Verso l’autoritarismo? La Germania ieri, l’America oggi

La storia non si ripete allo stesso modo, eppure spesso risuona con inquietanti echi: il ritorno dell’autoritarismo è uno di questi. Mentre osserviamo l’evolversi del panorama politico americano contemporaneo, emergono parallelismi preoccupanti con dinamiche che caratterizzarono le stesse che portarono al crollo della Germania repubblicana negli anni Trenta. Non si tratta di affermare che gli Stati Uniti stiano diventando la Germania totalitaria. Ma di riconoscere come certi meccanismi di erosione democratica seguano schemi storici riconoscibili, innegabili, preoccupanti. Il confronto non nasce dall’allarmismo e dalla sindrome della “caccia al fascista” – sport usurante in questi anni dove sia il nome che l’aggettivo fascista si sono svuotati di significato. Quanto dalla necessità di comprendere come le democrazie possano gradualmente indebolirsi attraverso processi che, presi singolarmente, possono apparire di poca importanza.

Tutto parte dalla scusa di voler restaurare l’orgoglio nazionale: rendere di nuovo grande la Germania, umiliata e sconfitta. Era il grido di battaglia nazista. Una promessa di restaurare l’orgoglio dopo la sconfitta nella Grande Guerra e lo smacco di Versailles. Il regime sfruttò il risentimento collettivo per legittimare politiche sempre più estreme. Allo stesso modo, lo slogan “Make America Great Again” riecheggia quella stessa retorica di restaurazione, promettendo di riportare il paese a una presunta grandezza perduta. Come nella Germania degli anni Trenta, questo appello tocca corde emotive profonde, alimentando il nazionalismo. La sistematica messa al bando dei libri nella Germania nazista rappresentava una forma di censura culturale che mirava a eliminare ogni voce non tedesca. Parallelamente, gli Stati Uniti si registrano oggi un aumento record di contestazioni di testi che trattano temi di diversità, storia razziale o identità di genere vengono contestati.

Colpire la stampa libera era essenziale per il regime nazista, che trasformò i media in strumenti di propaganda costringendo i giornali ad allinearsi al regime. Oggi, i licenziamenti di massa in testate giornalistiche americane, le pressioni sui media pubblici e gli attacchi sistematici alla credibilità dei giornalisti creano un clima di intimidazione che ricorda precise strategie di controllo dell’informazione. La libertà di stampa viene erosa non attraverso divieti espliciti, ma mediante pressioni economiche e campagne di delegittimazione. Nel regime nazista, immigrati, stranieri e minoranze venivano sistematicamente incolpati per i problemi economici e sociali del paese, creando un clima di divisione che giustificava politiche sempre più discriminatorie. Nell’America contemporanea, politiche migratorie draconiane e retoriche che dipingono gli immigrati come invasori e responsabili di criminalità, disoccupazione e degrado sociale replicano gli stessi meccanismi di costruzione del nemico esterno.

Ebrei, rom, comunisti e altri gruppi minoritari venivano identificati dal regime nazista come nemici interni, responsabili della decadenza nazionale e minacce alla purezza razziale. Una strategia che permetteva di concentrare il malcontento popolare su obiettivi specifici piuttosto che sulle reali cause dei problemi. Nell’America odierna, certi gruppi minoritari, intellettuali, artisti e attivisti vengono demonizzati come minacce alla sicurezza nazionale e ai valori tradizionali ricreando una simile logica di esclusione e ostilità che trasforma altri cittadini in nemici della patria. Il taglio dei fondi alle arti nella Germania nazista serviva a soffocare le espressioni artistiche non allineate, promuovendo solo l’arte che celebrava l’ideologia del regime e contribuiva alla costruzione del consenso. Oggi, le riduzioni sistematiche dei fondi per i media pubblici, i musei e le istituzioni culturali indipendenti negli Stati Uniti limitano il pluralismo espressivo e culturale, concentrando le risorse solo su contenuti “patriotticamente corretti”.

