Germania senza centro: tre Länder riscrivono la Storia

In due settimane la Germania ha vissuto tre appuntamenti elettorali in tre Länder capaci di aprire la crisi più seria della CDU dal Dopoguerra. Il 6 settembre la Sassonia-Anhalt ha consegnato all’AfD il proprio miglior risultato di sempre in un Land, il 43,8 per cento, secondo caso dopo la Turingia del 2024 in cui il partito di estrema destra diventa il primo partito assoluto di un parlamento regionale, sfiorando la maggioranza dei seggi. La CDU, guidata da Sven Schulze, è crollata al 17,2 per cento, minimo storico nel Land, con un’affluenza record del 77,8 per cento a testimoniare la posta in gioco. Due settimane dopo, domenica 20 settembre, sono toccate a Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino. A Schwerin l’AfD di Leif-Erik Holm ha vinto con il 38,2 per cento, davanti alla SPD della governatrice Manuela Schwesig, al 35,5. La vera notizia, però, è la CDU.

Con il 4,9 per cento resta per la prima volta nella sua storia fuori da un parlamento regionale, esclusa insieme ai rosso-bruni del BSW di Sahra Wagenknecht. Linke e Verdi restano dentro per un soffio, rispettivamente al 6,5 e al 5,7 per cento. Tali numeri che permetteranno a Schwesig di tentare un governo di sinistra allargato, lasciando all’opposizione un’AfD che rivendica comunque un mandato di governo. Mandato mai tradotto, per ora, in reali possibilità di coalizione. A Berlino, intanto, la Linke di Elif Eralp ha conquistato il proprio miglior risultato di sempre in un Land: 25,7 per cento. Un balzo di quasi quattordici punti che la porta davanti a una CDU ferma al 18,8. Seguono l’AfD al 15,9, i Verdi al 14,4 e una SPD ridotta al minimo storico, 12,2 per cento. Il vero sconfitto di questa sequenza elettorale è il cancelliere Friedrich Merz.

«Un disastro, non possiamo abbellirlo», ha detto della disfatta in Meclemburgo, promettendo di non dimettersi e di proseguire con le riforme su pensioni, lavoro e fisco. Ha parlato di un dibattito pubblico ormai «più aspro e inconciliabile». E di una fiducia nelle istituzioni «minata attivamente dai partiti radicali di destra e di sinistra». Circolano già i nomi dei possibili eredi, da Hendrik Wüst a Markus Söder. Da Alexander Dobrindt a Boris Rhein. Tuttavia, anche se una sostituzione a metà mandato resta un’operazione complicata. Sarebbe però un errore leggere questi tre voti come una Germania che vira a destra. È vero che l’AfD ha vinto due Länder su tre e sfiorato la maggioranza assoluta in uno di essi. Ma a Berlino a vincere è stata la sinistra radicale, con un balzo percentuale ancora più ampio di quello registrato dall’AfD. Il filo che unisce queste tre elezioni non è ideologico, ma strutturale.

Si tratta del rigetto di un centro percepito come indistinto. Ma soprattutto incapace di offrire priorità chiare dopo anni di larghe intese. È questo che AfD, Linke e BSW, pur collocati agli estremi opposti, riescono oggi a offrire agli elettori tedeschi: risposte nette, demagogiche, manichee, presentate come buon senso contro la complessità della Koalition. E condividono, con più punti di contatto di quanti i rispettivi elettorati vorrebbero ammettere, un nucleo comune di posizioni. Tra questi, il Putinismo, il disprezzo per la resistenza ucraina, la nostalgia per l’epoca in cui la Germania era legata alle forniture energetiche russe a basso costo, un’ostilità verso la NATO e la questione identitaria affrontata da direzioni opposte, ma con pari radicalità: xenofoba e securitaria a destra, decostruttiva e antioccidentale a sinistra. Questa capacità di attrazione ha un prezzo che i tre partiti raramente sono chiamati a pagare: quello della responsabilità di governo.

