Un giorno, fuori posto, a Odessa

Le frontiere con l’Ucraina non sono chiuse: Odessa sembra a portata di mano. Con un passaporto ci si arriva tranquillamente, nonostante il pericolo reale di una guerra iniziata oltre due anni e mezzo fa con l’attacco della Russia. Partendo da Chişinău mi sono diretto con un bus – che passa regolarmente poiché non ha interrotto i servizi neanche durante i momenti più bui per il paese sul Mar Nero – verso la città portuale simbolo dell’Ucraina meridionale. Con oltre un milione di abitanti, la terza città per grandezza del paese e il principale porto ucraino, Odessa è famosa per essere dinamica, giovanile e ospitale. Qui gli attacchi russi non hanno risparmiato i cantieri navali, essenziali per commercio e approvvigionamento, tanto è vero la città è ancora oggi un bersaglio fisso della Russia. Ci vogliono approssimativamente quattro ore per arrivare a Odessa dalla capitale della Moldavia. I controlli sono accuratamente filtrati.

Con l’autobus si giunge al paesino di Palanca dove occorre armarsi di pazienza e superare i controlli doganali. Solo targhe moldave ed ucraine. Gli appassionati dei timbri sul passaporto qui ne collezioneranno un rettangolare su inchiostro nero. Varcata la frontiera, nei pressi di Mayaky, si rimane subito colpiti dalle tantissime bandiere blu e gialle. Che al tempo della mia visita erano in perfetta sintonia cromatica con il cielo nelle campagne. Il blu è il cielo, il giallo è il grano. Bandiere appese ai lampioni, alle case, ai negozi, alle biciclette. Sulla strada per Odessa ci sono dei posti di blocco con le tende dell’esercito. I militari in divisa e armati fanno passare automobili a loro discrezione. Sul ciglio della strada e in città ci sono filo spinato e cavalli di Frisia. Contesto bellico, certo, ma non tanto quanto ci si aspetterebbe – diverso è il caso del Donbass.

Dalla frontiera al centro ci vuole circa un’oretta. Stupisce l’aggressività al volante degli ucraini: anche i bus, che non spiccano per agilità sull’asfalto, superano le vetture di antica generazione e i trattori. Quei trattori che raccolgono il grano che è stato uno dei moventi dell’attacco russo. Il famoso granaio ucraino era stato anche ambitissimo dai nazisti quando invasero il paese nell’ambito dell’operazione Barbarossa del 1941. Il grano è anche un simbolo di resistenza nazionale e gli accordi recenti, aiutati dalle ambiguità della Turchia, hanno consentito di sfamare centinaia di migliaia di persone che dipendono dai lavorati di questo prodotto. Solo la guerra ha reso esplicito quanto l’Ucraina fosse essenziale per l’approvvigionamento occidentale e africano in materia. Odessa è famosa per il suo porto, dove i commerci sono oggi limitati. Non è un caso che parte del traffico su acqua è passato su strada – diversi i container Maersk alla frontiera.

Arrivo in città con circa un’ora di ritardo. Ma non c’è fretta, anche perché la prima sensazione qui è quella di essere un po’ fuori posto. La città ha conservato alcune chiese e edifici barocchi, ma l’atmosfera è ancora quella post-sovietica. Il centro cittadino non sembra impattato dalle bombe. Militari per la strada; alcuni, in congedo, tornano a casa. Come in ogni contesto di guerra, ben esposti le pubblicità dell’esercito. Che servono per dare forza e coraggio alla popolazione e per il reclutamento delle giovani leve. Negli ultimi mesi, l’Ucraina ha avuto grossi problemi in materia di uomini da mandare al fronte. Un numero limitato, finito, al contrario della Russia che invece manda a combattere carne da cannone composta grossomodo da soldati professionisti, certo, ma anche da carcerati, delinquenti, minoranze pescate nelle regioni più nascoste e remote del paese, approfittando per fare un’auto-pulizia etnica al suo interno.

Parlando – a fatica: pochi sanno l’inglese – con alcune persone si avverte una stanchezza concreta (altro che la “fatigue” da divano in Occidente) legata a questa aggressione inutile, vile e costosa. Ma esistenziale per gli ucraini. Un parere confermato anche dai volti – di nuovo: pochi, perché in giro c’è poca gente – per le vie di Odessa. Tutti sono di fretta. Non ci sono turisti. Alcuni commercianti sono scontrosi. Interpreto questo come il fatto che in un contesto di guerra un uomo che cammina qui per la strada non è “al suo posto”. E dovrebbe essere al fronte a combattere per la Patria! “Una volta per sempre!”, recita un manifesto con due soldati. “Il Signore darà la forza al popolo. Al suo popolo!”, si legge su un altro con la Madonna ortodossa. E ancora: “In difesa dello Stato! In difesa dell’indipendenza!”, con un soldato con in braccio una bambina.

I musei della città (della letteratura, dell’arte occidentale e orientale, dell’arte moderna) sono vuoti. Alle casse – biglietti a meno di un Euro – e in tutte le stanze, solo donne anziane a presidiare. E che accendono la luce solo quando il visitatore guarda l’esposizione. L’ordine è chiaro: tutte le istituzioni si adattano all’economia di guerra e risparmiano – come i lampioni spenti la notte – l’energia elettrica. Ma Odessa ha conservato la sua dignità. Sono molti i cartelli che impongono di non fare foto o video – specialmente dei luoghi bombardati che paiono crateri nella terra. Il porto è inaccessibile e bardato con filo spinato. Rimane comunque il simbolo della città, con la famosa scalinata de “La corazzata Potëmkin”. Da qui si può vedere la torre del porto pesantemente danneggiata. Blu e bianca, ha ancora sulle superfici le abrasioni scure degli incendi dei bombardamenti.

Odessa, città dai molti giardini e viali alberati. Nelle piazze vengono onorati i caduti con ancora molte bandiere. Il teatro neobarocco è ancora in piedi come simbolo della città che non si spezza e di una volontà di tutti gli ucraini di resistere. In piedi, ma vuoti, i palazzi in Art nouveau e gli hotel di lusso, con le loro finestre impolverate. Un lungo murales nero con due parole in giallo: FREE AZOV. In serata Odessa si popola; e sembra di stare in una normalissima città dell’Europa centro-orientale. Una sensazione inusuale: turismo e guerra. Inconciliabili. O forse sì, ma per poco. L’indomani riparto con uno dei bus per Chişinău. Dalla stazione dei treni non ci sono collegamenti verso la Moldavia. Ma volendo si potrebbe anche andare anche a Kyiv, distante circa sei ore di treno.

Si dice spesso che entrare nei luoghi di guerra sia più facile che uscirne. Per i bus in uscita il controllo dei militari è ancora più approfondito. Il mio trasporto viene fermato sulla strada prima della frontiera dai militari. Ne sale a bordo uno: scruta i passeggeri. Invita, solo a me, ad esibire i documenti. Poco dopo mi riconsegna il passaporto. Possiamo partire. Solo in quel momento mi accorgo che sul mio bus c’erano solo donne. Gli uomini non possono lasciare il paese dal febbraio 2022 perché inviati al fronte. Avevo destato probabili sospetti di diserzione. In questo senso ero un privilegiato, fuori posto e con un leggerissimo senso di colpa. Ma anche di speranza e ammirazione per milioni di ucraini che resistono nonostante tutto. Davide contro Golia. Con l’appoggio militare a goccia di un Occidente pavido, compensato dal coraggio quotidiano di persone ordinarie.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore magazine)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com

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