Nella Germania nazista, insegnanti e accademici venivano accusati di corrompere i giovani con idee pericolose, mentre il sistema educativo venne riformato per inculcare l’ideologia del regime fin dalla più tenera età. Nell’America contemporanea, le crescenti pressioni su insegnanti e università, le leggi che limitano l’insegnamento di certi argomenti storici, gli attacchi sistematici al mondo accademico replicano quella stessa strategia di controllo. Un apparato mediatico onnipresente nella Germania nazista plasmava le coscienze attraverso radio, cinema e stampa controllati dallo Stato-padrone, creando una realtà alternativa che sostituiva i fatti con la narrazione del regime. Oggi, l’uso massiccio dei social media per diffondere narrazioni uniformi e polarizzare l’opinione pubblica crea una moderna macchina propagandistica pervasiva che riesce a raggiungere ogni cittadino direttamente sui propri dispositivi personali.

L’accentramento del potere nelle mani del Führer svuotò il Parlamento tedesco e eliminò ogni controllo democratico, concentrando tutte le decisioni in un’unica figura che si poneva al di sopra della legge e delle istituzioni. Negli Stati Uniti contemporanei, i tentativi di espandere i poteri esecutivi, ridurre l’autonomia del Congresso e controllare le agenzie indipendenti seguono la stessa logica di concentrazione del potere. Oppositori politici nella Germania nazista venivano perseguitati, arrestati o fisicamente eliminati attraverso una strategia di intimidazione che iniziava con l’isolamento sociale e professionale, con l’obiettivo di creare un clima di paura che scoraggiasse ogni forma di dissenso. Oggi in America, i licenziamenti di funzionari pubblici percepiti come sleali, le perquisizioni nelle abitazioni di critici politici e le intimidazioni legali contro gli oppositori richiamano quelle stesse tattiche di repressione.

E poi bandiere, saluti, parate e cerimonie nella Germania nazista creavano un’identità collettiva che rafforzava l’appartenenza al regime attraverso la partecipazione emotiva di massa. Nell’America contemporanea, la promozione intensiva di simboli nazionalisti, cerimonie patriottiche e rituali di fedeltà alla bandiera replica quella stessa strategia di costruzione identitaria attraverso i simboli, creando un senso di appartenenza che può facilmente trasformarsi in conformismo e intolleranza verso chi si oppone. La violenza politica contro oppositori nella Germania nazista veniva gradualmente tollerata e poi incoraggiata come strumento legittimo di governo. Oggi in America, l’uso di forze militari contro manifestazioni civili e le grandi città e le dichiarazioni pubbliche che incoraggiano intimidazioni fisiche contro oppositori politici normalizzano la violenza come risposta al dissenso.

Quale sarà il prossimo passo? Forse delle leggi speciali tese a persecuzioni sistematiche, con restrizioni apparentemente moderate che escludono certi gruppi dalla vita civile ed economica. Ma si aggiungano alle analogie anche l’arricchimento personale e della cricca del capo. Il tentativo di minare le basi e l’indipendenza della banca centrale. I danni demografici come risultato delle politiche di chiusura all’ingresso di nuove migranti. La fuga di capitali e investimenti all’estero. La perdita di valore della valuta, la politica economica statalista. Il governo tramite decreti emergenziali. L’ammirazione per i dittatori. I tagli alla ricerca. La delegittimazione sistematica della stampa indipendente. L’uso strumentale della giustizia con pressioni su giudici e procure. La polarizzazione intenzionale del dibattito politico. Le nomine istituzionali basate su lealtà personale piuttosto che su competenza.

E ancora: i tentativi di prolungare il potere attraverso la messa in discussione dei risultati elettorali e la diffusione di teorie di brogli. La retorica nazionalista e populista che riduce la complessità a slogan. L’imbarazzante culto della personalità e il narcisismo patologico. L’utilizzo di emergenze per giustificare deroghe ai normali processi democratici. La scarsa attenzione alle minoranze e ai diritti civili con politiche discriminatorie. Lo sfruttamento della leva fiscale e commerciale in modo punitivo. La tendenza a presentarsi come unico garante della nazione delegittimando gli avversari come traditori o nemici. La guerra dichiarata alle città – dunque, per estensione, al popolo. Ogni confronto storico di questo tipo solleva legittime obiezioni che meritano considerazione attenta. È importante affrontare questi dubbi per distinguere l’analisi seria dall’allarmismo infondato e per comprendere meglio i limiti e le potenzialità dell’analisi comparativa sull’erosione democratica e l’incremento dell’autoritarismo.

