Le orme del genio: sulle colline di Leonardo da Vinci

«Forza non è altro che una virtù spirituale, una potenza invisibile, la quale è creata e ‘nfusa per accidental violenza da corpi sensibili nelli insensibili, dando a essi corpi similitudine di vita; la qual vita è di maravigliosa operazione»: scriveva così Leonardo da Vinci nel Codice Atlantico, uno dei tanti lavori che lo hanno consacrato come uno degli italiani più celebri della Storia. Artista, scienziato, ingegnere … Ma è nell’arte del disegno che il genio toscano ha espresso la multiforme attività e in cui ha trovato lo strumento di indagine, riflessione, ideazione, progettazione. Ne rimane testimonianza nei suoi settemila manoscritti giunti fino a noi. E che danno vita ai corpi naturali e artificiali, all’uomo e alle macchine. Tuttavia, è un peccato che di questi documenti non ci sia traccia nelle terre leonardiane. Il genio era nato ad Anchiano, sopra Vinci, la cittadella legata al suo nome da mezzo millennio.

Sono pochi i chilometri da Prato; ma per scavalcare la grossa collina ed immergersi negli ulivi occorrono tre quarti d’ora. Ad Anchiano ci saranno tre case, una delle quali è quella natale di Leonardo. La si raggiunge al vertice di una collinetta adornata di ulivi carchi di olive che aprono lo sguardo ad un panorama a cunette, tutto coltivato. Il complesso è stato ricostruito. La grande casa in pietra fu donata dal cittadino onorario – si legge sulla stele al muro – il 10 ottobre 1950. Il rischio delle case-museo di personaggi così importanti e remoti rispetto al nostro tempo è che non ci siano sufficienti cimeli ed attività ricreative, ludiche o di studio. Ma nella casa di Anchiano Leonardo rivive tramite un ologramma che in una ventina di minuti ne ripercorre la vita, i viaggi, i rapporti con gli altri artisti e le principali invenzioni.

«Nachue un mio nipote, […] adi 15 d’aprile, in sabato a ore 3 di notte»: è la testimonianza scritta dal nonno Antonio da Vinci, giunta a noi, che ricorda la nascita del nipote, avuto dal figlio, ser Piero da Vinci, nella primavera del 1452 intorno alle 22:30. La tradizione vuole che in questa casa Leonardo fu svezzato dalla madre. Il 28 dicembre 1479 il possedimento di Anchiano fu donato al Convento dei Frati dei Servi di Firenze, per i quali ser Piero esercitava prestazioni notarili. Alla sua morte, nel 1502, la casa passò alla sua vedova Lucrezia Cortigiani e da questa ai discendenti. Tuttavia, nella cultura europea sei-settecentesca si ritenne che Leonardo fosse nato al Castello di Vinci. La tradizione di Anchiano come luogo natìo risale al XIX secolo. Da questa casa Leonardo si spostò a Vinci, presso la famiglia paterna.

È sulle colline del Montalbano dove sviluppò l’interesse per la natura e l’acqua. Trasferitosi a Firenze nel 1469, entrò come allievo nella bottega di uno dei più celebri artisti dell’epoca, Andrea del Verrocchio. Qui incontrò Filippo Brunelleschi, che aveva progettato la Cupola del Duomo fiorentino. Rimase incantato dal clima creativo e moderno della bottega. Dagli anni Ottanta si data il più antico disegno di macchina volante. Trasferitosi a Milano (1482-1499), Leonardo lavorò alla maggior parte dei suoi progetti per la meccanizzazione della manifattura tessile. Disegnò macchine da guerra e studiò opere di ingegneria idraulica. Al servizio di Cesare Borgia, si occupò principalmente di studi sulle fortificazioni. Tornato in Toscana, effettuò studi sul volo presso Fiesole, dove ebbe Giovanni Masini come allievo.

