Angela Merkel, necessaria critica su un’eredità da rivedere

Uscirà tra qualche giorno in Germania il memoir dell’ex Cancelliera Angela Merkel. E promette di scatenare dibattito, sempre che i lettori vorranno digerirsi le oltre settecento pagine della signora che ripercorre la sua lunga carriera politica. Merkel ha guidato il Paese attraverso numerose crisi, plasmando la Germania e la politica europea. Nelle memorie, scritte insieme con la sua consulente di lunga data Beate Baumann, riflette sulla sua vita in due Stati tedeschi. 35 anni nella Repubblica Democratica Tedesca, 35 anni nella Germania unificata. Parla della sua infanzia, della sua giovinezza e degli studi nella DDR. E poi del 1989, quando cadde il Muro di Berlino e iniziò la sua avventura politica. Il volume si ferma al 2021, anno in cui Merkel è uscita di scena. Da allora le sue apparizioni in pubblico sono state scarse, soprattutto quelle a fianco dei suoi successori alla CDU – Armin Laschet e Friedrich Merz.

Ci si aspetterebbe un po’ di autocritica da parte di Merkel. Ma difficile che lo faccia ora, con una Germania sottosopra, il successore Olaf Scholz a un passo dalla sfiducia, l’esercito in mutande e la Volkswagen che vuole chiudere alcuni stabilimenti nel Paese. Per anni, giornalisti ed osservatori si sono prodigati in un esercizio solipsistico di elogio sperticato della Cancelliera. Ma dopo sedici anni di potere ininterrotto – più del suo padre politico Helmut Kohl – solo negli ultimi tre in cui Merkel è stata assente sono emerse le crepe. Certo, la Cancelliera ha tenuto insieme l’Europa, ha ospitato milioni di profughi in Germania, ha tenuto dritta la barra dei conti pubblici. Per anni – troppi – gli errori di Merkel sono parsi poca cosa agli occhi degli osservatori. Oggi il giudizio va rivisto. E ci si augura che l’autrice delle “Erinnerungen” si assuma le proprie responsabilità. L’eredità della “Mutti” va osservata criticamente.

La guerra russa in Ucraina ha cambiato il volto del Continente. E se c’è un Paese che più di tutti in Europa è rimasto scosso dall’aggressione è proprio la Germania. Quella Germania che è cresciuta nell’ultimo quarto di secolo facendo affari a tutto spiano con un regime, quello di Vladimir Putin, che di certo non si è trasformato in perfetto antagonista dalla sera alla mattina nel febbraio 2022. Ma che ha accentuato la sua caratura illiberale e autoritaria lustri or sono. Eppure, la Germania campionessa dei diritti umani, prima con Gerhard Schröder – imbarazzatamente al centro di una rete di rapporti con i vertici dell’economia russa – e poi con Merkel ha approfittato del gas a basso costo che le ha consentito di basare la crescita su una politica energetica che ha riempito le tasche dell’oligarchia russa. L’abbandono precipitoso del nucleare dopo Fukushima nel 2011 ha aumentato la dipendenza da Mosca.

I costi dell’energia sono cresciuti significativamente per famiglie e industrie – tedesche e non. Mentre la transizione verso le rinnovabili, pur necessaria, è stata implementata in modo caotico – da qui, in parte, una chiave di successo per i Verdi. Risultato? I Verdi hanno registrato consensi nonostante la sterzata “green” (uno dei motivi dell’abbandono del nucleare) della CDU e della sua ex leader. Che, come ogni politico di peso in Germania, doveva e deve tenersi buona l’industria automobilistica, spina dorsale dell’economia mitteleuropea. Il rapporto con Putin è sempre stato prudente, ma continuo. Fu Merkel che accettò un nuovo gasdotto dalla Russia dopo che Mosca aveva invaso la Crimea – episodio giudicato grave in tutto l’Occidente, ma tutto sommato minore. E Putin non si è fermato. Angela Merkel ha gravemente sottostimato le ambizioni espansionistiche del Cremlino. Dopo l’annessione della penisola sul Mar Nero nel 2014, la politica tedesca è stata, purtroppo, essenzialmente conciliante.

E così l’UE a trazione tedesca si è autocondannata ai ricatti putiniani da allora. E meno male che non è stata Merkel a organizzare la risposta – pur timida con Scholz – nei confronti dell’attacco integrale del 2022. Ma non è finita qui: ci si ricorda benissimo nelle grandi cordate imprenditoriali della Cancelliera alla corte cinese ogni anno. La Cina è diventata il mercato d’elezione delle imprese tedesche, il che ha riflettuto la politica pro-business della signora. Gas da una parte, export dall’altra. E Hong Kong? Gli uighuri? Taiwan domani? Una Germania votata al rispetto dei diritti umani non ha considerato queste – ed altre questioni – mai in maniera troppo seria. Sul fronte interno? Il “Wir schaffen das” ha certamente fatto lustro all’ex Cancelliera. Ma al costo di perdite di consensi della CDU – cosa che Merz sta cercando di recuperare con virate a destra – grossomodo a favore dell’Alternative für Deutschland.

Inoltre, la politica delle porte aperte (il famoso un milione di siriani) ha causato tensioni sociali e politiche. Concretamente, questo si è manifestato nella mancata preparazione delle strutture di accoglienza ed un insufficiente coordinamento con gli altri paesi europei – specialmente quelli a Sud – sul profilo migratorio. Sarà forse la postura immobilista tipica dei democristiani centristi e imbolsiti, ma sotto Merkel – lo si può dire con il senno del poi – non ci sono state riforme economiche di peso. L’impressione è che sotto questo profilo ci si sia limitati a confermare lo status quo del tempo. Per non parlare dei sotto investimenti nelle infrastrutture, qualcosa a cui la CDU ha sempre tenuto molto. Dunque, un ritardo nella digitalizzazione del paese e un insufficiente investimento nella rete ferroviaria e stradale. Gli investimenti nella Difesa sono minimi. La riluttanza nell’armare Kyiv deriva dalla paura di rimanere senza armi a casa propria.

Il sotto investimento cronico nella Bundeswehr, insieme con la mancata modernizzazione delle forze armate, ha mostrato la corda e non da oggi. I contributi nei confronti della NATO da parte della Germania sono ad oggi ancora inadeguati. Sebbene Merkel abbia guidato la Germania attraverso multiple crisi mantenendo stabilità e crescita economica, i suoi errori hanno contribuito a creare vulnerabilità strutturali del paese e del Continente. La sua tendenza al compromesso ha garantito da un lato stabilità nel breve termine, dall’altro ha portato a rimandare decisioni difficili. Quindi, no, non bisognava tessere le lodi nei confronti di una figura, certamente significativa, ma le cui crepe – non personali, naturalmente, ma politiche – sono oggi visibili e criticabili. Angela Merkel è una leader che ha saputo mantenere stabilità e consenso. Ma che non ha saputo – o voluto – affrontare alcune sfide fondamentali per il futuro della Germania e dell’Europa.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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