Operazione Barbarossa: gli ottant’anni dall’invasione nazista della Russia

Il 22 giugno 1941 la Germania nazista lanciava contro l’Unione Sovietica la più grande invasione militare terrestre della Storia: l’Operazione Barbarossa. Retrospettivamente, l’inizio della fine del Terzo Reich. Oltre tre milioni di tedeschi, assieme agli alleati croati, finlandesi, ungheresi, rumeni, slovacchi e italiani vennero mandati ad aprire il fronte orientale, prima sigillato dal patto Molotov-von Ribbentrop tra Germania e URSS dell’agosto 1939 che prevedeva la non-aggressione tra le due potenze. Adolf Hitler vedeva l’invasione di Russia come lo sforzo necessario per consolidare il proprio dominio sull’Europa continentale; una grande crociata contro il Comunismo, che avrebbe dovuto saziare la fame territoriale proceduta dall’annessione dell’Austria e del territorio dei Sudeti, l’occupazione di Boemia e Moravia, l’attacco alla Polonia. La ricerca dello spazio vitale – il Lebensraum – era giustificata da parte della Germania nazista in ottica antibolscevica; era il piano di Hitler per creare un impero di schiavi fino agli Urali.

Prevista inizialmente per il 15 maggio 1941, fu l’apertura del fronte greco voluta dall’Italia fascista che obbligò Hitler a ritardare l’invasione dell’URSS. Uno slittamento fatale per il Terzo Reich: in Russia l’estate dura poco e l’inverno dura tanto. E non perdona. Fu questo a mettere in grossa difficoltà di invasori. Napoleone Bonaparte aveva tentato l’invasione russa oltre un secolo prima e fu costretto alla ritirata dal Generale Inverno. D’altra parte, lo sforzo di preparazione dell’invasione nazista fu notevole: la macchina industriale tedesca continuava a produrre nuove armi, carri armati, bombe. Nel 1941 l’industria bellica del Reich produceva circa duecento tank al mese: tra i mezzi dispiegati contro i sovietici c’erano anche cavalli, in soccorso dell’artiglieria e resistenti al freddo, a differenza delle mitragliatrici che potevano irrigidirsi nel gelo. Secondo i generali tedeschi, ogni mezzo doveva essere dispiegato contro il nemico sovietico.

Il 24 giugno 1941, le truppe dell’Asse entrano a Brest-Litovsk, oggi Brėst – l’omonimo trattato del marzo 1918 sanciva l’uscita della neonata Russia bolscevica dalla Prima Guerra Mondiale, nonché l’inizio dell’indipendenza dei paesi baltici, della Polonia, della Bielorussia. E anche della Finlandia che, il 25 giugno di ventitré anni dopo si unì all’Asse nella lunga marcia contro l’URSS. Prima di luglio i nazisti conquistarono Minsk, Leopoli e Riga. Con l’operazione Barbarossa – dal famoso re germanico – Hitler sottostimò la resistenza sovietica che in un primo momento fu scossa dal tradimento del patto di non-aggressione dell’agosto del 1939. Tuttavia, in un primo tempo l’operazione fu un successo per il Reich: in sole due settimane, i panzer dei tedeschi arrivarono sul Dnepr; seicentomila prigionieri vennero catturati. L’8 settembre 1941 la Wehrmacht iniziò l’attacco a Leningrado; undici giorni dopo entrò a Kiev e ad inizio ottobre lanciò l’offensiva su Mosca – l’Operazione Tifone. Fu poi il turno della Crimea e del Caucaso.

Le potenze dell’Asse sembravano inarrestabili. La Blitzkrieg sognata da Hitler si rivelò micidiale per i sovietici, ma nel lungo termine rivelò limiti strutturali. Per quanto l’URSS potesse apparire disorientata e disorganizzata, la guerra lampo non era praticabile in un paese di milioni i chilometri quadrati. I generali nazisti erano tranquilli: passata l’estate, a fine settembre l’invasione sarebbe stata completata e i russi sarebbero stati spinti oltre gli Urali. In poco più di una ventina di giorni, l’Asse era già avanzato nell’entroterra russo di cinquecento chilometri a Nord, seicento al centro e trecentocinquanta a Sud. Stalin aveva ignorato l’intelligence che gli aveva riferito che i tedeschi erano pronti ad attaccare nel giugno 1941: non credeva che Hitler potesse simultaneamente gestire la resistenza della Gran Bretagna ad Ovest e lanciare l’invasione in Russia. D’altra parte, Stalin fece poco per prevenire l’attacco tedesco, ma rimase impressionato dalla velocità con cui la Germania inghiottì Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio e Francia.

Il dittatore georgiano speculò sul fatto che Hitler non avrebbe attaccato l’URSS fino a che il Führer non avesse consolidato le conquiste in Europa occidentale. L’impreparazione militare dell’Unione Sovietica fu evidente all’inizio dell’Operazione Barbarossa: milioni i russi costretti alla ritirata nell’entroterra; fu un massacro, tra colpi di mitra e gelo. Il tradimento di Hitler obbligò Stalin a guardare alle democrazie occidentali: lo shock dell’Operazione Barbarossa pose le basi per l’alleanza con Londra e Washington – lo stesso Primo Ministro britannico Winston Churchill mise da parte il suo viscerale Anticomunismo per «allearsi con il diavolo», come disse, per battere i nazisti. La campagna di Russia 2.0 doveva essere decisiva per garantire la vittoria al Terzo Reich. Invece, in quattro anni persero la vita milioni di militari e civili. L’Operazione doveva rappresentare la grande vittoria ideologica e militare dell’Asse; tuttavia si rivelò fatale per quest’ultimo, in quanto al posto di fortificare l’egemonia nazista, la estese oltre i limiti geografici razionali e la indebolì. Al contempo, la resistenza sovietica si corroborò e reagì, fino alla resa della sesta armata tedesca nel 1943 dopo Stalingrado e la simultanea breccia degli Alleati in Sicilia.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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