Louis-Ferdinand Céline e le controversie di un genio letterario

Louis-Ferdinand Céline, nato centotrenta anni fa, il 27 maggio 1894, è stato una figura controversa nel panorama politico francese per il suo collaborazionismo e antisemitismo, ma fu anche un genio della letteratura. Nato con il cognome di Destouches a Courbevoie, vicino Parigi, adottò lo pseudonimo Céline in onore della nonna materna. La sua infanzia, segnata da ristrettezze economiche, influenzò profondamente la sua visione del mondo. Cresciuto in un ambiente piccolo borghese, sviluppò presto un’avversione per le gerarchie sociali e una sensibilità acuta verso le ingiustizie. Il padre, Fernand Destouches, era un uomo frustrato e antisemita. La madre, Marguerite Louise-Céline Guillou, proveniva da una famiglia modesta. Radici che gettarono le basi per lo stile unico del futuro scrittore, caratterizzato da un linguaggio crudo che avrebbe rivoluzionato la letteratura francese. La Prima Guerra Mondiale segnò un punto di svolta nella sua vita – in battaglia rimase ferito al braccio destro e alla testa.

Croix de guerre e Médaille militaire non servirono a diminuire il suo nichilismo e pessimismo, temi ricorrenti nelle sue opere future. La guerra aprì gli occhi di Céline sulla fragilità della vita umana, spingendolo verso posizioni pacifiste estreme, come molti della sua generazione, peraltro. Ciò lo avrebbe portato poi ad appoggiare le rivendicazioni della Germania nazista pur di evitare nuovi conflitti. Ma forgiò anche il suo caratteristico stile letterario, mescolando cinismo, compassione e una profonda disillusione. Dopo la guerra lavorò presso il consolato francese a Londra, dove incontrò la sua prima moglie, Suzanne Nebout. In seguito, firmò un contratto con una compagnia per dirigere una piantagione di cacao in Camerun. Tornato in Francia, si dedicò agli studi di medicina, laureandosi nel 1924 all’Università di Rennes.

La sua tesi su Ignác Semmelweis, che introdusse l’asepsi ospedaliera, già mostrava la sua capacità di trascendere l’arida prosa scientifica per creare una narrazione avvincente. Dal 1924 al 1928, Céline lavorò per la Società delle Nazioni, viaggiando in diversi paesi. Questi viaggi ampliarono la sua visione del mondo e alimentarono la sua convinzione sull’inaridimento dell’uomo moderno. Al suo ritorno in Francia, si stabilì a Montmartre come medico dei poveri. Di nuovo, un’esperienza che influenzò sia la sua scrittura che la sua visione della società. Il 1932 segnò l’ingresso di Louis-Ferdinand Céline nel pantheon della letteratura con la pubblicazione di Viaggio al termine della notte. L’opera – rivoluzionaria nel tono e nello stile – catturò l’attenzione del pubblico e della critica. Cinico e disincantato sulla condizione umana, il romanzo è una testimonianza di quale fosse già al tempo il linguaggio di Céline, tra ellissi, iperboli e un dissacrante humor nero.

La svolta ideologica di Louis-Ferdinand Céline verso un marcato antisemitismo e collaborazionismo durante gli anni Trenta e Quaranta è il capitolo più oscuro della sua vita. I suoi pamphlet antisemiti, in particolare Bagatelle per un massacro (1937) e La scuola dei cadaveri (1938), ne incrementarono la fama. Sebbene Céline sostenesse di aver scritto “degli ebrei” e non “contro gli ebrei”, le sue opere di questo periodo sono impregnate di antisemitismo virulento e nazionalismo esasperato. Per quanto non giustificabile, la “doppia svolta” coincise con una serie di delusioni personali e professionali. Oggi resta un’ombra indelebile quanto vergognosa sulla sua reputazione letteraria, che accostano l’autore ad uno di quei matti sullo sfondo di un delirio politico e di inverosimili manie di persecuzione personali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Louis-Ferdinand Céline si compromise con il regime di Vichy e l’occupazione tedesca.

