Le elezioni per il Parlamento europeo in corso, dal 6 al 9 giugno, in tutti i paesi dell’Unione europea porteranno ad una nuova legislatura a Bruxelles e Strasburgo, quindi alla formazione di una nuova Commissione europea. A preoccupare gli osservatori c’è anzitutto l’astensione e un certo grado di sfiducia in vari segmenti della popolazione europea. Una piaga che pesa in tutti gli Stati membri; una progressiva disaffezione nei confronti dell’UE sfruttata dai movimenti populisti. Che, qualora ottenessero risultati significativi (specialmente a destra), potrebbero cambiare la geografia delle politiche comunitarie e la postura estera dell’Unione. Le elezioni si svolgono in un clima teso e di guerra russa in Ucraina. Sono già molti gli allarmi lanciati da diverse parti sulla propaganda russa che usa la disinformazione per orientare il voto, con l’obiettivo di indebolire l’UE, favorendo partiti estremisti. La polarizzazione politica che ne deriva è la conseguenza dell’uso della retorica alimentata dall’euroscetticismo.
Questo complica ancora di più il quadro delle sfide sul piano governativo comunitario. Verosimilmente, se l’attuale maggioranza parlamentare dovesse confermarsi, Commissione, Consiglio e Parlamento europeo lavorerebbero sulle priorità della legislatura in scadenza. Un po’ ovunque nei paesi membri, le opinioni pubbliche sono spaccate sui grandi temi degli ultimi anni. Anzitutto, nei confronti dell’Ucraina. La risposta europea in supporto a Kyiv è stata corale, ma il supporto difensivo non sembra essere all’altezza di un continente ricco – la stragrande maggioranza degli aiuti proviene infatti dagli Stati Uniti – e che si prefigge la piena adesione ai diritti umani, la promozione dello Stato di diritto e l’opposizione ai regimi autoritari. Ne deriva dunque che la difesa europea va necessariamente rafforzata e deve farsi il più possibile comune. La guerra in Ucraina ha evidenziato quanto i paesi europei (Germania in testa) siano carenti di strumenti per far fronte a possibili conflitti.
Se non altro, questo ha riacceso il dibattito sulla difesa comune, ma anche sulla necessità di maggiore collaborazione del Vecchio Continente con la NATO, dunque una prima corsa agli armamenti per difendersi da potenziali minacce da Oriente. La guerra in Ucraina mostra anche quanto sia necessario un miglioramento della resilienza contro le minacce ibride e i cyberattacchi. Si noti che l’opposizione al supporto a Kyiv – sostenuta dai partiti estremisti di destra e di sinistra che vittimizzano il Cremlino e accusano l’Alleanza atlantica e l’Occidente nel suo complesso di “abbaiare” alle porte della Russia – non è ricollegabile tanto a questioni etiche o politiche, quanto alla paura di vedersi sottrarre capitali destinati al welfare – e altre mancette elettorali per garantirsi il supporto popolare. Molti politici, in tutta l’UE, si sono infatti opposti al sostegno all’Ucraina, in particolare, proprio per avere più risorse da destinare ai cittadini del proprio paese.
Lo stesso discorso vale per l’immigrazione. Il rigetto dei migranti da parte di alcune forze estremiste è dettato dal timore di non poter usare la macchina statale per allocare fondi al proprio elettorato-cliente di riferimento. La gestione dei flussi migratori rimane il tallone d’Achille più visibile dell’Unione. Che certamente deve essere orientata verso uno sviluppo di una politica migratoria comune che garantisca una gestione efficace e umana dei flussi, la protezione delle frontiere esterne dell’UE, la cooperazione con i paesi terzi. Di recente sono state attuate riforme sull’immigrazione (Dublino). Tuttavia, le regole sono rimaste praticamente le stesse. Rimane il problema oggettivo dell’immigrazione in sé. Che rappresenta ancora una formidabile leva per i partiti populisti che sfruttano la questione e si appellano alla cosiddetta “questione identitaria”. E già a priori si mostrano scettici in merito ad un’altra priorità comunitaria che sarà traghettata nella prossima legislatura e Commissione europea.
La transizione verde ha preso le vesti dello European Green Deal, che sottolinea come gli Stati membri si debbano impegnare nella lotta contro il cambiamento climatico e nella promozione della sostenibilità ambientale. L’obiettivo è rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Un obiettivo decisamente ambizioso, che include un ventaglio di misure per ridurre le emissioni di gas serra, promuovere le energie rinnovabili e migliorare l’efficienza energetica. Conciliare l’economia di mercato con gli obiettivi green – spesso e volentieri raffigurati e proposti in chiave statalista e dirigista – rappresenta una delle più grandi sfide che attende Parlamento e dirigenti comunitari.
L’UE rinnoverà il suo impegno tradizionale nella difesa e protezione dei diritti umani. Tra questi il diritto all’IVG – di recente sotto attacco in molti paesi occidentali – e i cosiddetti diritti LGBT+. Con l’affermarsi delle spinte populiste in tutto il continente sono aumentati anche l’avversione nei confronti delle minoranze, dei migranti, come pure i gravi episodi di antisemitismo. La questione della digitalizzazione, da promuovere tramite investimenti infrastrutturali, è stata uno dei cavalli di battaglia della Commissione uscente e ha portato un miglioramento delle competenze digitali dei cittadini (e-government) e una regolamentazione delle piattaforme digitali per garantire un mercato equo e competitivo. Strettamente connessa è la resilienza economica e sociale che l’UE si prefigge dal Covid-19 con il piano Next Generation EU (NGEU), finalizzato a rafforzare le economie degli Stati membri attraverso investimenti in sostenibilità, digitalizzazione e riforme strutturali.
Un’ultima priorità: per sopravvivere l’Unione deve predisporre politiche e idee per una maggiore inclusione dei giovani. Combattere la disoccupazione giovanile, d’accordo, ma incentivare – e non sempre con la politica della spesa pubblica smodata – i giovani ad essere inclusi in una democrazia transnazionale che riconosce limiti e pregi dell’Unione. Una UE trasparente risulterà attraente soprattutto per i giovani che rappresentano la categoria più riluttante al voto per il rinnovo del Parlamento europeo. Inclusione vuol dire inclusione nel mondo del lavoro, promozione di politiche dell’occupazione e miglioramento delle condizioni di lavoro, certo. Ma vuol anche dire inclusione nel quadro di una democrazia europea più rafforzata. Rinsaldare l’entusiasmo per la democrazia è vitale per il futuro del mercato comune e per i cittadini europei di oggi e di domani.
Amedeo Gasparini
(Pubblicato su L’Osservatore magazine)
