Giacomo Puccini siede tutto in bronzo in Piazza Cittadella, una delle più belle di Lucca, apparentemente a suo agio, quasi a scrutare i passanti che bussano alla porta del suo mondo. Alle spalle, in Corte di San Lorenzo, la casa-museo e casa-natale, inaugurata nel 1979, dopo i restauri che l’hanno riportata a quando l’abitava il Maestro, al quale tutta la città dalle celebri mura rende omaggio. Tra la dimora e la piazza di San Michele in Foro, il caffè “Madama Butterfly” e il gelato alla “Gelateria Turandot” segnalano l’impatto culturale duraturo. Così come la “Cucina autentica – Bistrot Paris Bohème” e l’iniziativa “Le donne di Puccini”, dodici saracinesche a mo’ di galleria a cielo aperto dedicate alle figure femminili delle dodici opere pucciniane. Un segno creativo che celebra il ruolo della donna nell’opera e che contribuisce all’immagine di una città ricca d’arte e storia, colorata e accogliente.
Nato a Lucca nel 1858, ultimo di una dinastia di compositori, Giacomo Puccini fece studi musicali all’Istituto cittadino, conseguendo il diploma. Trasferitosi al Conservatorio di Milano per tre anni, dove iniziò con la carriera teatrale con “Le Villi”, stabilì da subito un fruttuoso sodalizio con Giulio Ricordi, che gli commissionò la seconda opera, “Edgar” (1889). La fama di donnaiolo Puccini se la portò sempre dietro; e si innamorò di una donna sposata, Elvira Bonturi, che lo preferì al marito nel 1886, anno di nascita del figlio Antonio Puccini. Grazie al successo di “Manon Lescaut” (1893) e “La bohème” (1896), Puccini raggiunse la fama internazionale. Seguirono i celebri “Tosca” (1900), “Madama Butterfly” (1904), “La fanciulla del West” (1910) e “La rondine” (1917). Dal 1920 cominciò a lavorare a “Turandot”, progetto impegnativo ed incompiuto per via di un carcinoma alla laringe che pose fine alla sua vita.
I Puccini si erano trasferiti nell’attuale casa-museo nel 1815. Due secoli dopo i visitatori fanno una rampa di scale e si trovano nel cuore ben conservato del complesso. È qui che il giovane visse gli anni felici dell’infanzia. Ma dopo la scomparsa dei genitori, la casa fu affittata, dato che Puccini era prevalentemente a Milano e le sorelle erano tutte sposate. Venduta al cognato Raffaello Franceschini, dopo il successo di “Manon Lescaut” il Maestro riacquisì la casa, da allora proprietà di Puccini e degli eredi. La nuora Rita Dell’Anna la donò nel 1974 alla Fondazione omonima, con l’espressa volontà che fosse trasformata in museo. Dodici – ritorna il numero – le stanze. Ad accoglierci è la testa in bronzo di Giacomo Puccini, modello per la statua nella piazza antistante – quasi un ideale collegamento tra l’esterno e l’interno.
Le decorazioni alle pareti e il pregiato soffitto connotano l’appartamento come la casa di una famiglia agiata. La seconda sala, quella “della musica” era la sala del lavoro nella casa dei musicisti. L’oggetto simbolo è il pianoforte Steinway & Sons, acquistato da Puccini nel 1901, il più importante tra i tanti posseduti. Lo strumento si trovava nella casa milanese. Poi il compositore lo fece trasportare nella villa di Viareggio. Su questo pianoforte Puccini ha composto “Madama Butterfly” e “Turandot”. Lo strumento è ancora utilizzato oggi in occasioni importanti, come all’inaugurazione dell’EXPO 2015 in piazza del Duomo a Milano, dove il pianista cinese Lang Lang ha accompagnato Andrea Bocelli sulle note di “Nessun dorma”. Esposti, sotto teca in vetro, gli appunti de “La Fanciulla de West”, i libri autografati di Puccini, i volumetti de “La bohème” e tante lettere autografe.
La camera da letto ospitava le sorelle. Ma il riarrangiamento museale l’ha consacrata al Puccini musicista. Ancora lettere, libretti, spartiti e documenti relativi alla fase compositiva e alla messa in scena. Trasferitosi al Conservatorio a Milano, tramite una borsa di studio, Puccini conseguì fin da subito ottimi risultati facendosi una reputazione immeditato. Il maestro Amilcare Ponchielli lo prese così sotto la sua ala. Nel 1883 la Casa Musicale Sonzogno indisse un concorso per un’opera in un atto a cui Puccini partecipò con l’opera “Le Villi”, ma senza successo. Questa fu però messa in scena l’anno successivo al Teatro dal Verme, attirando l’attenzione di alcuni circoli milanesi. Tiepida l’accoglienza di “Edgar”. Ma tramite il successo di “Manon Lescaut”, Puccini si rese conto quanto un buon libretto fosse fondamentale per la riuscita dell’opera. Da allora partecipò alla messa a punto di trama e stesura dei versi.