Certo, pur non essendo mai stato ufficialmente un fascista o un membro organico del regime (in buona compagnia, insieme con Robert Brasillach, Pierre Drieu La Rochelle, Lucien Rebatet (che aveva accolto con estremo piacere Bagatelle), le sue posizioni lo resero inviso alla Resistenza e agli Alleati. Nel 1944, con l’avanzata degli Alleati, Céline fu costretto a fuggire dalla Francia, iniziando un periodo di esilio che lo portò prima in Germania e poi in Danimarca. A Sigmaringen, dove si erano rifugiati i membri del governo di Vichy, Céline visse il rovinoso crollo dell’impero nazista. Gli anni di fuga ed esilio in Danimarca, segnati da difficoltà e privazioni, fornirono il materiale per la sua “Trilogia del Nord”, una serie di romanzi che offrono una visione apocalittica del crollo del Terzo Reich. Il ritorno in Francia nel 1951 fu segnato dall’emarginazione.

Condannato in contumacia a un anno di carcere, beneficiò di un’amnistia che gli permise di evitare la prigione, ma non lo liberò dallo stigma sociale. Stabilitosi a Meudon, a Sud di Parigi, Céline visse gli ultimi anni di vita in isolamento, continuando a scrivere e a esercitare la professione medica. La maggior parte degli intellettuali francesi, guidati da Jean-Paul Sartre (che letterariamente non reggeva il confronto), chiedevano che fosse ignorato e dimenticato. Tuttavia, alcuni, come Albert Camus, lo difesero pubblicamente nonostante le divergenze ideologiche – Camus si era anche speso contro la pena di morte per Brasillach per motivi umanistici. Nonostante l’ostracismo, Céline continuò a produrre opere di grande valore letterario, tra cui Da un castello all’altro (1957) e Nord (1960), che confermarono il suo status di innovatore stilistico. Il suo editore, Gaston Gallimard, riuscì a rilanciare la sua carriera, nonostante gli scandali.

Gli ultimi anni di Louis-Ferdinand Céline furono caratterizzati da un isolamento quasi totale. Dalla casa di Meudon usciva raramente, circondato com’era da libri, cianfrusaglie e animali domestici. Vestiva come un barbone, ma continuava a fare il medico-scrittore. E talvolta riceveva giornalisti e visitatori, tra cui gli scrittori beat Allen Ginsberg e William S. Burroughs, suoi ferventi ammiratori. Céline lavorò fino all’ultimo ai suoi romanzi, completando “Rigodon” poco prima della morte. Il 1º luglio 1961, Louis-Ferdinand Céline si spense a causa di un aneurisma, nell’indifferenza generale del mondo culturale. La sua morte fu oscurata sui giornali francesi dalla notizia del suicidio di Ernest Hemingway, il giorno successivo. Gran parte della stampa lo liquidò come anarchico razzista e dall’opera oscena e antisemita. Denis Lavant lo interpreta perfettamente nel film del 2016 “Louis-Ferdinand Céline”, di Emmanuel Bourdieu. Oggi si può e si deve completare questo giudizio con la valutazione dell’uomo di prosa.

Louis-Ferdinand Céline rimane una figura polarizzante nel panorama letterario. Il suo genio stilistico e la sua capacità di catturare ansie e contraddizioni del XX secolo sono indiscutibili. Allo stesso tempo, il suo antisemitismo e le sue scelte politiche durante la guerra rimangono inaccettabili. Elementi su cui riflettere nell’ambito del talvolta complicato rapporto tra letteratura e morale. L’influenza di Céline sulla letteratura del XX secolo rimane innegabile. Autori come Jack Kerouac e Charles Bukowski lo hanno citato come fonte di ispirazione. Il lascito di Céline, con la sua prosa innovativa e la sua visione spietata della condizione umana, rimane un punto di riferimento per comprendere le complessità e le contraddizioni della prima metà del secolo scorso. La recente scoperta di manoscritti inediti, Londres e Guerre, non hanno mancato di gettare nuova luce su questa figura letteraria complessa che, in fondo, usava il mezzo del romanzo per raccontare la sua vita.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su AlterThink)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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