È facile promettere la fine dell’immigrazione o la fine dell’invio di armi a Kiev quando non si è mai amministrato un bilancio regionale né gestito una crisi diplomatica reale. In alcuni Länder orientali le sezioni locali dell’AfD sono già classificate dai servizi di tutela della Costituzione come «sicuramente di estrema destra». Non come sospetto, ma come accertamento formale e la nostalgia energetica verso Mosca, coltivata da AfD e BSW con uguale insistenza, ignora con imperdonabile leggerezza che quella stessa dipendenza ha reso l’intera Europa ostaggio di un ricatto geopolitico durato anni. Il BSW resta poco più di un veicolo personale attorno a Wagenknecht, privo di radicamento istituzionale reale al di fuori dei suoi exploit elettorali. La Linke, dal canto suo, promette la solita radicalità redistributiva che nessuna delle sue rare esperienze di governo locale ha finora dimostrato di saper tradurre in policy sostenibile.

Sarebbe sbagliato immaginare che chi ha votato AfD sia per intero convertito all’estremismo. O che l’elettorato tedesco si sia improvvisamente spostato su posizioni di destra radicale. Contano fattori assai più materiali. Il prezzo della benzina e dell’energia. La pressione migratoria e la questione islamica. La deindustrializzazione che colpisce i Länder dell’ex DDR. La sensazione di insicurezza personale. A questo si aggiunge un risentimento più sottile, difficile da misurare nei sondaggi. L’AfD riesce a intercettare non solo l’elettorato apertamente di destra, ma anche una fascia di elettori (CDU e i librali del FDP) che non si definirebbe estremista, pur non disdegnando, se proposte, misure radicali come l’espulsione di massa di cittadini musulmani. A questo punto, la considerazione da fare è: ok all’AfD (“Alternative”), ma il prezzo sarà più che un fantomatico Hitlerismo, un tangibilissimo Putinismo. C’è infine una componente più anagrafica e d’immagine che aiuta a spiegare la débâcle demo-centrista.

La CDU appare oggi, specialmente ai più giovani, vecchio e noioso. Incapace di offrire un’identità riconoscibile al di là della gestione tecnica del potere. La SPD già meno: conserva, per l’offerta progressista sempre “appealing” tra i giovani, ancora una capacità di intercettare fasce di questo elettorato giovane grazie a una storia lunga e a leader locali come la Schwesig. Il FDP resta fuori dai radar elettorali in entrambe le tornate. I Verdi mostrano il fiato corto oltre certi spazi urbani e certe condizioni socioculturali specifiche – sono, ad esempio, saldamente in sella nel ricco Land meridionale del Baden-Württemberg. Nel complesso, sarebbe ipocrita scaricare tutta la colpa sui partiti estremi … Come se il loro successo fosse un fulmine a ciel sereno anziché il sintomo di un fallimento altrui. I partiti tradizionali hanno passato un quindicennio a scambiare l’amministrazione prudente per visione politica, la ricerca del compromesso per l’unica competenza.

Merz – già soprannominato in tempi non sospetti “Pinocchio” – ne è la prova. Eletto su un programma che prometteva la rottura netta con il regno merkeliano, si è ritrovato prigioniero della stessa aritmetica di governo. Quello che si apre ora, con un Bundestag chiamato a discutere della tenuta stessa della leadership di Merz, è un test decisivo per il “cordone sanitario” che i partiti mantengono nei confronti dell’AfD, rifiutando ogni forma di collaborazione di governo. Reggerà quella barriera anche quando l’AfD dovesse arrivare, in un Land dell’Est, a un soffio dalla maggioranza assoluta dei seggi? E potrà una CDU ormai esclusa da due parlamenti regionali su tre nell’arco continuare a presentarsi come l’ultimo argine centrista, senza ripensare radicalmente sia il proprio programma sia, forse, la propria guida? Le risposte arriveranno più dai prossimi mesi di governo federale che da qualunque dichiarazione pronunciata la sera del voto.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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