Convention democratica a Chicago, critiche sul programma

L’altro ieri si è conclusa la convention democratica allo United Center di Chicago. Delegati, politici, manifestanti, lobbisti, giornalisti e influencer si sono incontrati in un evento completamente riscritto dopo l’azzardo del cambio di candidato. La candidata Kamala Harris, che ha accettato la nomination, ha parlato per ultima alla convention che ha fatto da sipario sulla carriera di Joe Biden, intervenuto lunedì scorso. «America, ti ho dato il meglio di me», ha detto il presidente in carica facendo il punto sui suoi cinquant’anni di servizio pubblico, commosso tra i cartelli “I love Joe”. Biden ha rivendicato con orgoglio gli anni alla Casa Bianca, tra riforme, programmi sociali, investimenti, nonché la lotta contro l’inflazione. Qualche giorno fa, nella prima intervista alla Cbs dopo il 21 luglio – quando ha rinunciato alla rielezione – ha dichiarato che «i dem alla Camera e al Senato pensavano che li avrei danneggiati alle elezioni».

Sul 27 giugno, giorno del primo dibattito contro Donald Trump: «Ho avuto una giornata davvero brutta quel giorno, ero ammalato». Ma in un discorso che racchiudeva gratitudine e sollievo, alla convention democratica Biden ha tirato fuori la grinta e ha spiegato il passo indietro dicendo che ha sempre messo davanti a tutto «you, the people». Tono agrodolce del presidente, in questa toccata e fuga a Chicago, dove hanno parlato anche Alexandria Ocasio-Cortez – che ha fatto un esplicito endorsement per Harris – e Hillary Clinton – il cui discorso è suonato vendicativo contro Trump («criminale egoista»). Martedì ha parlato Barack Obama, considerato con Nancy Pelosi il grande regista del passo indietro del suo ex vice. L’ex presidente ha puntato molto sul “noi” contro “loro”, una posizione demagogica – pur ammantata dall’innegabile talento retorico – che non aiuta a ricucire un’America spaccata su tutto.

«Yes, she can», ha detto l’ex presidente, richiamando lo slogan del 2008, mentre Michelle Obama ha attaccato in modo netto Trump. E, non più costretta dai vincoli dei ruoli politici del marito, lo ha anche preso in giro. Mercoledì è stato il turno del vice Tim Walz – che ha accettato la nomina con un discorso appassionato, scatenando molti commenti positivi –, di Bill Clinton – che invece pare aver perso la voce – e di Bernie Sanders – che qualche settimana fa a sorpresa aveva elogiato il lavoro di Biden. Kamala Harris ha chiuso la convention democratica giovedì con un discorso su libertà, patriottismo e diritti. Si è trattato del discorso della vita per la candidata dem, per cui si era preparata a lungo. Si è rivolta alla classe media ed è partita dalla sua storia, definendo le differenze tra lei e Trump, parlando di “passato” vs. “futuro”.

Ha raccontato di come abbia iniziato lavorando da McDonald’s, fino ad arrivare ad essere procuratrice della California. Dunque, ha anche rivendicato il fatto che il patriottismo non appartiene solo alla destra repubblicana. «Se votate per Kamala Harris non siete elettori democratici, siete patriottici», ha detto l’ex governatore repubblicano della Georgia, Geoff Duncan, che nel 2022 si era opposto al tentativo eversivo di Trump di rovesciare l’esito delle elezioni. Nel complesso, alla convention democratica c’era un clima all’insegna della speranza. Karl Rove, già stratega di George W. Bush, ha commentato che «normalmente i democratici sono entusiasti, si innamorano, mentre i repubblicani sono disciplinati, si allineano. Stavolta la sinistra sembra tanto entusiasta quanto disciplinata: se resta allineata dietro Kamala per la destra saranno guai». Un’unità innegabile cementificata dalla paura di vedere un Trump 2. Giacché, come ha detto Obama alla convention democratica, il sequel è solitamente peggiore dell’originale.

Dopo la luna di miele dei media, durata qualche settimana, sta ritornando un po’ di oggettività attorno alla candidata Harris, che sembra aver scaldato – per il momento – i cuori di molti elettori indecisi. Un vantaggio che potrebbe rivelarsi effimero e che pertanto è quantomeno prematuro. Il Washington Post ha definito come «aggressivamente populista» il programma economico della dem. Economia e inflazione sono una priorità per cittadini: promuovere l’eliminazione dei debiti legati alle spese mediche per milioni di americani, introdurre il primo blocco dell’aumento prezzi sui generi alimentari sono manovre economiche che non faranno altro che aumentare il già enorme debito pubblico. Trump ha chiamato Harris “la comunista” – il tabloid di destra New York Post ha parlato di “Kamunism”. Al momento, secondo un sondaggio di Abc, sul tema dell’economia, Trump rimane in vantaggio rispetto ad Harris.

Alla convention democratica la candidata ha ribadito i sussidi fino a 25mila dollari per un milione di americani che comprano casa per la prima volta. Quindi seimila dollari per le famiglie con un neonato. Sono rischi che non piacciono ai rigoristi dei conti pubblici. Ma si ricordi che l’eccessivo intervento statalista non è mai piaciuto alla maggioranza degli americani nell’ultimo mezzo secolo. D’altra parte, c’è chi afferma che abbracciare un programma economico populista potrebbe essere l’unico modo per battere Trump negli Stati in bilico. Anche Trump non scherza con il populismo economico, dal momento che per battere Harris vorrebbe detassare le mance e abbassare la pressione fiscale. La perdita della narrativa elettorale per Trump nelle ultime settimane rappresenta uno smacco per il tycoon che ora sta rivedendo le sue strategie. Un qualcosa che non era mai successo dalla sua discesa in campo nel 2015.

Oggi Trump non dà più nulla di scontato come la vittoria annunciata alla fine di giugno. A Mar-a-Lago si prepara ai dibattiti anche con Tulsi Gabbard, ex deputata dem. Naturalmente, ha gioco facile a non portare l’avversaria sullo scontro politico, ma sull’aspetto personale – una tecnica a questo punto bocciata dal fedelissimo senatore Lindsey Graham e l’ex contendente Nikki Haley. Stando ai sondaggi, Trump non riesce a scalfire l’immagine di “speranza” che è stata appiccicata su Harris a torto o a ragione. Trump è furibondo rispetto al successo dell’avversaria: dice che i suoi comizi sono venti-trenta volte più grandi. Accusa la candidata dem di barare e di usare l’intelligenza artificiale (tema peraltro del tutto assente in questa campagna elettorale) per far comparire migliaia di persone ai comizi e nelle foto – tuttavia, le agenzie fotografiche internazionali hanno smentito.

Dopo una conferenza stampa tenuta a Mar-a-Lago (in cui CNN ha contato 162 bugie), Trump è comparso in una diretta di oltre due ore con Elon Musk – che nel frattempo si è dimostrato disponibile per un incarico governativo in un’ipotetica presidenza repubblicana. Ma più che una diretta classica su X, sembravano le famose quattro chiacchiere da bar. I due miliardari si sono lisciati il pelo a vicenda in un’imbarazzante serie di complimenti. «È importante che tu vinca, per il bene del paese», ha detto Musk a Trump. «Apprezzo particolarmente il tuo endorsement», ha risposto Trump. Elogi a Kim Jong Un – che secondo Trump considererebbe Biden uno stupido. «Te l’immagini Xi Jinping che negozia con Kamala?». «Ridicolo», fa eco l’altro. Poi grottesco bacino finale in una diretta con oltre un miliardo di visualizzazioni e, sempre secondo CNN, questa volta “solo” venti bugie.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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