Totalitarismi a confronto: alcune analogie tra il NSDAP e il Partito Comunista Cinese

Il primo luglio scorso il Partito Comunista Cinese ha compiuto cento anni, ma formalmente il compleanno del deus ex machina del Dragone sarà il 23 luglio prossimo. Il 1921 fu un anno glorioso, per così dire, per il Comunismo su scala globale: in gennaio nacque il Partito Comunista d’Italia (poi PCI), in marzo quello portoghese (PCP), in maggio quello cecoslovacco (KSČ) e quello rumeno (PCR), in settembre quello belga (PCB), in novembre quello spagnolo (PCE). Il fascino per una spinta rivoluzionaria a seguito della Grande Guerra aveva intasato strade e parlamenti di tutto il mondo con movimenti d’ispirazione bolscevica che intendevano smantellare le vecchie classi dirigenti europee per stabilire lo Stato socialista.

Fu così anche in Cina, dove dopo la guerra civile il PCC si fuse con la nuova Repubblica Popolare Cinese. Tipico delle società totalitarie, dove Stato e Partito sono un tutt’uno. Era così anche nella Germania nazista, dove il Partito Nazionalsocialista (NSDAP) si fuse interamente con il Terzo Reich – che idealmente succedeva al Sacro Romano Impero (962-1806) e all’Impero Tedesco (1871-1918). Tenendo conto delle diversità storiche e di contesto, sono parecchie le analogie tra il Partito Tedesco dei Lavoratori e quello Comunista Cinese. Evidenziarle è utile non solo a intravedere i rischi della propaganda nella società totalitaria, ma anche a mostrare analogie nelle tecniche collettiviste dei due partiti nelle rispettive società ed epoche.

Entrambi sono basati su un’ideologia “inedita” – frutto di diverse tradizioni del Socialismo, ma mischiate con il capitalismo –, suprema e predominante, nazionale, basata sulla verticalizzazione della società, vista come una piramide top-down, che dal vertice scandisce azione e moto delle parti subordinate. Entrambi sono basati sull’uomo forte, al quale il popolo presta fedeltà. Che si tratti di Führer o Grande Timoniere, la guida è la bocca della verità, l’oracolo della nazione e dei suoi trionfi geopolitici all’estero; una figura popolare e carismatica, elogiata coralmente dal sistema mediatico.

Entrambi sono eredi più o meno diretti di una scarsissima cultura democratica nel paese in cui operano. Gran parte dei territori tedeschi non conosceva la democrazia – il dominio autocratico degli Hohenzollern, per esempio, si estendeva in tutti i gangli della società, così come la dinastia dei Ming nella Cina imperiale. Entrambi sono basati sul concetto di riscatto per giustificare la propria ascesa politica, costi quello che costi. Sia che si tratti di rinascere dopo il Trattato di Versailles imposto dai vincitori della Grande Guerra nel caso della Repubblica di Weimar; sia che si tratti di riscattarsi dal “secolo delle umiliazioni” e dei domini coloniali che hanno visto la loro massima presa sul territorio cinese con le guerre dell’oppio del XIX secolo.

Entrambi idealizzano un certo tipo di etnia che crede di avere il diritto-dovere di elevarsi sopra le altre con la forza. L’appartenere alla nazione è dunque definito in termini etnici: si è cittadini tedeschi in quanto di stirpe germanica. Qualsiasi altra etnia è sgraditala al grande partito. Si tratti degli slavi o degli ebrei nel caso della Germania nazista, piuttosto che delle minoranze turcofone uigure nel caso della Cina. Entrambi, non stupisce, intendono forgiare un uomo nuovo, più o meno ispirato al passato, ma che deve dispoticamente creare il futuro della “grande nazione” secondo dettami e crismi ideologici del partito: da una parte il dominio degli ariani sugli “inferiori”, dall’altra il prevalere del maschio Han nella società cinese.

Entrambi hanno una visione della Storia determinata da loro stessi. Il Terzo Reich si era definito come millenario – nel senso che sarebbe durato mille anni e avrebbe influenzato il corso della Storia europea e poi mondiale; oggi si parla di secolo cinese, come a sottolineare il ruolo del PCC a livello planetario nel determinare il corso degli eventi. Entrambi cavalcano l’onda della crescita economica che hanno contribuito a creare: sia l’economia nazista che quella comunista cinese sono in ascesa nei rispettivi momenti di gloria – la seconda metà degli anni Trenta il primo, gli ultimi trent’anni il secondo – ed è garantita dal sommo partito.

