Ferruccio De Bortoli sbatte in faccia la verità agli italiani con “Le cose che non ci diciamo”

Si fa presto a dire che è sempre tutta colpa dei politici, dello Stato, delle corporazioni; in sostanza, degli altri. In Le cose che non ci diciamo (fino in fondo) (Garzanti, 2020) Ferruccio de Bortoli suggerisce come la responsabilità individuale e la sincerità debbano ritornare urgentemente nel dibattito pubblico italiano. L’autore non fa sconti a nessuno: analizza criticamente quanto molti concittadini non vogliono sentirsi dire. Alla seconda riga del volume, spiega che tutti viviamo al di sopra dei nostri mezzi; si vive di rendita, su patrimoni accumulati in passato grazie a generazioni precedenti. Vista la spesa facile dello Stato oggi, «figli e nipoti non ci ringrazieranno». La cura migliore per il sistema Italia sarebbe quella di «avere il coraggio di guardarci con più sincerità allo specchio», stabilire accountability, «la responsabilità dell’uso delle risorse soprattutto pubbliche […], il dovere morale di essere scrupolosi onesti nel rendiconto.»

De Bortoli allude alla necessaria sincerità come motore per la ripartenza dell’Italia. Un discorso responsabile di verità aiuterebbe. Per essere eletti, negli anni molti politici hanno promesso ed elargito risorse con superficialità e leggerezza: e progressivamente, ci «si è convinti che lo Stato è sempre l’imprenditore di ultima istanza». Non è un caso che in Italia l’impresa privata sia «frequentemente sospettata di alimentare un profilo contrario al bene comune.» De Bortoli spiega che il Belpaese è «percorso storicamente da una vena contraria alle imprese e all’industria, ingrossato dai populismi di destra e di sinistra.» La sfiducia nei confronti dell’impresa va di pari passo con uno Stato inefficiente ed irrispettoso di contratti e scadenze.

Secondo de Bortoli, alla popolazione italiana bisognerebbe dire «che i sussidi bonus non possono essere la regola, che prima o poi finiscono». La connivenza tra i percettori e gli elargitori di prebende si concilia con l’enorme tasso di evasione fiscale nello Stivale: nel 2019 il 43.8% dei contribuenti ha denunciato da zero fino ai quindicimila Euro all’anno … Percentuale non credibile. De Bortoli spiega inoltre che in Italia la concorrenza non piace e si fa di tutto per limitarla o scansarla, ma «senza concorrenza le diseguaglianze crescono». La soluzione sarebbe quella di trovare altre risorse per sprigionare nuove energie, che al momento non vedono l’Italia protagonista europea o globale. «Nulla sembra muoversi senza un aiuto, uno sconto. Non c’è più una proposta di politica economica o sociale che non sia corredata da un bonus.» Forse questo è un retaggio storico per cui la corruzione in Italia era ed è un sistema esteso a tutti i livelli sociali.

Certo, «alcuni incentivi sono assolutamente necessari […] per sostenere un mercato, crearne uno nuovo, incoraggiare lo sviluppo dell’energia pulita […]. O per soccorrere […] le famiglie e le imprese più colpite dalla crisi economica». De Bortoli non è ideologico nell’evidenziare i problemi strutturali dell’Italia e l’irresponsabilità dell’allegrezza nello spendere a più non posso senza curarsi del futuro delle prossime generazioni. Con coraggio, l’autore si scaglia contro le politiche tese a racimolare qualche briciola di consenso politico e popolare al fine di soddisfare i cosiddetti appetiti di gruppo. Nell’assenza di rigore delle finanze pubbliche si inseriscono anche Quota 100 e Reddito di Cittadinanza, in controtendenza rispetto agli studi dell’OCSE che prevedono che entro il 2050 l’Italia avrà più pensionati che lavoratori.

