Duecentocinquant’anni dopo, l’America deve ritrovare se stessa

Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti celebrano il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Il mondo osserva il rito con sentimenti contrastanti. Per alcuni è la commemorazione della più riuscita esperienza politica della modernità. Per altri, il compleanno di una potenza in declino, afflitta da divisioni, populismi e sfiducia nelle proprie istituzioni – insomma, la morte di quell’America data per spacciata più volte nel suo quarto di millennio di vita. Entrambe le letture contengono una parte di verità. Nessuna delle due è però sufficiente. Duecentocinquant’anni non sono molti. Sono moltissimi per una repubblica. Ma pochi per una civiltà. Gli Stati Uniti sono una nazione antica rispetto alle democrazie liberali contemporanee (di cui sono la matrice), ma straordinariamente giovane se confrontata con gli imperi, le culture e le tradizioni che hanno plasmato il mondo (come i suoi avversari, Cina in primis). L’America, come la chiamiamo, non è alla fine della sua Storia.

Da almeno mezzo secolo gli osservatori internazionali annunciano ciclicamente il declino americano. Negli anni Settanta la crisi petrolifera e il Vietnam sembravano aver spezzato la fiducia della superpotenza. Negli anni Ottanta si parlava del sorpasso giapponese. Nei primi anni Duemila fu la volta della Cina. Oggi l’argomento è la polarizzazione politica. Ma pure il deterioramento del dibattito civile. Eppure, ogni volta che la diagnosi del tramonto appare definitiva, la realtà s’incarica di complicarla. Gli Stati Uniti continuano a rappresentare il principale polo di attrazione del capitale globale. Le loro università dominano la ricerca scientifica internazionale. Le imprese americane occupano le posizioni centrali nei settori dell’economia del XXI secolo: IA, biotecnologie, semiconduttori, software. Il dollaro conserva una centralità che nessun concorrente è riuscito a scalfire seriamente. Perfino sul piano demografico, gli Stati Uniti mantengono una capacità di rinnovamento che deriva dall’immigrazione e dalla continua attrazione di talenti stranieri.

Vi è poi una realtà geopolitica che gli americani tendono a dimenticare proprio perché è diventata una costante. Gli oceani continuano a proteggerli. L’Atlantico e il Pacifico sono ancora oggi le più efficaci barriere strategiche del pianeta. Nessun’altra grande potenza gode contemporaneamente di una simile sicurezza geografica, di una simile abbondanza di risorse e di una tale capacità di proiezione globale. Molti dei problemi che dominano il dibattito americano apparirebbero lussuosi se osservati da Paesi costretti a convivere con vicini ostili, confini vulnerabili o declini demografici irreversibili. La forza materiale non coincide necessariamente con la salute di una nazione, certo. Un Paese può prosperare economicamente e allo stesso tempo perdere qualcosa di essenziale della propria anima politica. È qui che il traguardo dei duecentocinquant’anni assume un significato più profondo. I Padri Fondatori non costruirono solo uno Stato, ma un inedito e moderno esperimento.

L’idea rivoluzionaria non consisteva solo nel separarsi dalla Corona britannica, quanto nella convinzione che uomini e donne di origini diverse potessero essere tenuti insieme da una serie di principi condivisi. L’America nacque come una nazione fondata su un’idea. Naturalmente quel progetto era imperfetto fin dall’inizio. La schiavitù non fu una nota a margine, ma una contraddizione strutturale. Le discriminazioni razziali sopravvissero per generazioni. Intere categorie di cittadini furono escluse dalla piena partecipazione politica. La storia americana non è il racconto lineare di una libertà che si espande senza ostacoli. È il racconto di una società che ha dovuto combattere contro le proprie incoerenze, il fanatismo religioso che emerge e il disprezzo di gran parte del mondo. Tuttavia, esiste una differenza fondamentale tra le ingiustizie del passato e molte delle tensioni del presente. Le prime riguardavano chi dovesse essere ammesso nel patto americano. Le seconde, l’esistenza stessa del patto.

Per gran parte della storia degli Stati Uniti, gli americani hanno litigato su quasi tutto. Ma continuavano a condividere una convinzione di fondo. L’Unione era un bene da preservare. Oggi questa certezza appare meno solida. Non perché il Paese sia sull’orlo della disgregazione, ma perché una parte crescente della politica sembra trarre energia dalla divisione piuttosto che dalla ricerca di una sintesi. Un tempo, le grandi figure della storia americana, anche quando erano spietate, ambiziose o ideologiche, tendevano a concepire il proprio ruolo all’interno di una cornice più ampia. Esisteva l’idea che la Repubblica dovesse sopravvivere agli uomini che la guidavano. Oggi, invece, la politica è dominata da personalità che interpretano la nazione come un’estensione del proprio brand personale. A costoro, tuttavia, sarebbe sbagliato attribuire un’importanza storica eccessiva. Le amministrazioni passano. I presidenti passano. La domanda decisiva riguarda ciò che resterà quando una stagione politica – di scasso istituzionale – sarà terminata.

Resterà la libertà di ricerca? E la capacità di attrarre le menti migliori del mondo? Resterà un’economia aperta da consentire la nascita di nuove imprese e la distruzione creativa delle vecchie? E la convinzione che il dissenso sia una ricchezza e non una minaccia? Sono queste le domande che contano. E che trovano conferma nella Dichiarazione di duecentocinquant’anni fa. La forza americana non è mai stata l’assenza di errori – anzi! È stata la presenza di meccanismi capaci di correggerli – poi se questi meccanismi vengono alterati, il discorso è più complesso … Nessuna società moderna ha prodotto una quantità paragonabile di innovazione scientifica, economica e culturale senza una dose corrispondente di libertà. Nessun Paese ha attirato tanti talenti senza offrire, in parte, la possibilità di mettere in discussione le ortodossie esistenti. L’America è diventata l’America perché milioni di persone hanno considerato il suo sistema aperto preferibile alle alternative dirigiste e collettiviste.

La sfida dei prossimi decenni non sarà quindi militare o economica. Sarà culturale. Consisterà nel capire se gli Stati Uniti riusciranno a preservare quelle condizioni che hanno reso possibile il loro successo. Le società non decadono quando perdono denaro. Decadono quando perdono fiducia nelle proprie ragioni di esistere. Quando la curiosità lascia il posto al fanatismo. Quando il fanatismo sostituisce il dibattito. E quando il desiderio di punire l’avversario diventa più forte del desiderio di costruire qualcosa insieme. In questo senso, la minaccia più seria per l’America non proviene tanto dalla Cina, dalla Russia … Proviene dalla tentazione di smettere di credere in sé stessa: nei valori liberali americani. Credere, cioè, che una società aperta sia ancora preferibile a una chiusa. Che la libertà sia più produttiva della coercizione. Ma anche che la concorrenza sia più feconda del privilegio. Che la ricerca della verità richieda discussione e non conformismo.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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