi in questa campagna elettorale. Dopo gli entusiasmi pro-Harris estivi, Trump si riconferma il candidato di cui si parla di più. Al di là del fatto che talloni Harris di qualche punto, nonostante gli scandali e i processi in corso. Ha fatto discutere in questi giorni il film “L’apprendista”, dal titolo del programma omonimo che Trump ha condotto dal 2004 e che gli ha assicurato una fama notevole su scala mondiale, al di fuori dalla New York dove regnava come palazzinaro dalle dubbiose connessioni affaristiche. Il film racconta il giovane Trump ed è immediatamente finito nel mirino dei sodali, a partire da Steven Cheung, il portavoce. La pellicola ripercorre l’ascesa di un figlio di papà ambizioso e cinico, ma soprattutto senza scrupoli. Le basi per la costruzione dell’animale politico che conosciamo oramai da quasi dieci anni.

Già perché al di là del fatto che Trump si presenti come il “nuovo”, era il 2015 quando il tycoon annunciava la sua discesa in campo dalle scale mobili della Trump Tower. Un personaggio ingombrante e predominante in questi anni. Una ragione in più per considerare il dibattito Vance-Walz piuttosto irrilevante rispetto all’impatto delle dichiarazioni di Trump. Nei giorni scorsi Walz ha ammesso di essere meno abile nei dibattiti rispetto a Vance – «Lui ha studiato a Yale e io sono un insegnante delle scuole pubbliche». Ma questa retorica, apparentemente imprudente, fa parte di un’accurata strategia per catturare l’elettorato del Midwest. Regione nella quale secondo un sondaggio di New York Times/Siena College, Walz sarebbe visto in maniera più favorevole di Vance. Il 44 per cento degli elettori in Ohio, Michigan e Wisconsin hanno un’opinione positiva di Walz, mentre il 41 negativa. Vance 41 a 48 per cento rispettivamente.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

RispondiAnnulla risposta

Scopri di più da ★ Blackstar

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere

Exit mobile version