Entrambi sono pronti a schiacciare e reprimere con la forza qualsiasi movimento e/o ideologia che si frapponga tra essi e il consolidamento del loro potere nella società via via sempre più totalitaria. L’intolleranza è tipica dei due partiti, sia quello nazista che quello comunista “con caratteristiche cinesi”. Entrambi si servono dei campi di concentramento per rieducare, purgare e annichilire gli elementi sociali sgraditi. Carceri dell’ideologia, del lavaggio del cervello e della menzogna, i campi di concentramento nazisti e quelli cinesi rinchiudono – dietro le beffarde parole “Arbeit macht frei” o “scuole di formazione professionale” o “scuole di addestramento contro l’estremismo” – migliaia e migliaia di persone che hanno l’unica colpa di essere ritenuti “diversi” rispetto al prototipo genetico teorizzato dal partito.

Entrambi si adoperano per fortificare il mix di socialismo e capitalismo autoritario nella società – le due ideologie vengono pesantemente storpiate e distorte dai due partiti. Da una parte l’elogio forsennato dei lavoratori e degli obiettivi raggiunti sotto l’egida del grande partito-guida e del traghettatore, dall’altro, l’elemento nazionalista che galvanizza il popolo – “Deutsch über alles”. Entrambi giocano sul concetto di “paese a cavallo”. Al centro dell’Europa – il Terzo Reich – ed Impero di Mezzo – la Cina – le due nazioni si sono trovate in posizioni strategiche per corroborare confini e obiettivi territoriali.

Entrambi non fanno mistero di voler annettere territori che considerano loro: conquistare il “Lebensraum” – lo spazio vitale nell’Europa centro-orientale – per i nazisti e quella di riacquisire Taiwan – dopo aver inghiottito de facto Hong Kong – per i comunisti cinesi è alla base della missione storica dei due partiti. Entrambi si trovano a proprio agio nel ruolo di bulli nei confronti delle nazioni più deboli (la Cecoslovacchia o la Danimarca per la Germania nazista, l’Australia o lo Sri Lanka per la Cina comunista), con l’obiettivo di annetterle nel lungo periodo – le invasioni della Boemia e Moravia, Polonia, Danimarca, Norvegia e BeNeLux per i nazisti – o renderle colonie economiche – si vedano i contenziosi territoriali della Cina comunista con tutti i suoi vicini, molti dei quali stritolati dalla trappola del debito o sottoposti ad enormi dazi sull’import.

Le analogie tra la postura del NSDAP e del PCC sono parecchie, ma è corretto evidenziare anche le differenze che sussistono tra i due. Queste attengono all’avvenire dei due partiti. Se la Germania nazista fece gravi errori strategici nell’ingordigia territoriale che la portò a gestire nemici ad Ovest (gli Stati Uniti) e ad Est (l’Unione Sovietica) dal 1941, la Cina ha grossomodo solo Washington come rivale in grado di ostacolarne l’ascesa globale, in un mondo fratturato dal multipolarismo regionale. Una seconda differenza attiene al metodo di conquista: se la Germania nazista uscì progressivamente da tutte le organizzazioni internazionali (come la Lega delle Nazioni), la Cina invece fa di tutto per entrarci ed esercitare soft power su larga scala. I progetti di entrambi sono, non è mistero, partire da un’egemonia regionale per arrivare a quella globale.

Si noti infine, che quando la Germania nazista si diede all’espansionismo e alla risoluzione del cosiddetto problema ebraico lo faceva anche perché si sentiva impunita. Gli Stati Uniti erano disinteressati alle questioni europee, ma nel 1941, quando la minaccia nazista si profilava anche per il gigante oltre-atlantico e dopo Pearl Harbour, le sorti del mondo cambiarono in virtù dell’intervento americano nel secondo conflitto mondiale. Lo stesso discorso vale oggi con la Cina: dopo l’inglobamento di Hong Kong, le minacce a Taiwan, la fine della cannibalizzazione di molti stati africani, il genocidio nello Xinjiang continua perché il PCC sa bene che gli Stati Uniti non interverranno a meno che questi non vedano sotto attacco i propri interessi vitali.

Se con l’amministrazione statunitense precedente la Cina poteva stare tranquilla in termini di violazioni dei diritti umani – tra violenze, torture e sterilizzazioni nei confronti degli uiguri – l’attuale governo a Washington deve capire se ha interesse ad ingaggiare uno scontro sostanziale con la Repubblica Popolare per proteggere la minoranza uigura o di difendere l’ex Formosa. Che siano i democratici o i repubblicani al governo, quello che è certo che come nel caso della Germania nazista, anche la Cina nazional-comunista continuerà nel tentativo di consolidare l’egemonia regionale e conquistare quella globale.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Rispondi