Oggi come ottant’anni fa, i campi di sterminio dell’operazione Reinhard restano ai confini dell’Europa. Non solo Auschwitz-Birkenau – il primo da ricordare per la mole, la massima industrializzazione dell’Olocausto. Ma anche altri nomi che provocano ancora un brivido lungo la schiena. Visitare questi laboratori della morte – gli altri cinque Vernichtungslager sono Chełmno, Treblinka, Majdanek, Sobibór e Bełżec (e ci sarebbe pure Malyy Trostenets, fuori Minsk, sebbene non compaia sempre nelle liste ufficiali dei campi di sterminio) – è un viaggio nel dolore che conduce dritto all’inferno. E verso una sola domanda: come è stato possibile? Un’odissea nella vergogna, che lascia senza respiro e poche parole. L’Aktion Reinhard – entro cui nacquero Treblinka, Sobibór e Bełżec – era l’operazione di sterminio degli ebrei concentrati nel Governatorato Generale (Polonia occupata) ideata da Reinhard Heydrich e frutto della Conferenza di Wannsee per portare a compimento la “Soluzione finale”.
I sei campi di sterminio furono fabbriche dell’annientamento in cui non si sopravviveva: si moriva al primo passo. Il viaggio attraverso questi campi, oggi memoriali immersi nel silenzio della natura, è ancora più algido nella fredda primavera polacca. Ripercorrere un’Europa dell’orrore, di silenzi, inganni, fosse comuni, gas che si mischia al sangue, è doveroso per ricordare il passato del Continente. Nasce così l’idea di visitare questi luoghi “secondari” quanto sacri e centrali nel progetto di sterminio nazista. Perché il crimine non fu solo Auschwitz-Birkenau. E la memoria non può permettersi selezioni. Da Varsavia ci vuole circa un’ora e mezza per arrivare a Chełmno, sul rigagnolo Ner. Il memoriale è su di una collinetta, attorniato da aziende agricole, non lontano dall’autostrada. A cento chilometri a Est di Poznań, nelle terre polacche annesse al Reich, Kulmhof fu il primo vero centro di sterminio su scala industriale.
Aprì a fine 1941, diventando il prototipo per i successivi campi dell’Operazione. Concepito per “risolvere” la presenza ebraica nel Wartheland, di Chełmno oggi non rimangono che poche rovine. La memoria del campo è legata alle famigerate Gaswagen, in una primitiva quanto lugubre tecnica di annientamento. Le vittime venivano condotte all’interno delle camionette e appositamente ingannate con la promessa di una doccia e un nuovo trasferimento. Qui venivano invece eliminate con il monossido di carbonio prodotto dal motore e convogliato nel vano. Circa novanta persone alla volta morivano soffocate in meno di venti minuti, mentre la Gaswagen si dirigeva verso il Waldlager, dove i corpi venivano ispezionati, spogliati e poi sepolti o bruciati. Il metodo della Gaswagen fu abbandonato perché non svolgeva abbastanza in fretta il processo di taylorizzazone dello sterminio. Per l’annientamento finale vennero dunque progettate le camere a gas.
275 chilometri più ad Est, sopra Varsavia, dopo tre ore di auto, si arriva a Treblinka. Che dopo Auschwitz-Birkenau è il più temuto dei campi di sterminio, data la mole di vittime – circa novecentomila. Bisogna addentrarsi a piedi nella radura per arrivare ad enormi crateri, che al tempo erano fosse comuni. Treblinka era il campo dove l’orrore aveva raggiunto la sua forma più organizzata e letale. Funzionò a pieno regime per sedici mesi, dal luglio 1942 all’ottobre 1943, diventando il secondo campo per numero di vittime dopo Auschwitz-Birkenau. Ma a differenza di questo, Treblinka non concedeva opzioni di sopravvivenza. Non c’erano baracche per i detenuti, né selezioni per il lavoro. Si arrivava e si moriva. Era un’industria della morte, dove tutto era calcolato al dettaglio. Dai tempi di scarico dei vagoni ai minuti necessari per svestire le vittime, fino al ciclo delle camere a gas alimentate dai motori diesel.
