Fëdor Tjutčev e il destino della Russia contro l’Occidente

È già tutto scritto all’inizio di La Russia e l’Occidente (Adelphi 2026) di Fëdor Tjutčev: «La Russia non si intende con il senno, / né si misura col comune metro: / la Russia è fatta a modo suo, / in essa si può credere soltanto», scrisse l’autore il 28 novembre 1866. Il volume è introdotto da Marco Filoni e si chiude con una postfazione di Massimo Cacciari. Raccoglie gli scritti politici di uno degli intellettuali più influenti della Russia ottocentesca. Il testo che dà il titolo è un trattato incompiuto ritrovato nell’archivio di Tjutčev dopo la morte. Diplomatico e poeta ammirato da Aleksandr Puškin, Ivan Turgenev, Fëdor Dostoevskij e Lev Tolstoj, uomo di grandi vizi e grandi virtù, Tjutčev era animato da un entusiasmo sconfinato per il suo paese. Nella raccolta spiccano riflessioni sull’agonia della civiltà occidentale, sulla questione romana e il papato, sul ruolo della censura e dell’autocrazia zarista.

Temi che, come appare evidente, conservano una sorprendente attualità. Il lirismo della sua poesia contrasta con il realismo spietato dei suoi scritti politici. Uomo di passioni intense, utilizzò quasi esclusivamente il francese, lingua dell’aristocrazia russa del tempo. Fëdor Tjutčev manifestò precocemente un talento fuori dal comune e intraprese la carriera diplomatica presso il Collegio degli Affari Esteri. Nel 1822, appena diciottenne, partì per il suo primo incarico presso la legazione russa di Monaco. Vi rimase fino al 1837, prima di trasferirsi a Torino. Respirò l’atmosfera inebriante del Romanticismo tedesco, strinse amicizia con Heinrich Heine, diventandone il primo traduttore russo. E animò salotti e circoli culturali discutendo di politica e filosofia. I viaggi ispirarono numerosi versi, molti dedicati alle donne amate. Poesie d’amore in russo indirizzate a donne che spesso quella lingua non potevano comprenderla. Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da lutti familiari che lo lasciarono affranto.

Nel 1849 scriveva: «I moti di febbraio, a rigor di logica, avrebbero dovuto scatenare una crociata di tutto l’Occidente rivoluzionato contro la Russia … Se questo non è avvenuto, è la prova che la Rivoluzione non è abbastanza forte […], la Rivoluzione è la malattia che divora l’Occidente, non l’anima che lo fa muovere. Da qui la possibilità della reazione – come quella inaugurata dalle giornate di giugno dello scorso anno». Numerose sono le considerazioni ancora oggi degne di attenzione. L’uomo, scrive Tjutčev, dipende soltanto da sé stesso. Ma la repressione militare basta davvero a garantire il destino di una società? Alcune osservazioni sembrano conservare una sorprendente vitalità. In Germania, ad esempio, la guerra civile costituisce il retroterra stesso della situazione politica. Anche il panslavismo viene formulato in termini netti. Nessuna nazionalità politica è possibile per gli slavi al di fuori della Russia.

La Rivoluzione francese del 1789 rappresenta, nella sua interpretazione, la dissoluzione dell’Occidente. Ha distrutto la sua autonomia e, di conseguenza, lo ha sottomesso a un potere straniero ed esterno. Napoleone Bonaparte avrebbe incarnato l’ultimo disperato tentativo dell’Occidente di costruirsi un potere autoctono: un tentativo destinato al fallimento. Per Tjutčev esistono soltanto due vere potenze: la Rivoluzione e la Russia. Tra le due non può esistere alcun compromesso né alcun trattato. La Russia è anzitutto l’Impero cristiano; il popolo russo è cristiano. La Russia, scrive Tjutčev, è un mondo che sta appena cominciando ad acquisire coscienza del proprio fondamento. Una formula che aiuta a comprendere non soltanto il pensiero del poeta-diplomatico, ma anche una parte importante dell’immaginario politico russo che continua ancora oggi a esercitare la propria influenza.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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