Pittura metafisica, un’arte tutta italiana

Dal 28 gennaio al 21 giugno 2026, Palazzo Reale di Milano ospita uno dei progetti espositivi più ambiziosi della stagione: “Metafisica/Metafisiche”, a cura di Vincenzo Trione, mette in dialogo i maestri della metafisica con gli eredi internazionali del XX e XXI secolo. Promossa dal Ministero della Cultura e dal Comune, la mostra rientra nel programma culturale delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Opulenta questa sezione del Palazzo, che prevede la salita di un imponente scalone, quasi a trovarsi davvero in un luogo dipinto dagli autori – e gli italiani furono illustri iniziatori di questo genere. Nell’ambito della mostra, sono presentate circa quattrocento opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, plastici e modelli architettonici, illustrazioni, riviste, video e vinili. I prestiti provengono da oltre un centinaio di istituzioni pubbliche e private.

La mostra si dispiega con un percorso urbano ben definito. Al Museo del Novecento si approfondisce il rapporto tra la metafisica e Milano, con ad esempio bozzetti scenografici per il Teatro alla Scala. Alle Gallerie d’Italia è ospitato il reportage fotografico di Gianni Berengo Gardin sull’atelier bolognese di Giorgio Morandi, in via Fondazza, un corpus di immagini del 1993 che introduce il luogo raccolto dove è nata l’opera di un maestro convinto che non c’è nulla di più astratto del visibile. A Palazzo Citterio, William Kentridge presenta un’immersiva videoinstallazione sonora accompagnata da sculture in cartone che reinterpretano poeticamente le nature morte del maestro bolognese. Il punto di partenza storico dell’esperienza metafisica è preciso: Ferrara, 1917. Da qui inizia la mostra di Palazzo Reale. Nel pieno della Grande Guerra, Giorgio De Chirico viene richiamato in Italia insieme al fratello Alberto Savinio e assegnato come scritturale a una caserma della città estense.

Ferrara, con le sue architetture silenziose e le vetrine colme di biscotti, diventa quindi il teatro naturale di una nuova ispirazione. Nell’ex ospedale psichiatrico Villa del Seminario, De Chirico incontra Carlo Carrà. Intorno a loro gravitano anche Savinio e il giovane Filippo de Pisis. Nasce così il gruppo della metafisica. All’inizio, non un movimento compatto dotato di manifesto, ma un sodalizio animato da personalità diverse, accomunate da una sola provocatoria proposta. Avviare cioè un dialogo aperto tra l’effimero e l’eterno. La loro poetica si riverserebbe presto anche sull’opera di Morandi, che tradusse quelle suggestioni in nature morte attraversate da una quiete carica di tensione. «Bisogna scoprire il demone in ogni cosa», scrisse De Chirico. È l’epoca degli interni metafisici: stanze popolate da squadre, righelli, carte geografiche, manichini. E qui l’apparenza del quotidiano cela una dimensione enigmatica. La percezione è sovvertita … Prospettive innaturali, ombre allungate, statue classiche accostate.

La mostra compie però anche un’operazione storiograficamente coraggiosa. Non si limita al periodo aureo della pittura metafisica. Accanto ai fondatori emergono gli artisti che assorbono la lezione senza aderirvi formalmente. Mario Sironi, reduce dal Futurismo, abita i suoi dipinti con solidi geometrici e paesaggi di periferia dai toni malinconici. Felice Casorati declina lo straniamento metafisico in una pittura introspettiva di rigorosa costruzione spaziale. Tuttavia, i maestri metafisici non restano confinati nel quadro. Pur definendosi soltanto pittori – e rivendicando questa scelta in aperta distanza dalle sperimentazioni di futuristi, dadaisti e surrealisti – De Chirico, Savinio e Carrà escono dalla cornice con una frequenza rivelatrice. Come affermò il secondo, «Io sono un pittore “di là della pittura”».

I tre disegnano sipari e costumi per il teatro musicale. De Chirico firma “I Puritani” e “Otello”, Savinio “Armida”, Carrà “La Lampara”, tutti per i maggiori teatri lirici italiani – il Maggio Musicale Fiorentino, l’Opera di Roma, la Scala di Milano. È proprio quest’ultima, delle tre, la città che – con il suo legame profondo con questi artisti – tutto si intreccia con maggiore forza. Il cuore critico della mostra è però nel plurale del titolo. Non la “metafisica” come fenomeno chiuso, ma “metafisiche” come sistema di riferimento ancora vivo. Dal Dadaismo al Surrealismo – Salvador Dalí riprende la dimensione onirica degli spazi metafisici, René Magritte approfondisce l’ambiguità tra oggetti e significato – dalla Pop Art al Concettuale, la poetica di De Chirico ha generato genealogie impreviste. Anche il cinema d’autore ne porta il segno. Michelangelo Antonioni, Federico Fellini e Wim Wenders hanno assimilato le atmosfere, le composizioni e i temi tipici della pittura metafisica.

Dopo il doveroso focus dechirichiano, il percorso a Palazzo Reale si articola poi in quattro isole tematiche. La Pop, con Andy Warhol, Pino Pascali, Emilio Tadini e Ai Weiwei. Poi i Postmoderni, con Luigi Ontani, Mimmo Paladino, Sandro Chia ed Enzo Cucchi. I Surreali, con Philip Guston, Dino Buzzati, Luigi Serafini e William Kentridge. Infine, i Concettuali, con Fabio Mauri, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani e Mike Bidlo. Nell’architettura, la stagione d’oro della metafisica costruita va rintracciata tra le due guerre, quando il razionalismo ne adottò l’aspirazione all’assoluto nei grandi cantieri delle città nuove. Come scrive Massimo Bontempelli di Sabaudia: «una città nuova, ma pronta da secoli». Il Colosseo quadrato dell’EUR e l’Angelicum di Giovanni Muzio a Milano ne sono le incarnazioni più incisive. Dopo il secondo conflitto mondiale la metafisica sembrò un retaggio da esorcizzare, fino al ritorno di fiamma di Aldo Rossi e alla ripresa postmoderna degli anni Ottanta.

Anche la fotografia – nonostante il severo De Chirico avesse stigmatizzato in uno di suoi tanti studi sulla pittura che contribuì ad inventare «l’orrore delle moderne fotografie artistiche» – ha intrattenuto con la metafisica un dialogo fecondo. La sezione fotografica si apre con i ritratti del “Pictor Optimus” – immortalato da Man Ray prima, poi da Irving Penn, Henri Cartier-Bresson, Ugo Mulas, Claudio Abate, Aurelio Amendola e Gianfranco Gorgoni – e di Morandi, colto da Mulas a guardare fuori dalla finestra verso la luce. Dai paesaggi urbani sospesi di Herbert List negli anni del Surrealismo, ai grandi maestri italiani degli anni Ottanta – Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Franco Fontana – fino a Luigi Ghirri, che ha fotografato la fontana di De Chirico nei giardini della Triennale di Milano. E a Joel Meyerowitz e Olivo Barbieri, che reinterpretano l’atelier e le nature morte morandiani. Peraltro, uno dei temi principali dell’arte metafisica.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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