“Antisemita” e nuovo antisemitismo, lo studio di Valentina Pisanty

Sussiste sempre maggiore confusione tra il termine antisemita e antisionista: Valentina Pisanty, che da anni si occupa di Memoria, affronta la questione in Antisemita (Bompiani 2025). Si parte dal presente. Nei primi anni del XXI secolo si è affermata una nuova e controversa idea di antisemitismo, che tende a mettere in secondo piano i pregiudizi classici contro gli ebrei per concentrarsi invece sull’opposizione allo Stato di Israele. Dopo il 7 ottobre 2023, il confronto pubblico è diventato sempre più polarizzato e confuso, con una crescente sovrapposizione tra critica politica e accuse di antisemitismo. «Cambiare a scopi strategici il senso delle parole è una prestazione del potere politico che l’assenza di controspinte lascia libero di perseguire i suoi obiettivi a qualsiasi costo», scrive l’autrice. Le dittature sorvegliano l’uso della lingua, vietando le parole che ritengono scomode. Il linguaggio, però, appartiene a tutti perché non è proprietà di nessuno.

I cambiamenti linguistici avvengono in modo perlopiù naturale, seguendo logiche interne alla lingua stessa. La parola “antisemita”, spiega Pisanty, ha avuto una traiettoria storica precisa. Inizialmente usata con fierezza dai razzisti tra Ottocento e Novecento, è diventata legata alla memoria degli orrori del nazifascismo, tanto da sembrare superata dopo la sua caduta. Col tempo, però, è divenuta oggetto di analisi accademica. Sostenuti da istituzioni americane ed europee, i governi israeliani ultranazionalisti si sono assunti il ruolo di portavoce delle vittime dell’Olocausto. In questo contesto, essere definiti antisemiti equivale a perdere il diritto di parola. Perché, si dice, con i razzisti non si dialoga. Ma oggi si tende ad allargare il significato del termine, includendo non solo chi nutre pregiudizi contro gli ebrei, ma anche chi critica Israele. Dall’inizio degli anni Duemila si è diffusa l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo.

«Una forma ben più insidiosa di ostilità contro gli ebrei si è insinuata […] nelle pieghe del discorso antisionista, anticolonialista e antiimperialista, il quale proietta su Israele gli stereotipi denigratori che un tempo prendevano di mira gli ebrei in quanto individui. Lo si chiami nuovo antisemitismo». Nel libro viene dedicata un’attenzione particolare alla Germania, soprattutto in riferimento alla legge sulla cittadinanza approvata nel giugno 2024. La norma richiede ai richiedenti di riconoscere esplicitamente il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Il termine “antisemita” affonda le sue radici nel tardo Ottocento. Pisanty ne ricostruisce l’origine, a partire dal neologismo “Antisemiten”, che si diffuse nel 1879 grazie a Wilhelm Marr, fondatore della Lega Antisemita. Il termine nacque in reazione alle leggi del 1871 che avevano concesso pari diritti civili agli ebrei. Alcuni antisemiti dell’epoca giustificavano la loro posizione con motivazioni religiose. Altri con teorie biologiche.

In La vittoria del giudaismo sul germanesimo (1871) Marr sosteneva che gli ebrei avessero il controllo del mondo. Nel 1889, Édouard Drumont fondò la Ligue nationale anti-sémitique, attiva nel movimento antidreyfusardo tra il 1894 e il 1906; è anche l’autore del pamphlet La France Juive (1886). In Russia, dopo l’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881, esplosero pogrom contro le comunità ebraiche, alimentati da agitatori politici. In quel contesto, la polizia zarista diffuse i falsi Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Alla figura dell’“Ebreo eterno”, bersaglio di fantasie complottiste antisemite, si contrapponeva quella dell’“antisemita eterno”, incarnazione dell’odio e del pregiudizio. «Negare la storicità dell’antisemitismo significa farsi catturare dalla narrazione razzista», scrive Pisanty. Tuttavia, gli storici non sono in grado di fornire una definizione universalmente riconosciuta del termine antisemitismo. Importante la definizione di Brian Klug. «L’antisemitismo è il processo che trasforma gli ebrei in ‘Ebrei’».