Dirsi le cose come stanno vuole anche dire riconoscere che il problema sono i giovani che emigrano, non i disperati che arrivano “sui barconi” e che nel lungo termine in Italia non vogliono neppure starci. E, d’altronde chi mai vorrebbe stare in un paese dove si è costretti a pagare interessi più elevati di quelli di altri paesi per finanziarsi sui mercati? Le sparate populiste – ora a destra, ora a sinistra – hanno avuto e hanno un costo: fanno incrementare il deficit e il debito pubblico, ma molti leader politici sembrano impermeabili al rischio di default del paese che precipita in termini credibilità e prestigio internazionale. E sul mercato credibilità vuole anche essere ritenuti affidabili al momento dell’elargizione di prestiti da parte degli investitori. A tal proposito, de Bortoli è netto: senza i soldi provenienti dall’UE durante la pandemia di Covid-19 l’Italia non ce l’avrebbe mai fatta a stare a galla. Tuttavia, occorrerebbe ricordare che le risorse UE «a disposizione dei paesi più colpiti dal virus sono prese in prestito dai nostri figli dei nostri nipoti. Non ci appartengono.»

Quanto alla politica internazionale, de Bortoli riporta che secondo il Global Attitude Survey, gli italiani sono in testa in Occidente per la maggiore ammirazione nei confronti di Vladimir Putin e Xi Jinping. In Italia le reti sociali pullulano di odio antitedesco; e sì che è Berlino che nella crisi di Covid-19 ha fornito più respiratori all’Italia – non la Russia. Il futuro dell’Italia è necessariamente in Europa: sta anche all’UE fissare regole per il maggiore sviluppo dell’iniziativa privata, auspica l’autore. Adottare leggi di questo tipo potrebbe essere vantaggioso per l’Italia, che nel complesso non perde occasione per rigettare la necessità della concorrenza. E «là dove la concorrenza manca […] il valore aggiunto non aumenta, l’attività economica è come se si ripiega su se stessa, privata dello stimolo a investire e a espandersi.»

L’assenza della concorrenza è altresì la vittoria delle potenti lobby: queste si creano delle costituency che hanno un impressionante potere di ricatto e pressione su molte materie che attengono all’interesse generale della popolazione. De Bortoli spiega inoltre che lo Stato non deve fare tutto: «l’intervento dello Stato e l’erogazione di sussidi sono necessari, ma non possono che avere una durata limitata. Si tornerà a crescere, sostenendo il peso del debito pubblico, solo se si rilanciano investimenti, competenze, merito, ricerca, concorrenza. In sintesi estrema: se si avrà cura del capitale umano.» De Bortoli riflette anche sulle alle generazioni future; in Italia, il tasso di occupazione giovanile nella fascia 25-29 anni è il più basso d’Europa (56.3%), mentre la media europea è al 76% nello stesso segmento.

Nei prossimi anni «ci troveremo di fronte a una sfida educativa nuova che metterà a dura prova le istituzioni». Nel paese dei dipendenti pubblici illicenziabili, de Bortoli spiega al lettore che questi «non hanno subito alcun danno per colpa del virus. Non sono andati in cassa integrazione. I dipendenti di aziende private […] si sono visti pagati solo l’80% della loro retribuzione», spesso con ritardi nell’erogazione. Eppure, si ha l’impressione che a lamentarsi di più della crisi pandemica in Italia siano proprio dipendenti pubblici. Il libro di de Bortoli è un invito a cessare i piagnistei e ad affrontare i problemi strutturali dell’Italia a partire dalla responsabilità civile individuale. «Siamo in maggioranza figli dell’Italia del benessere. Sono ormai rimasti in pochi ad avere il ricordo personale dei lutti delle guerre e delle sofferenze della fame.»

Va da sé, che una cittadinanza responsabile si riscatterebbe rispetto alla situazione attuale e adotterebbe la responsabilità individuale come propulsore per la ripartenza del Belpaese. «Nessun capo famiglia si sentirebbe posto con la propria coscienza dopo aver ipotecato il futuro dei propri figli con debiti eccessivi […]. Non si può coltivare l’illusione di rimanere una potenza economica disprezzando le regole del mercato, diffidando […] dell’impresa, sospettando che il profitto sia […] ingiusto […]. La concorrenza premia il merito, lo studio […]. È il miglior antidoto per la cura delle diseguaglianze. Ingannevole lasciar credere alla gente che i posti di lavoro si salvano tutti con l’intervento dello Stato […], una società che cresce è fatta di imprese che nascono e altre che purtroppo muoiono […]. L’innovazione è figlia della ricerca, dello studio, della qualità del capitale umano. Ma anche della fame, dalla voglia di riscattarsi come comunità nazionale.»

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su La Voce di New York)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

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