Negli ultimi due decenni, il panorama politico e culturale occidentale ha assistito al consolidarsi dell’oikofobia come presunta antitesi virtuosa alla xenofobia. Il fenomeno rivela una profonda distorsione del rapporto che le società moderne intrattengono con la propria identità culturale e storica. Il termine, coniato dal filosofo Roger Scruton. descrive l’avversione patologica verso la propria cultura, tradizioni e storia. L’oikofobia si è progressivamente affermata in ampie fasce dell’intellighenzia occidentale come marcatore di sofisticazione intellettuale e apertura mentale. Ma la contrapposizione tra xenofobia e oikofobia è una semplificazione fuorviante che occulta la natura speculare di questi due fenomeni. Entrambi, infatti, derivano da un rapporto distorto con la realtà. Se la xenofobia demonizza l’esterno idealizzando l’interno, l’oikofobia opera il processo inverso. Santifica tutto ciò che è esterno e vilipende la propria eredità culturale.
Tutto ciò che appartiene ad altre culture viene automaticamente percepito come più autentico, più giusto, più degno di rispetto. Al contrario, ogni elemento della propria tradizione viene sottoposto a una critica feroce e anacronistica, giudicato attraverso le lenti dei valori contemporanei senza alcuna considerazione per il contesto storico. Si tratta di una manifestazione paradigmatica di quella tendenza intellettuale che consiste nell’anteporre un estremo ideologico a un altro. Come se la verità e la ragionevolezza non potessero mai collocarsi in territorio intermedio. Questa propensione al manicheismo cognitivo rappresenta forse uno dei tratti più caratteristici del nostro tempo: l’incapacità di concepire soluzioni mediane, equilibrate, moderate, che riconoscano la complessità dei fenomeni sociali senza ricorrere a semplificazioni populiste.
Questo atteggiamento genera paradossi. Gli stessi intellettuali che denunciano il patriarcato occidentale si mostrano indulgenti verso pratiche oppressive quando queste sono mascherate da diversità culturale. La sfera educativa rappresenta forse il terreno più fertile per questa dinamica, con programmi scolastici sistematicamente depurati di qualsiasi elemento che possa generare orgoglio o identificazione positiva con la propria storia, mentre si enfatizzano esclusivamente gli aspetti negativi del passato. Ma sia xenofobia che oikofobia condividano strutture cognitive identiche … Semplicemente rovesciate. Entrambe si basano su un manicheismo cognitivo che divide la realtà tra “noi” e “loro”. Su una selettività percettiva che amplifica solo gli elementi confermatori del pregiudizio di base. Su forme di pensiero magico che attribuiscono qualità essenziali e immutabili ai gruppi culturali. E su una funzione identitaria che costruisce l’appartenenza attraverso l’opposizione piuttosto che attraverso valori condivisi.
La ragionevolezza si colloca nel mezzo di questi estremi. Una società matura dovrebbe essere capace di riconoscere simultaneamente pregi e limiti, grandezze e miserie della propria tradizione culturale – così come quelli delle altre culture– senza cadere né nell’idealizzazione acritica né nella demonizzazione sistematica. Questo equilibrio richiede una “terza via” tra gli estremismi opposti. Un approccio che sappia essere critico senza essere autodistruttivo, aperto senza essere ingenuo, patriottico senza essere sciovinista. L’oikofobia produce effetti politici devastanti quanto la xenofobia, generando società incapaci di articolare una visione positiva del proprio futuro. Ogni progetto collettivo viene sospettato di nascondere impulsi nazionalistici, creando una paralisi progettuale che lascia campo libero a forze politiche che, sfruttando il vuoto identitario, propongono soluzioni semplicistiche basate proprio sul rifiuto dell’oikofobia dominante.
Il risultato è una polarizzazione tra oikofobici e xenofobici, entrambi incapaci di elaborare un rapporto maturo e articolato con la complessità culturale contemporanea. Superare questa falsa dicotomia richiede il recupero di una prospettiva più sofisticata, che riconosca come la verità raramente risieda negli estremi, ma si collochi nello spazio intermedio che il pensiero contemporaneo sembra aver abbandonato. Significa abbandonare la comoda certezza degli assoluti per abbracciare la difficile arte della mediazione, dell’equilibrio. Solo attraverso questo approccio sarà possibile costruire società realmente aperte e inclusive. Fondate non sul rifiuto delle proprie radici o su quello dell’alterità, ma sulla capacità di dialogare con entrambe in modo costruttivo e propositivo. L’alternativa, quella di oggi, è la perpetuazione di una dialettica patologica che condanna le democrazie occidentali all’autoreferenzialità sterile o alla reazione identitaria, entrambe incapaci di affrontare le sfide del futuro.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