L’identificazione tra antisionismo e antisemitismo non è nata in modo del tutto spontaneo, come spiega Pisanty, che ne ricostruisce l’evoluzione. Nei primi vent’anni dalla sua fondazione, Israele godeva del sostegno di gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Ma a partire dagli anni Settanta e dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 – che portò all’occupazione di territori appartenenti a Egitto, Giordania e Siria – l’immagine di Israele cominciò a deteriorarsi. La Guerra dello Yom Kippur del 1973, in cui l’attacco a sorpresa di Siria ed Egitto, sostenuti dall’URSS, mise in seria difficoltà Israele fino al decisivo intervento degli Stati Uniti, contribuì a incrinare l’aura d’invulnerabilità del paese. Da quel momento, Israele fu vista come un’estensione degli interessi americani in Medio Oriente. Nel 1975, su iniziativa dell’URSS, l’Assemblea Generale dell’ONU votò la Risoluzione 3379 nella quale si affermava che «il Sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale».

Nel 1982, Israele invase il Libano come risposta agli attacchi dell’OLP contro il Nord della Galilea. Cinque anni dopo, nel 1987, esplose la prima intifada. Il governo di Menachem Begin evocò la memoria della Shoah per legittimare le proprie azioni. L’OLP, dal canto suo, introdusse nella propria retorica elementi negazionisti. Un esempio fu la pubblicazione, nel 1983, del saggio di Mahmud Abbas, tratto dal suo dottorato a Mosca, che ipotizzava legami tra il nazismo e il sionismo. Tuttavia, con l’avvio del processo di pace israelo-palestinese, l’abrogazione della risoluzione onu e gli Accordi di Oslo, la retorica antisemita cominciò a diminuire anche nel discorso arabo. Pisanty dedica un capitolo a Natan Sharansky, che nel 2005 scrisse su Haaretz: «Gli Ebrei sono qui da tremila anni e questa è la culla della civiltà ebraica». Il che aprì le porte all’intolleranza religiosa, nazionalismo etnico e una visione parziale della Storia.

L’autorevolezza morale di chi era stato nei gulag superava dubbi ed esitazioni. Ma le idee di Sharansky influenzarono gli ambienti della destra conservatrice. Egli ideò il “Test delle 3D” per riconoscere l’antisemitismo: Delegittimazione, Demonizzazione e Doppio Standard. La critica a Israele diventa antisemita quando: 1) Nega agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. 2) Dipinge Israele come una potenza malvagia o satanica. 3) Prende di mira Israele per le sue violazioni dei diritti umani. Il Dipartimento di Stato americano nel 2010 ha adottato il Test, poi spina dorsale delle definizioni di antisemitismo. Neppure le idee di chi nega il diritto di esistenza di Israele possono essere considerate parte di quella tradizione di pensiero razzista. Ci sono altri popoli ai quali viene negato il diritto all’autodeterminazione. E ciò senza fare accenni al razzismo, come dimostrato dai casi dei baschi, curdi e i ceceni.

Scrive Pisanty: «L’antisionismo si dice in molti modi. C’è chi nega a Israele il diritto di esistere; chi si augura la sua distruzione; chi ritiene che lo Stato ebraico non avrebbe dovuto essere fondato nel 1948; chi sostiene che non dovrebbe autodefinirsi “Stato ebraico” perché il riferimento etnico-religioso è incompatibile con l’idea moderna di democrazia. Chi non si capacita che, dopo avere subìto l’oppressione devastante dei nazionalismi europei, gli ebrei israeliani abbiano puntato tutto sul modello ottocentesco dello stato nazione. E poi c’è chi si oppone a un certo tipo di sionismo contemporaneo». Queste posizioni non hanno a che vedere con l’antisemitismo. «L’antisemitismo è un fenomeno complesso, ambiguo, a metà tra un atteggiamento e un comportamento è antisemita anche chi, pur senza dar sfogo a violenze contro ebrei in carne e ossa, in cuor suo nutre la convinzione che non ci si possa mai fidare […] degli ebrei».