L’ingerenza del compositore fu sempre più incisiva in tutte le fasi della creazione dell’opera. Da grande uomo di teatro quale era, Puccini partecipava infatti alla messa in scena degli spettacoli, prendendo parte alle prove, intervenendo nella scelta non solo del direttore e del cast, ma anche di scenografi e costumisti. Si giunge dunque alla cucina, dove l’esposizione tratta le passioni del Maestro: la caccia, i motori, la buona tavola e, ovviamente, la bellezza femminile. Peraltro, Puccini scelse di abitare a Torre del Lago, a mezz’ora da Lucca, perché lì poteva trovare la tranquillità necessaria per il suo lavoro e vivere semplicemente, lontano dalla vita mondana. Ma soprattutto poteva coltivare la passione per la caccia. Riuscì persino ad ottenere dei permessi speciali che il proprietario del Lago di Massaciuccoli, il Marchese Carlo Benedetto Ginori Lisci, gli concedeva regolarmente. Al che Puccini gli dedicò “La bohème”.
Altri illustri cacciatori lo invitarono più volte a caccia nelle loro tenute maremmane, tra spiagge e lagune. Molte fotografie qui ritraggono Puccini in veste di cacciatore – alcune fatte proprio con la sua Polaroid. Occorre salire una piccola scaletta per trovarsi sotto la mansarda. La ex soffitta è la stanza più affascinante del complesso, dal momento che è stata trasformata nella scena de “La bohème”. Il riferimento a Parigi è immediato. Da una finestrina, la vista sui tetti di Lucca rimanda ai tetti della Ville lumière. La sala da pranzo presenta un caminetto in marmo bianco di Carrara e la decorazione delle pareti, a tempera gialla. La console di noce laccata a tempera giallo-ocra e verde è un pezzo della “mobilia gialla della povera Mamma” che Puccini non voleva che fosse venduta. La sala accoglie due raffinati ritratti del Maestro.
Qui spartiti de “La Rondine” e altre foto autografate con didascalia e traduzione in inglese. Lo spogliatoio è una piccola stanza di comunicazione e presenta dietro alla vetrina un lungo tabarro scuro. La fattura e i dettagli denotano l’eleganza di Puccini che era cliente della Prandoni, la sartoria milanese dove si recavano, tra gli altri, Gabriele D’Annunzio e Arturo Toscanini. Una rivalsa sulle ristrettezze economiche giovanili. Il vestiario pucciniano – eccessivamente elegante – fu celebrato a più riprese nelle cronache dell’epoca e rimane ancora oggi nell’immaginario collettivo. Dalle fotografie esposte emerge non a caso la maniacale attenzione per il dettaglio. La camera dei genitori è la stanza natale di Giacomo Puccini. Che tramite un’autorizzazione speciale, fu battezzato il giorno successivo alla nascita perché in pericolo di vita. Arredano la stanza un cassone nuziale dipinto con scene cortesi botticelliane. Il protagonista è il letto in stile Impero in noce.
Una coppia di tavolini, alcune poltroncine completano il sobrio arredo. Su una delle pareti, decorate a tempera che simula una tappezzeria, un ritratto opera di Leonetto Cappiello – in seguito uno dei più celebri cartellonisti pubblicitari del Novecento. “A Giacomo Puccini con grande ammirazione e vera amicizia L Cappiello” e la data “Paris, 11.1.99”, si legge sul quadro ad olio. Il riferimento è al periodo parigino di Puccini, che si trovava nella capitale francese per seguire l’allestimento de “La bohème”. La nona stanza è quella dei trionfi e accoglie alcuni dei numerosi riconoscimenti ricevuti da Puccini nella sua carriera e alcune testimonianze dei viaggi che compiva per seguire gli allestimenti delle sue opere nei maggiori teatri d’Europa e, con il nuovo secolo, anche negli Stati Uniti. Numerose furono le onorificenze che riportò dal viaggio in Argentina e Uruguay nel 1905.
Al culmine del successo, Puccini si ammalò. Una tosse persistente, in gran parte dovuta alle tantissime sigarette che fumava, lo portò a farsi visitare dai migliori specialisti del tempo che gli consigliano di recarsi a Bruxelles. Qui si sperimentavano nuove cure a base di radio. Nonostante l’operazione fosse riuscita – e un momentaneo miglioramento facesse sperare per il meglio – il cuore del compositore non resse e Puccini morì per un tumore alla laringe il 29 novembre 1924. Lo ricordano le pagine esposte del Corriere della Sera e Il Messaggero. Solenni funerali nella capitale belga e dopo pochi giorni la cerimonia si ripeté a Milano, presso il Duomo, dove l’orchestra della Scala, diretta da Toscanini, rese omaggio al Maestro con l’esecuzione del Requiem dell’“Edgar”. La salma di Giacomo Puccini riposa nella cappella di Villa di Torre del Lago che oggi porta il suo nome.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore)
