Non solo (w)ebeti: Joe e il cyberbullismo

Joe, 17 anni, eccentrico studente liceale ticinese, appassionato di cinema, poco sportivo. Una vita preda della fatale macchina che ha cambiato la vita di tutti noi. Quello smartphone eccelso rivelatore di mondi lontanissimi e inaccessibili segreti. Strumento che ha modificato i costumi e con essi le nostre abitudini. Apparecchio che si può rivelare la più grande fonte di conoscenza e sapere, così come il più nefando ed esecrabile strumento. Un’arma di distrazione di massa. Ragazzo carnefice e vittima in due episodi del fenomeno del cyberbullismo, Joe decide di raccontarmi singolari vicende di cui è stato recentemente co-protagonista. La premessa per un racconto sincero e veritiero, le formula lo stesso intervistato che mi dice: «Sii delicato con le informazioni che ti do».

Joe era amico di Gaia, con cui aveva stretto un’intensa amicizia. In un momento buio della sua vita adolescenziale, la ragazza decise di postare su Instagram foto «in bianco e nero, dal significato allarmante e spaventoso». Joe decise d’intervenire, ma la risposta fu secca. Gaia non voleva che nessuno si permettesse d’interferire nella sua personalissima politica di postaggio fotografico sul web. Joe voleva aiutare la ragazza, al punto di arrivare al paradosso contrario. Iniziò ad attaccarla e contestarla. La controreazione di Joe al «lasciami in pace» di Gaia, fu un attacco «meschino» e «inspiegabile», mi racconta Joe. Le foto della ragazza andavano cancellate, secondo Joe, alimentato inoltre dai di lei «piccoli atteggiamenti che nell’amicizia non davano fastidio, ma che saltano fuori nei momenti di divergenza».

Impaurita e ferita da questo vero e proprio atto di cyberbullismo, Gaia ebbe il coraggio di confidarsi con i suoi genitori. In seguito, pentito e amareggiato, Joe confessò. «Ho sbagliato. Ho usato il mio parametro di sopportazione per una persona che ce l’aveva più basso», spiega. «Non sono scusabile», perché «leggendo i messaggi, era visibile la mia cattiveria.» Messaggi che riletti a «mente fredda» e «fuori dal momento di litigio» avrebbero fatto vergognare chiunque. Quanto turbava Joe in tempi più recenti era un’ipotesi di un’eventuale «via di uscita estrema estrema» da parte di Gaia. Il dieci per cento delle vittime di bullismo dice che ha pensato al suicidio. Joe pensava di aver ragione, «nel fervore della battaglia retorica si dimenticano i principi sani».

Joe mi racconta un secondo episodio personale. Approdato in un popolare social network, conobbe una sua coetanea, Magda, «foto a dir poco attizzanti». «Una chat occasionale» trascese nella sfera sentimentale. Lei inviò a Joe materiale fotografico sessuale. Forse, ipotizza Joe, «inviando le sue foto ad uno sconosciuto anonimo indistinto ragazzo del web», la ragazza voleva essere apprezzata. Una sera, arrivarono via SMS a Joe le molestie di Lucas – ex compagno di Magda. «Un piccolo soggetto di bassa lega, cialtrone, omino patetico, bulletto minaccioso», lo definisce Joe. La richiesta è l’invio di materiale pornografico di Magda inteso a sfogare le sue necessità onanistiche. Joe intervenne «innocentemente e ingenuamente» nella diatriba tra i due ex-fidanzati», chiedendo a Lucas di «smettere d’importunare con richieste e minacce violente» lui e Magda.

Lo spaccone non ci sta e «torna alla riscossa, rinnovando la richiesta di fornitura di materiale pornografico». Joe avrebbe dovuto «accelerare la decisione di Magda, nell’inviare le foto richieste», altrimenti sarebeb stato vittima di un’operazione di hacking. In vista di una non collaborazione da parte di Joe, Lucas giocò la carta della dissimulazione. «Si finse un pedofilo cinquantenne» e minacciò nuovamente Joe. Il quale, spaventato, comunicò il ricatto ai genitori: sua madre fece sapere a Lucas che sarebbe andata in polizia. E il genitore scese in campo. Il genitore contattò «l’esperto di crimini cybernetici, che disse che non sarebbe stato conveniente agire legalmente in questo caso.» Nonostante «la situazione fosse grave», il tutto cadde, ma Joe non ebbe più minacce da Lucas, «impaurito da eventuali azioni legali».

In ambedue gli episodi in cui Joe è stato carnefice e vittima di atti di cyberbullismo, l’intervento dei genitori ha sanato da una parte un infausto caso di bullismo scolastico e dall’altra un ricatto da bulletto. La lezione che Joe ha tratto da questi spiacevoli episodi è che nonostante la sua predisposizione «all’atteggiamento del buon samaritano», «appena aiuti qualcuno non aspettarti riconoscenza». Con riferimento al secondo caso, «l’aiutare Magda è stato fatto anche per tentare di redimersi e farsi perdonare per quanto fatto precedentemente a Gaia.» Il senso di onnipotenza dovuto allo smartphone era ben percepito da Joe. Quel “sapere è potere” è amplificato alla massima potenza grazie alle nuove tecnologie: forse un motivo in più per non demolire le persone via web.

Quanto di più inspiegabile, è il fatto che “i genitori rimangono all’oscuro”. Il cyberbullismo si sviluppa nelle categorie di persone che si stanno progressivamente emancipando dal vincolo parentale: i giovani. I quali spesso tendono ad isolarsi in se stessi, con il solo effetto di essere inermi di fronte alle azioni offensive, denigratorie e vessatorie dei cyber-molestatori. Tali canaglie agiscono in branco o da soli, ma che in ogni caso frantumano, violano e alterano la privacy altrui. Spesso le vittime di cyberbullismo non reagiscono: percepiscono però che è un attimo vedere la propria reputazione danneggiata, infangata, distrutta. La propria storia macchiata, infestata dall’alone dell’odierna onta suprema: la perdita dell’identità e dignità. O meglio, la perdita della Face dal book del web.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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