Le macerie della democrazia giacciono sotto i nostri occhi, esordisce Marco Revelli in La democrazia è antiquata (Laterza 2026). Quella che per lungo tempo è stata considerata la “miglior forma di governo” si sgretola quotidianamente sotto i colpi di élite governanti dissennate e di popoli sempre più intossicati da propaganda, paure e disillusione. Revelli punta il dito contro una serie di crisi convergenti. Il 10 per cento della popolazione più ricca detiene l’85 per cento della ricchezza globale. La “più grande democrazia del mondo” gli Stati Uniti, militarizza le proprie metropoli contro i poveri. L’Occidente continua a elogiare come “l’unica democrazia del Medio Oriente” uno Stato che, secondo l’autore, pratica sterminio attraverso fuoco, fame e disumanizzazione dell’avversario. Le democrazie contemporanee, osserva Revelli, non fanno più nemmeno promesse. Già Luigi Bonanate si chiedeva se i successi democratici registrati nell’ultimo quarto del Novecento sarebbero riusciti a proseguire nel XXI secolo.
Oggi la risposta sembra tutt’altro che scontata. L’insoddisfazione globale verso la democrazia ha raggiunto livelli record, alimentando un senso di disillusione analizzato da studiosi come Nadia Urbinati, Steven Levitsky, Daniel Ziblatt, Anne Applebaum, Carlo Galli e Colin Crouch. Quest’ultimo ha elaborato la nozione di postdemocrazia. Un sistema in cui, sebbene le elezioni continuino a svolgersi, i cittadini vengono ridotti a spettatori passivi, mentre il confronto politico reale si restringe a gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e agli opinion leader che contano davvero. Revelli richiama anche le tesi di Robert Reich. Il capitalismo, sostiene costui, è diventato una minaccia per la democrazia. Esiste una silenziosa decostruzione del parlamentarismo, alimentata da un crescente deficit democratico. È la democrazia “senza popolo”. L’astensionismo diventa una forma di “partecipazione negativa”. La nostra democrazia sta progressivamente perdendo il proprio popolo. E si trasformano così nella democrazia “dei pochi”, dominata da super-oligarchi globali.
Si afferma una nuova antropologia aziendale che sostituisce il cittadino con il consumatore e il lavoratore performante. In questo scenario riemerge l’homo videns descritto da Giovanni Sartori: l’uomo che guarda e non pensa. Revelli collega questo processo anche alla neolingua inaugurata da Silvio Berlusconi con il discorso di discesa in campo del 1994. Il Cavaliere avrebbe funzionato come un grande sdoganatore, contribuendo a una crescente aggressività polarizzante nello spazio pubblico in Italia. L’Occidente si presenta sempre più come una democrazia del denaro, sospesa sopra il baratro della disuguaglianza, afferma l’autore. A ciò si aggiunge la democrazia della disinformazione. Senza un’informazione libera e pluralistica, osserva Revelli, non si può parlare seriamente di democrazia. Non manca un duro attacco alla “democrazia delle armi”. Ci si può domandare, scrive l’autore, se esista davvero un’emergenza determinata dalla carenza di armamenti. Nell’ultimo decennio le spese militari europee sono più che raddoppiate.
La distanza tra ideali e realtà è ormai così profonda da rendere quasi irriconoscibili i principi fondativi della democrazia: rappresentanza, partecipazione, trasparenza, informazione. Tuttavia, Revelli non si limita alla diagnosi. Propone la necessità di un “nuovo inizio”, che riparta dal basso, nella convinzione che soltanto una critica radicale della democrazia esistente possa salvarne il futuro. Per farlo invita a recuperare l’homo democraticus di Hans Kelsen. Un individuo educato a un sobrio razionalismo neoilluministico, ostile a ogni forma di verità rivelata, naturalmente pluralista e fiducioso nella capacità cognitiva del libero confronto tra idee diverse. Il bersaglio principale dell’autore resta comunque il neoliberismo, che pretende di estendere la propria logica individualistica e privatistica a tutti gli ambiti dell’esperienza umana. Non si limita più all’economia, ma tende a imporre i codici della razionalità economica all’intero universo delle attività umane.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