Oggi a Treblinka non è rimasto nulla delle strutture originali. Il gas uccideva le vittime in pochi minuti. Il corpo poi trascinato dal Sonderkommando nelle fosse – l’unico elemento archeologico visitabile. Per cancellare le prove, i cadaveri furono riesumati e bruciati su graticci di ferro costruiti con rotaie ferroviarie. Su questo Vasilij Grossman ha scritto pagine tremende nel suo Treblinka. Il campo fu diretto da Franz Stangl, ex comandante a Sobibór, alle dipendenze di Odilo Globočnik – il “boia di Lublino”, sloveno di Trieste. Nell’ottobre 1943, dopo una rivolta dei prigionieri che incendiarono parte del campo, Treblinka fu smantellato per volontà di Heinrich Himmler. Le SS rasero al suolo ogni edificio, piantarono alberi, trasformarono il sito in una fattoria. Oggi, qui sorge un memoriale di 17mila pietre. Nessuna ha nome. Solo una, la più grande, reca: “Mai più”. Un grido silenzioso sepolto nella terra.
A Sobibór si può arrivare anche con un trenino regionale da Sud, ma meglio giungervi da Ovest, dopo altre tre ore di guida, fino alla triangolazione di confini tra Polonia, Bielorussia e Ucraina. Un museo ripercorre la storia del campo e una parte all’aperto conserva le fondamenta delle camere a gas, protette dal vetro. Una distesa di sassi bianchi, con sempreverdi che delimitano l’area. Inaugurato nel maggio 1942, in poco più di un anno, vi furono uccise 200mila persone. I prigionieri, appena scesi dal treno – tutti i campi sono costruiti in prossimità della ferrovia per sveltire l’eliminazione – venivano divisi e uccisi nelle camere. Nel 1943, la rivolta guidata da prigionieri ebrei e dall’ufficiale sovietico Aleksandr Pečerskij rappresentò un evento unico e isolato, allorché poche decine di persone riuscirono a fuggire. Ma l’episodio spinse i nazisti a smantellare Sobibór e cancellarne ogni traccia.
L’ultimo campo di sterminio è quello di Bełżec, a dieci minuti dalla frontiera con l’odierna Ucraina, verso L’viv. Da Sobibór sono circa 150 chilometri. Il campo è sulla sinistra, in direzione dell’Ucraina, si vede tutto il perimetro, circondato dagli alberi. Aperto nel marzo 1942, in quindici mesi inghiottì oltre 400mila persone. Solo due i superstiti che riuscirono a fuggire e raccontare – Rudolf Reder e Chaim Hirszman. Christian Wirth, che già partecipò al programma eugenetico Aktion T4, aveva diretto localmente l’Aktion Reinhardt divenendo il primo comandante a Bełżec. Anche qui, dopo Stalingrado, i nazisti smantellarono tutto per cancellare le prove. Del campo rimane oggi un’enorme distesa di sassi scuri, sterili, conferendo al sito la parvenza di uno spazio lunare. A lati di un terreno scosceso che taglia a metà il campo, si sprofonda, mentre le mura grige si elevano, verso un altare che rende omaggio alle vittime.
I campi di sterminio nazisti sono musei. Le fondamenta delle camere a gas, come a Sobibór, sono trattate come antiche pavimentazioni greco-romane. Da difendere e proteggere. Perché ogni passo dentro quei luoghi è una discesa nell’abisso. I tre campi dell’Operazione Reinhard – con Chełmno come prototipo e Majdanek inizialmente concepito come campo per i prigionieri di guerra e riconvertito in seguito – sono oggi paesaggi disadorni, dove a parlare sono le pietre, le ceneri, le assenze. Solo la forza muta della terra, evidente a Treblinka, che ha inghiottito centinaia di migliaia di corpi e ne intrappola le storie. Eppure, è proprio in quell’assenza che la memoria trova spazio per gridare, come le pietre nere di Bełżec. Andare ai confini dell’Europa, ricordare questi luoghi, visitarli, parlarne, è necessario. Che il silenzio che oggi li avvolge non diventi rimozione domani. Che “Mai più” sia una scelta quotidiana. “Mai più”, come si dice, è ora.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
