A vent’anni dalla scomparsa di Mario Luzi, il 28 febbraio 2005 a Firenze, il panorama letterario italiano continua a confrontarsi con l’eredità di uno dei suoi più grandi interpreti, figura centrale dell’ermetismo fiorentino e testimone attento delle trasformazioni del XX secolo. Mario Luzi è stato uno dei più grandi poeti italiani che ha attraversato tutto il Novecento – secolo importante per l’evoluzione della poesia e della sua metrica. E si è contraddistinto per il suo impegno e varietà (fu anche autore teatrale), la sua innovazione tematica e la costanza. È stato indicato più volte per il Premio Nobel per la Letteratura, che avrebbe meritato, senza mai ottenerlo. La sua opera, sviluppatasi nell’arco di settant’anni, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per comprendere l’evoluzione della poesia contemporanea. Nato il 20 ottobre 1914 a Castello, allora frazione di Sesto Fiorentino, Luzi era secondogenito di Ciro Luzi, funzionario delle ferrovie e di Margherita Papini.
L’infanzia fu segnata dai frequenti trasferimenti della famiglia. Dopo i primi anni a Castello, dove si distinse come alunno meritevole tanto da saltare la quinta elementare, s’iscrisse al liceo Galilei di Firenze. Due anni dopo andò a Milano, dove frequentò il liceo Parini, ma la nostalgia lo spinse presto a tornare in terra toscana. Completò gli studi a Siena. La formazione di Luzi si compì nel vivace ambiente culturale fiorentino degli anni Trenta. Si laureò infatti in Letteratura francese con una tesi su François Mauriac. Nel 1933 conobbe la studentessa Elena Monaci, che sarebbe diventata sua moglie. Poi iniziò a frequentare il gruppo che si raccoglieva intorno a Eugenio Montale. Entrò dunque in contatto con personalità come Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini. La poesia ermetica, di cui Mario Luzi fu uno dei massimi esponenti, fu segnata dalle esperienze negative delle guerre e dei totalitarismi.
Il termine stesso “ermetico”, coniato da Francesco Flora nel 1936, rimandava alla figura leggendaria di Ermete Trismegisto e ai testi filosofico-misterici del II-III secolo d.C. Per Luzi e gli altri poeti ermetici – soprattutto Pietro Bigongiari e il teorico dell’ermetismo Carlo Bo – la poesia divenne uno strumento per conoscere il Verbo di Dio, il logos. La difficoltà nella comprensione derivava non da una volontà di nascondersi dal Fascismo – come spesso si è detto – quanto dalla ricerca di una chiarezza attraverso la poesia come unico strumento per cercare risposte. La grammatica ermetica si caratterizzava per elementi distintivi. Tra cui: l’uso del sostantivo assoluto con la soppressione dell’articolo, l’impiego dei plurali al posto dei singolari, l’utilizzo di analogie spinte. Gli spazi bianchi tra le parole si caricavano di significati, esprimendo il senso di vuoto avvertito dal poeta. Si può catalogare l’opera di Luzi in tre fasi distinte.
La prima, quella propriamente ermetica, si aprì nel 1935 con La barca. Qui s’intrecciano influenze di Giacomo Leopardi, Blaise Pascal, Jean Racine e Arthur Rimbaud. Ed emerge il profondo legame tra la figura materna e la terra. Con la madre che offre una voce al silenzio della terra. Avvento notturno (1940) è considerato il testo canonico dell’Ermetismo fiorentino. In Un brindisi (1946) è chiaro il riferimento alla condizione di esilio e di clandestinità cui la poesia era costretta in tempi di guerra. La seconda fase della produzione luziana, considerata il periodo della sua massima maturità artistica, si sviluppò tra gli anni Cinquanta e Settanta. Primizie del deserto (1952), Onore del vero (1957) e Nel magma (1963) segnarono una rottura per la poesia italiana, tra meditazione sul reale e temi del contingente. Nei versi si affacciano situazioni della campagna toscana, con linguaggio scarno ed essenziale, sobrio e meditativo.
L’ultima fase della produzione vide un’ulteriore evoluzione verso uno stile più prosastico. Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994) rappresenta uno dei vertici della produzione di Luzi. Che qui immagina l’ultimo itinerario del pittore senese Simone Martini da Avignone alla natia Siena, trasformando il viaggio in un percorso di purificazione e riscoperta del mondo – terrestre e celeste, appunto. Un viaggio iniziatico e sapienziale, con inferni, purgatori e paradisi. La luce acquista un valore metafisico, caratteristica dell’ultimo Luzi, mentre il viaggio stesso diventa una celebrazione dei sensi. Mario Luzi è stato anche attento critico letterario e cinematografico. Recensì negli anni Cinquanta circa ottanta pellicole. Collaborò con importanti riviste e giornali. Su invito di Papa Giovanni Paolo II, scrisse il testo per la Via Crucis del 1999, recitato il Venerdì Santo al Colosseo. E nel 2000, in occasione del Giubileo, presentò nel Duomo di Firenze Opus florentinum.
Il riconoscimento del suo valore culturale culminò con la nomina a senatore a vita nel 2004 da parte del Presidente Carlo Azeglio Ciampi. In questa veste confermò la sua vocazione all’impegno civile. Funerali solenni testimoniarono il riconoscimento del suo ruolo nella cultura italiana. La sua sepoltura nel cimitero di Castello e la lapide nella basilica di Santa Croce a Firenze sono il segno della sua importanza nella storia culturale del paese. La sua concezione della poesia come strumento di conoscenza, la sua capacità di coniugare tradizione e innovazione, spiritualità e impegno civile, rendono la sua opera un modello ancora attuale. A vent’anni dalla sua scomparsa, l’eredità di Mario Luzi continua a essere un punto di riferimento per la poesia contemporanea per la sua capacità di rinnovarsi continuamente. Mantenendo coerenza interiore, resta una testimonianza di come la letteratura possa confrontarsi con le sfide del proprio tempo senza perdere la propria profondità.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
