Arriva in italiano, cinque anni dopo la sua pubblicazione in spagnolo, I venti (Einaudi 2025), un racconto breve di Mario Vargas Llosa, che con leggerezza malinconica conferma la sua capacità di fondere ironia, e riflessione sul mondo contemporaneo. Il protagonista è un anziano signore che dopo aver partecipato a una manifestazione per impedire la chiusura dello storico cinema Ideal a Madrid, non si ricorda più l’indirizzo di casa. Da qui si snoda un racconto mentale e digressivo. L’uomo vaga tra le piazze della capitale, combattuto tra la necessità di ritrovare la strada di casa e l’impossibilità di orientarsi in una città che non riconosce più. Il vecchio è in preda alle flatulenze che lo tormentano. Aveva appena cominciato la manifestazione quando gli era scappato uno di quei venti inopportuni, ormai usuali. Ma intorno a lui nessuno se n’era accorto.
I giovani di Madrid non si preoccupano per la scomparsa degli ultimi cinema della città. L’unico legame che resta al vecchio è quello con l’amico Osorio. Si telefonano ogni giorno per controllare se sono vivi. Mentre cammina, rievoca una vita fatta di libri e cultura tangibile. La vita senza librerie, senza biblioteche o cinema è una vita priva di anima. Lontana è l’epoca in cui leggere un classico o ammirare un dipinto dal vero dava un appagamento autentico. Torna il pensiero all’ex moglie Carmencita, lasciata per un amore passeggero e oggi perduta come tutto il resto. Il racconto è punteggiato da riflessioni sulla società, sull’attualità, sulla religione, sempre filtrate attraverso il vecchio disincanto. Sembrava impossibile sconfiggere cancro ed AIDS, eppure gli scienziati ci sono riusciti. Uomini e donne possono durare così a lungo conservando lucidità e godendosi la vita, sesso incluso.
È uno sguardo amaro, ma lucido quello che Vargas Llosa presta al suo personaggio, in un momento di geopolitica dominata da minacce costanti. I massacri tra israeliani e palestinesi continuano, dimostrazione quotidiana della vocazione autodistruttiva dell’umanità. L’eventualità che da un momento all’altro scoppi una guerra tra Cina e India è una realtà che nessuno ignora. In Puerta del Sol, il vecchio si siede su una fontana, unico posto disponibile. Ma si accorge che i ragazzi attorno a lui si alzano infastiditi, tappandosi il naso. Un vento che gli era appena sfuggito. Questo corpo incontrollabile, questo invecchiamento ridicolo e crudele, diventa lo specchio della decadenza di un’intera civiltà. Vargas Llosa critica anche le critiche alle istituzioni. La Chiesa è uno dei bersagli storici dell’autore. Essa piaceva alla gente perché non assomigliava alla vita, alla società così com’è. Dentro la Chiesa si aveva la sensazione di essere in un altro mondo.
Oggi, anche la Chiesa ha perso quel mistero che la rendeva rifugio. È un prolungamento della vita di tutti i giorni. Ha smesso di essere interessante, perché assomiglia ai partiti in cui non crede più nessuno. La passeggiata del vecchio si trasforma in una lunga resa dei conti con il tempo e il presente. Una giovane dai capelli rossi prova ad essere rassicurante e dice al vecchio che occorre apprezzare anche altre cose … Ma la sensazione che resta è di smarrimento. In che regime si vive oggi? Non è dato saperlo. Forse si vive in una menzogna sistematica. L’economia funziona grazie all’economia di mercato e alla concorrenza. Ma la vera libertà? Con I venti, Vargas Llosa firma una parabola lieve e cupa, a tratti comica, sulla vecchiaia, sulla solitudine e sul disincanto. Ma anche un’ultima, disperata dichiarazione d’amore per un mondo scomparso, fatto di cinema, libri e pensiero critico.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