«I contesti storici sono completamente diversi». È vero che la Germania degli anni Trenta affrontava una crisi economica devastante, l’umiliazione della sconfitta bellica e l’instabilità politica della Repubblica, mentre l’America contemporanea, pur con le sue difficoltà, resta una superpotenza economico-militare. Tuttavia, i meccanismi di erosione democratica non dipendono solo dalle condizioni economiche. Possono emergere anche in società prospere quando si diffonde la percezione di perdita di status o identità. La sensazione di declino nazionale può essere altrettanto potente della povertà materiale nel mobilitare consenso verso soluzioni autoritarie. L’autoritarismo moderno prospera non nella miseria assoluta, ma nella paura del declino. Seconda obiezione: «Le istituzioni americane sono strutturalmente più solide». Gli Stati Uniti hanno una tradizione democratica più lunga e consolidata della Repubblica di Weimar. Tuttavia, le istituzioni sono efficaci solo se supportate da norme informali, dalla volontà politica di tenerle vive e da un consenso attorno ai valori democratici.

«Mancano gli elementi distintivi del totalitarismo classico». Non esistono oggi in America partiti paramilitari di massa o programmi di eliminazione fisica degli oppositori. Tuttavia, l’autoritarismo del XXI secolo utilizza strumenti legali, mediatici ed economici piuttosto che la pura coercizione fisica. L’erosione democratica contemporanea procede spesso attraverso mezzi apparentemente legittimi: elezioni manipolate ma non false, leggi discriminatorie ma formalmente neutrali, pressioni economiche invece di arresti di massa. Quarta obiezione: «L’America ha una società civile più robusta e diversificata». È vero che gli Stati Uniti possiedono una tradizione di associazionismo civico, media indipendenti e contropoteri sociali che la Germania di Weimar non aveva. Ma molti di questi elementi si stanno indebolendo. Il declino delle organizzazioni intermedie, la concentrazione proprietaria dei media, la polarizzazione che distrugge il tessuto sociale. Oggi, come allora, la società viene gradualmente cooptata o neutralizzata.

«Si tratta solo di normale polarizzazione politica competitiva». In democrazie pluraliste è normale che esistano tensioni, conflitti accesi e reciproche accuse. La polarizzazione e il conflitto fanno parte del gioco democratico sano. Tuttavia, c’è differenza tra competizione democratica e delegittimazione sistematica delle istituzioni. Quando un movimento inizia a considerare la vittoria dell’avversario come illegittima per definizione, quando si rifiuta di accettare sconfitte elettorali, quando presenta oppositori come nemici esistenziali da eliminare piuttosto che rivali da sconfiggere elettoralmente, allora si supera la soglia della normale competizione democratica. Ultima obiezione: «I controlli e gli equilibri democratici stanno dimostrando di funzionare». È vero che molti meccanismi di difesa democratica stanno ancora operando e dimostrano resilienza. Ma l’erosione democratica è spesso un processo graduale che procede attraverso migliaia di piccole trasgressioni.

La vigilanza democratica responsabile non consiste nell’ignorare i segnali di pericolo per paura di sembrare allarmisti, ma nel calibrare attentamente le risposte ai rischi reali. L’importanza di queste obiezioni non sta nel dimostrare che i parallelismi sono completamente infondati. Ma nel ricordarci che la vigilanza democratica deve essere basata su analisi rigorose, storicamente informate e metodologicamente solide piuttosto che su paure irrazionali o comparazioni superficiali. Riconoscere i limiti del confronto storico è essenziale quanto riconoscerne l’utilità per comprendere e prevenire l’erosione democratica. Questi parallelismi non implicano che l’America stia necessariamente percorrendo la stessa strada della Germania nazista. Evidenziano solo come i meccanismi di erosione democratica seguano spesso schemi riconoscibili. La Storia ci insegna che le democrazie non muoiono improvvisamente. Si indeboliscono gradualmente. Attraverso processi che inizialmente possono sembrare normali adattamenti politici.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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