Il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) ha definito le forme attuali di antisemitismo. Tra queste rientrano l’incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o atti di violenza contro di loro in nome di ideologie radicali o interpretazioni estreme della religione. Rientrano le accuse false, disumanizzanti, demonizzanti o basate su stereotipi rivolte agli ebrei come gruppo. Oppure, attribuire agli ebrei come popolo la responsabilità di ingiustizie compiute da un singolo ebreo. Negare l’esistenza, l’entità, i metodi o la volontarietà del genocidio del popolo ebraico perpetrato dalla Germania nazionalsocialista. Accusare gli ebrei come gruppo, o lo Stato di Israele, di aver inventato o esagerato l’Olocausto. Sostenere che i cittadini ebrei siano più fedeli a Israele che al paese in cui vivono. Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione. Paragonare le politiche attuali di Israele a quelle adottate dai nazisti. Ritenerli collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

«A nessuno piace essere accomunato ai nazisti, ma agli ebrei questo paragone fa ancora più male perché risveglia traumi profondissimi, perché riattiva il complesso (storicamente giustificato) del capro espiatorio, e perché tendenzialmente racchiude un odioso ricatto. “Ma come, proprio voi che avete subito il crimine di genocidio ora vi comportate come i nazisti?”». È evidente che paragonare la stella di David alla svastica è un modo per alimentare tensioni e provocare. Si ritorna così ai nostri giorni e alla Germania, richiamando il dibattito nazionale (Historikerstreit). Nel 1986 Ernst Nolte, in un articolo intitolato “Un passato che non vuole passare” (Frankfurter Allgemeine Zeitung) sostenne che i crimini del Nazionalsocialismo fossero in fondo paragonabili a quelli del bolscevismo e che, anzi, fosse il bolscevismo a detenere il primato storico della violenza totalitaria, mentre il nazismo sarebbe stato una reazione difensiva a tale violenza.

La risposta più autorevole arrivò da Jürgen Habermas, che accusò Nolte di relativizzare l’Olocausto per giustificarlo, sottolineando l’unicità e l’incomparabilità del crimine, di cui la Germania doveva assumersi la responsabilità. Dopo la caduta del Muro, la posizione di Habermas divenne la linea ufficiale della Germania riunificata, le cui politiche della memoria negli anni Novanta e Duemila si concretizzarono in una vasta serie di momenti legati alla Memoria. Dirk Moses ha definito questo insieme di convinzioni come il “nuovo catechismo tedesco”, che si basa su alcune verità fondamentali. 1) L’Olocausto è un evento unico nella Storia. 2) Rappresenta una cesura nella civiltà e nei principi morali della nazione. 3) La Germania ha una responsabilità particolare verso gli ebrei presenti nel paese e un legame di lealtà speciale con Israele. 4) L’antisemitismo è un pregiudizio specifico, tipicamente tedesco e non va confuso con il razzismo in generale. 5) L’antisionismo equivale all’antisemitismo.

Infine, «gli usi strumentali della parola antisemita indeboliscono la posizione di chi si preoccupa per davvero della ripresa dell’antisemitismo nel contesto contemporaneo. A forza di ribadire che antisemitismo e antisionismo sono la stessa cosa, si finisce per togliere peso e gravità al primo dei due termini. Se, come vuole la nuova definizione, antisionismo è solo un altro modo per dire antisemitismo, allora si potrebbe pensare che non vi sia niente di male a essere antisemiti». «Antisemitismo è puro pregiudizio razzista. Antisionismo è una posizione politica, e come tale si declina in tanti modi. Ci sono antisionisti anche nello Stato di Israele, vedi per esempio gli haredim che non lo riconoscono. Passano la vita a studiare la Bibbia: sono forse antisemiti?». Per gli ultraortodossi, creare uno Stato ebraico prima della venuta del Messia è considerato un atto di blasfemia.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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