Finitezza e trascendenza tra Edith Stein e Martin Heidegger

C’è un momento nella storia della filosofia europea in cui tutto sembra confluire nell’aula di Edmund Husserl, a Friburgo in Brisgovia: tra gli allievi che raccolsero il pensiero fenomenologico del grande moravo, sono due i nomi che emergono con forza, Edith Stein e Martin Heidegger. Si potrebbe supporre che, complice l’impatto del maestro, entrambi abbiano collaborato in maniera produttiva. Non è così. I loro percorsi, che non si incrociarono per pochi anni, si divaricarono, fino a configurarsi, in un certo senso, come due visioni del mondo quasi antitetiche. Complici anche le scelte di vita, per le quali – ben al di là del loro impatto sulla materia filosofica – sia Stein che Heidegger sono ancora ricordati. Tuttavia, la straordinaria quanto ideale coincidenza biografica che vede entrambi nella stessa cerchia accademica negli anni Venti è una delle più affascinanti e fortunate dialettiche ideali della filosofia.

Stein visitò Husserl e Heidegger a Friburgo nell’aprile 1929 – quando Heidegger tenne un discorso per il settantesimo compleanno del maestro. Brillante filosofa ebrea, Stein fu assistente personale di Husserl negli anni della sua sistematizzazione della fenomenologia. Lavorò come suo assistente dal 1916 al 1918, quando si dimise. In quel periodo fruttuoso, Stein trascrisse e modificò, con interventi significativi, i manoscritti di Husserl; incluse le sue lezioni per una fenomenologia della coscienza interna del tempo. Ma nonostante questa vicinanza, Stein si discostò dalla fenomenologia husserliana pura per approdare a una riflessione etico-metafisica sempre più radicata nel cristianesimo, dopo la conversione. La dissertazione del 1917, Il problema dell’empatia, per cui fu una delle prime donne in Germania a ricevere un dottorato, rimane ancora oggi un contributo originale alla fenomenologia che continua a influenzare le discussioni.

Heidegger era due anni più anziano di Stein. Docente a Friburgo, fu assistente di Husserl, con cui tenne seminari di esercizi fenomenologici. C’è una ampia letteratura sulla relazione intellettuale di Heidegger con Husserl – complicata e talvolta tesa. Dal maestro ereditò il metodo e il lessico fenomenologico, che lo condusse alla pubblicazione di Essere e tempo (1927), una delle opere più influenti del Novecento. E sebbene criticasse Husserl in privato, Heidegger gli dedicò il volume, operando però una svolta ontologica, abbandonando la prospettiva trascendentale husserliana. Una frattura che non lasciò Stein indifferente; in alcune occasioni espresse perplessità e distanza rispetto a Heidegger, accusato di oscurare la dimensione etica e trascendente dell’essere umano. La sua critica più sistematica è in Essere finito ed essere eterno (1936), in cui spiega che l’amore è quanto dà pienezza all’essere, contrastando il “nulla” dell’analisi esistenzialista heideggeriana.

Già in Potenza e atto (1931) ed Essere finito ed essere eterno (1935), Stein offrì un’alternativa cristiana (“essere infinito”) al resoconto di Heidegger dell’“essere finito” umano verso la morte. Stein identificò una serie di carenze nell’analisi heideggeriana attorno all’essere umano. Heidegger fallirebbe nel chiarire cosa significhi essere “persona” e nel chiarire cosa significhi per più persone essere in comunità l’una con l’altra e le responsabilità sociali che ne derivano. Stein cerca un fondamento dell’essere che trascenda la sola temporalità, ma si apra alla luce dell’eterno, in una sintesi fra ragione e fede che culmina spesso e volentieri nella mistica. Le ricerche dimostrano come la fenomenologia delle esperienze di vita di Stein allarga i confini della finitezza umana per estendere l’orizzonte ontologico dell’essere umano. Di converso, Heidegger restringe e concentra l’intera questione ontologica nel “hic et nunc”, l’uomo, la sua esistenza e la sua finitezza.

Anche il piano “politico” e umano contribuisce a marcare la distanza tra i due. Stein, perseguitata in quanto ebrea, morì in una camera a gas a Birkenau nell’agosto 1942. Prima della deportazione, aveva espresso con coraggio un forte dissenso etico-spirituale verso l’ascesa del Nazionalsocialismo. In una lettera del 1933 a Papa Pio XI, lo implorò di prendere posizione contro l’antisemitismo dilagante. Proprio allora, Heidegger teneva il tristemente celebre discorso del rettorato, in cui aderiva alla politica culturale del regime hitleriano. Eletto, anche per questo, rettore a Friburgo il 21 aprile 1933 – s’iscrisse al NSDAP dieci giorni dopo. Husserl rimase scandalizzato dall’opportunismo dell’allievo – e fu privato dell’accesso alla biblioteca universitaria per via delle leggi antiebraiche. La rottura ideale con la filosofia di Stein e personale con Husserl fu irrimediabile. Nel 1941, sotto pressione dell’editore Max Niemeyer, Heidegger rimosse la dedica da Essere e tempo.

Alasdair MacIntyre (Edith Stein: A Philosophical Prologue) criticò Heidegger per la sua biforcazione della personalità e sottolineò che mentre Stein incarnò nella propria vita i principi filosofici che professava – arrivando fino al martirio come Teresa Benedetta della Croce – Heidegger mostrò una scissione tra profondità speculativa e coerenza etica esistenziale. La sintonia di Stein alle idee e ai motivi teologici significava che era più attenta nelle sue critiche alle varie trasgressioni di Heidegger attraverso il terreno della tradizione filosofica cristiana. Nella sua opera si può vedere perché il rapporto tra fenomenologia e teologia si sarebbe rivelato così fruttuoso nei decenni successivi. La preoccupazione continua di Stein per le questioni legate alle relazioni sociali e alla comunità umana, le esplorazioni della persona umana e il suo intimo sviluppo nell’incontro con l’altro, rappresentano contributi duraturi che vanno oltre l’empatia verso una filosofia dell’amore.

È un peccato che non ci siano (per ora) molte tracce di un confronto diretto tra Edith Stein e Martin Heidegger, né lettere né citazioni esplicite. Potremmo però parlare di un disaccordo silenzioso fondamentale. Se da una parte abbiamo la filosofia come scavo dell’essere e della finitezza (Heidegger), dall’altra la filosofia come cammino verso la trascendenza e la responsabilità (Stein). Due risposte differenti al medesimo smarrimento nella modernità. Se Heidegger depersonalizzò e violò l’ontologia tradizionale per spiegare l’essere umano solo in termini di pura esistenza, Stein affrontò la pienezza e del significato della vita contribuendo al rafforzamento del collegamento tra filosofia e religione. E ancora: mentre Heidegger sviluppò una filosofia orizzontale dell’essere-per-la-morte – che ironicamente culminò in una tragica compromissione storica da cui peraltro il filosofo della Foresta Nera non prese mai le distanze – Stein propose una filosofia verticale dell’essere-per-l’eterno che la condusse fino al sacrificio supremo della testimonianza.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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