Di nuovo a Milano (1506-1513) studiò il corso dell’Adda ideando sistemi di regimazione delle acque e di navigazione. Approfondì la conoscenza dell’anatomia e poi si spostò a Roma (1513-1516), dove si dedicò a studi matematici e scientifici, compresi progetti per il prosciugamento delle paludi pontine e per il porto di Civitavecchia. Negli ultimi anni trascorsi ad Amboise lavorò instancabilmente su architettura, geometria e idraulica. Morto al maniero di Clos-Lucé, Leonardo da Vinci fu sepolto nella chiesa di Saint-Florentin, poi distrutta durante la Rivoluzione Francese. Oggi, le spoglie si trovano nella Cappella di Saint-Hubert nel Castello di Amboise. Scendendo a Vinci, a sette chilometri da Empoli e due da Anchiano, si accede nel mondo di Leonardo. Situato su una collinetta, il centro storico è piccolo e allungato; in prevalenza, oggi gode quasi esclusivamente della fama legata all’illustre cittadino.

L’idea di ivi consacrare un museo risale al 1919, ma il Museo delle macchine leonardiane aprì nel 1953. Oggi è stato allargato nel complesso Museo leonardiano, arricchito di nuovi elementi e ha attivato nuove modalità di presentazione multimediale dei modelli. La prima tappa, salendo verso il nucleo storico, è la Chiesa Madre di Santa Croce – dove l’artista-scienziato fu battezzato. Monna Lisa è la vera star di Vinci. Riproposta sulle magliette mentre fa il dab, con un pallone rosa della Big Bubble, in versione KISS o punk. Il quadro più famoso del mondo – e forse della Storia – trova la sua protagonista sulle colline vinciane e spopola nel merchandising che attira turisti – difficile trovare parcheggio! Il Museo leonardiano si snoda in tre esposizioni. La prima è a Villa del Ferrale, con la mostra “Leonardo e la pittura”, dove ci sono ristampe delle maggiori opere pittoriche e i relativi commenti.

Il secondo è presso il Castello dei Conti Guidi: in mostra le sue invenzioni. Leonardo da Vinci appartiene alla categoria degli artisti-ingegneri del Rinascimento che ebbe la Toscana come culla privilegiata. Personaggi poliedrici formatisi nelle attivissime botteghe d’arte riunivano competenze che spaziavano dall’arte, all’ingegneria, alla tecnica militare. Dal Verrocchio acquisì molteplici saperi, fra i quali anche la costruzione di macchine, a cui era interessato anche il signore di Milano, Ludovico il Moro. Ma l’attenzione di Leonardo era verso l’approccio più teorico che pratico. Le sue soluzioni attorno a congegni e macchine erano originali e migliorative. Ma nessuno o quasi dei progetti trovò realizzazione – anche per il semplice fatto che all’epoca mancava il supporto tecnologico necessario. Nella mostra si osservano modelli di scavatrici, misuratori di distanze, macchine voltanti, cuscinetti reggispinta, argano a martelli, equalizzatore, laminatoio, ventilatore, apparecchi per tirare e spingere, strettoie per l’olio, macine con burattello.

Orologeria e manifattura tessile trovarono connessione nell’interesse di Leonardo da Vinci per la generazione di un movimento automatico ripetitivo. Proprio negli anni giovanili a Firenze ebbe modo di vedere i grandi orologi cittadini. L’attenzione si concentrò sul meccanismo di scappamento per ottenere il movimento regolare volto a garantire l’esattezza della misurazione del tempo. Il terzo complesso del museo vinciano è presso la Palazzina Uzielli, che ripropone macchine in legno. Qui è ancora più evidente la formazione leonardesca a partire dalla natura, in un territorio solcato da numerosi corsi d’acqua ed elementi naturali. La visione cosmografica di Leonardo ha la base proprio nei progetti di ingegneria idraulica volti alla risoluzione di problemi quali la regimazione di fiumi, la costruzione di canali, il trasporto fluviale, la produzione di energia. Ma soprattutto ha origine nelle osservazioni dell’Arno, che si vede scorrere da questa terra fertile.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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