A settant’anni dalla scomparsa, il 19 agosto 1954, Alcide De Gasperi emerge ancora non solo come uno dei padri fondatori dell’Italia repubblicana, ma anche come precursore del centrodestra italiano. Nato nel 1881 a Pieve Tesino, allora parte dell’Impero austro-ungarico, De Gasperi crebbe in una terra di confine, respirando un’aria internazionale e multietnica che plasmò la sua visione politica. Da deputato al Parlamento di Vienna si batté per i diritti degli italiani sotto il dominio asburgico. Dopo la Prima Guerra Mondiale, fu una figura di spicco nel Partito Popolare Italiano, predecessore della Democrazia Cristiana. E nonostante le pressioni dell’ala sinistra della DC, mantenne una posizione centrista con una chiara inclinazione a destra. Non guardava a sinistra, ma avanti. Che poi è quello che fa uno statista. E De Gasperi fu un vero statista. Studi a Trento, si laureò in Filologia all’Università di Vienna nel 1905.
Qui si impegnò attivamente nel movimento studentesco, lottando per i diritti degli italofoni nel Tirolo. Con il crollo dell’Impero asburgico, sostenne l’annessione del Trentino all’Italia, nel 1920. Durante il fascismo, pagò il prezzo delle sue convinzioni democratiche con il carcere, nonostante avesse inizialmente votato la fiducia al governo Mussolini. Nascosto in Vaticano, lavorò come bibliotecario, sopravvivendo grazie alle traduzioni in tedesco, lingua che parlava come l’italiano. Primo ministro nel 1945, guidò l’Italia attraverso il periodo post-bellico. La sua visione politica si concretizzò in una serie di scelte che oggi definiremmo di centrodestra. Governò inizialmente con i comunisti per necessità, ma li estromise nella primavera del 1947. Sconfisse quindi il Fronte Popolare alle elezioni del 1948 e promosse una politica di ricostruzione, atlantista e proto-europeista, resistendo alle pressioni anti-NATO. Sotto di lui la DC trionfò nel 1948 con il 48 per cento, un successo influenzato da diversi fattori.
Tra questi, il timore del comunismo accentuato dal colpo di Stato in Cecoslovacchia, la minaccia di esclusione dagli aiuti del Piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre, il sostegno della Chiesa cattolica. Dopo le elezioni, De Gasperi affrontò la sfida dell’elezione del Presidente della Repubblica. Propose inizialmente Carlo Sforza, ma alla fine sostenne Luigi Einaudi. La scelta di formare un governo di coalizione con partiti laici fu una mossa strategica per bilanciare l’influenza ecclesiastica e mantenere l’indipendenza del partito. Il periodo post-elettorale fu caratterizzato da tensioni politiche, culminate nell’attentato a Palmiro Togliatti. Riuscì a ottenere il sostegno – non scontato – del Vaticano sul dossier NATO e su questo convincere la maggioranza del partito e la sinistra di Giuseppe Dossetti. Questo processo culminò nella firma del Patto Atlantico. De Gasperi fu un conservatore illuminato in un’epoca in cui l’Italia aveva poco da conservare.
La sua politica si basava su una visione economica che bilanciava liberalismo e intervento statale, un fermo anticomunismo bilanciato da un altrettanto fermo antifascismo. Ma anche una forte spinta all’integrazione europea e atlantica, come dimostrato dal ruolo nella CECA e nella proposta della Comunità di Difesa Europea. Che fu una sua idea, ma non fu mai realizzata e oggi l’Europa ne paga le conseguenze. Tra il 1949 e il 1953, i governi De Gasperi avviarono una stagione di riforme cruciali per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Italia. Tra cui il Piano Fanfani per la costruzione di alloggi popolari, la Cassa per il Mezzogiorno per ridurre il divario Nord-Sud, una riforma agraria che ridistribuiva le terre ai braccianti. Ma pure un piano di rimboschimento, la riforma tributaria Vanoni che introdusse l’obbligo della dichiarazione dei redditi, la creazione dell’ENI, guidata da Enrico Mattei. Insomma, riforme importanti per il cosiddetto boom economico italiano.
In politica estera, De Gasperi si dimostrò un convinto sostenitore dell’alleanza con gli Stati Uniti e s’impegnò attivamente nella costruzione di ciò che sarebbe poi diventata l’odierna Unione Europea insieme con Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak. Il suo rifiuto di allearsi con l’estrema destra nelle elezioni amministrative di Roma del 1952, sfidando persino le pressioni vaticane, dimostra la sua volontà di mantenere posizioni moderate. Questo argine resse fino al 1994, quando la destra post-fascista fu “sdoganata” da Silvio Berlusconi, che si fece capo non tanto del voto democristiano, ma del concetto di centrodestra. L’eredità di De Gasperi nel centrodestra italiano è innegabile: ma nessuno l’ha mai rivendicata o adottata. Berlusconi citava De Gasperi solo per dire che lui è rimasto a Palazzo Chigi più lui dello statista trentino. Eppure, si potrebbe considerare De Gasperi, più del Cavaliere, come il vero fondatore del centrodestra repubblicano.
E non si dimentichi che De Gasperi riuscì a risollevare il morale degli italiani dopo vent’anni di fascismo e a riscattare l’Italia a livello internazionale. Il suo famoso discorso a Parigi di fronte alle potenze vincitrici rimane emblematico: «Vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia. Un popolo lavoratore di 47 milioni di donne e di uomini è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano». Settant’anni dopo la sua scomparsa, la figura di Alcide De Gasperi potrebbe ancora ispirare il panorama politico italiano. La sua visione di un’Italia moderna, europea e ancorata ai valori democratici – antifascisti e anticomunisti – rimane un faro per chi cerca di coniugare conservatorismo e progresso, tradizione e innovazione. De Gasperi è un esempio di leadership politica che ha saputo – davvero – guardare oltre le divisioni ideologiche per il bene del paese.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
