Montanelli-Fallaci: confronti e storia di un libro mai nato

Erano gli anni Settanta: gli anni di piombo; di libri sul terrorismo ne uscivano di continuo in Italia. Indagini, interviste, ricostruzioni più o meno fedeli ce ne furono di ogni tipo. All’epoca il mestiere di giornalista non era basato sul copia-incolla dalle agenzie e i cronisti – letteralmente – si sporcavano le mani tra notizie, piombo e sangue dei colleghi caduti sotto i proiettili dell’estremismo politico. Era l’era dei grandi maestri, ma pure l’epoca in cui i giornali avevano i quattrini e pagavano qualche Lira ai giovani ragazzi desiderosi di fare esperienza sul campo, nonché i lunghi soggiorni ai corrispondenti negli anfratti più remoti del pianeta. A loro volta, inviati e corrispondenti capivano la realtà del posto proprio per il fatto di esserci. Questa è stata una delle maggiori fortune di Oriana Fallaci negli anni Settanta, così come di Indro Montanelli quarant’anni prima. Entrambi avevano seguito da vicino i maggiori conflitti internazionali della loro gioventù professionale.

Ritenuti star del giornalismo italiano, due tra i giornalisti più conosciuti, apprezzati e tradotti all’estero, entrambi svilupparono curiosità l’uno nei confronti dell’altro. Negli anni Settanta, Montanelli e Fallaci erano agli antipodi dal punto di vista politico, ma l’idea di scrivere assieme un libro per Rizzoli pareva essere un probabile successo editoriale. Presto, tuttavia, i due scoprirono di essere incompatibili nel processo di stesura: il progetto di una pubblicazione congiunta – che doveva assumere le sembianze non di un saggio, bensì di un romanzo sul terrorismo – non vide mai la luce. Fondamentalmente, entrambi erano due lupi solitari. «Grandi solisti del giornalismo italiano», ha scritto Paolo Di Paolo, «avevano in comune anche una scorza ruvida e un talento fuori misura», il che non precludeva loro la possibilità di lavorare assieme per dar luce ad un’avventura editoriale, anche se il “primadonnismo” di entrambi impedì una collaborazione fruttuosa.

I libri della “Storia d’Italia”, Montanelli li commissionava a Mario Cervi; poi li revisionava; li rileggeva e cambiava qualcosa qua e là, ma il grosso lo faceva il fido amico cremasco, con il quale c’era notevole compatibilità di scrittura. D’altra parte, Fallaci era una battitrice libera: di libri, a quattro mani, non ne scrisse. Premi e riconoscimenti che conquistava in campo giornalistico non li condivideva con nessuno. Un libro a quattro mani non sarebbe mai nato, dal momento che il primo banalissimo problema sarebbe stato l’ordine dei nomi sulla copertina: prima il più vecchio o la più giovane? Prima la donna o l’uomo? Nonostante di differenze, i due giornalisti presentavano anche caratteristiche comuni: a partire dalla regione d’origine, che tra l’altro ha dato i natali a molte delle più brillanti penne del giornalismo italiano come Curzio Malaparte e Tiziano Terzani. Sia Fallaci che Montanelli erano toscani; lei di Firenze, lui di Fucecchio.

Lei fumava tantissimo (come i maschiacci sudati che alla macchina da scrivere alteravano la paglia al caffè); lui meno (in redazione al Giornale si tagliuzzava la sigaretta con forbicioni sul tavolo del caporedattore). Lei era antifascista da quando aveva le treccine durante la Repubblica Sociale; lui era un liberalconservatore e al Fascismo aveva inizialmente aderito (per poi essere condannato a morte dal regime mussoliniano). Lei considerava la Resistenza la sua “prima vita”, che l’aveva forgiata anche a livello intellettuale; lui invece fu molto polemico nei confronti di un certo opportunismo legato alla Resistenza (l’8 settembre 1943 lo esaminò criticamente nei suoi scritti). Lei stava più a Roma (in capitale portò anche il suo Alekos Panagulis); lui a Milano (e a Roma da Colette Rosselli più raramente). Lei girava il mondo (una volta, per L’Europeo si fece Turchia, Pakistan, India, Indonesia, Malesia, Giappone, Hawaii in un sol boccone); lui l’aveva già girato e apprezzava la “sua” Milano (era passato molto tempo da quando era un giovane inviato).

Lei dapprima simpatizzava per i palestinesi e attaccava Israele (nonostante la celebre intervista a Golda Meir) per poi invertire rotta negli anni Novanta; lui favoriva lo Stato ebraico (complice anche l’amicizia con Vittorio Dan Segre, aveva una profonda stima nei confronti degli israeliani e degli ebrei). Lei era femminista (negli anni Sessanta, quando da Hollywood faceva interviste ai grandi dello spettacolo); lui le femministe non le poteva vedere (molte gli rinfacciavano la nota questione eritrea degli anni Trenta). Lei ha raccontato e vissuto i conflitti internazionali del suo tempo (Vietnam e Libano, tra gli altri), lui i suoi, in gioventù (Abissinia, Spagna, Finlandia, Ungheria). Lei non è mai stata tentata da creare un “suo” giornale (i giornali li girava spesso e all’interno degli stessi era amata e odiata); lui di giornali ne creò due (uno a sessantacinque anni, il Giornale, l’altro a ottantacinque, la Voce). Lei, nella sua senilità, si dedicò più di tutto alla politica estera (11 settembre su tutti, quando venne accusata di essere “fascista” e “islamofoba”); lui a quella interna (il crepuscolo montanelliano iniziò nel 1989 e durò per tutto l’inizio del periodo berlusconiano, fino al decesso).

Scrivere un libro a quattro mani prevede la necessità di diversi compromessi tra gli autori, ma nessuno dei due era incline in tal senso. Indro Montanelli e Oriana Fallaci erano polemici, anticonformisti e anticomunisti: non è poco in un’Italia partigiana, oggi come quella degli anni Settanta, in cui si fa fatica a condividere il passato, si vive passivamente il presente e non si guarda al futuro. Occorre dire che Fallaci si “montanellizzò” verso la fine della sua vita, quando divenne antifemminista; sulla lapide volle il sostantivo “scrittore”, al maschile: l’ultima provocazione controcorrente. Lui è considerato il Papa dei giornalisti; ma lei non si sarebbe considerata la “papessa”. Avrebbero litigato anche su chi avrebbe dovuto sedere al vertice del ministero petrino del giornalismo italiano. Di quest’ultimo, entrambi hanno fatto la Storia. I loro lettori sono loro grati.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su Il Caffè)

Pubblicato da Amedeo Gasparini

Amedeo Gasparini, class 1997, freelance journalist, managing “Blackstar”, amedeogasparini.com. MA in “International Relations” (Univerzita Karlova, Prague – Czech Republic); BSc in “Science of Communication” (Università della Svizzera Italiana, Lugano – Switzerland)

Una opinione su "Montanelli-Fallaci: confronti e storia di un libro mai nato"

  1. Indro e Oriana non sono stati solo due grandi giornalisti. Sono stati due combattenti. Due eroi. Purtroppo, al giorno d’oggi non c’è più nessuno come loro. Giornalisti, scrittori, intellettuali… le loro urlate di oggi scompaiono sotto l’ombra di questi due giganti. Nella speranza di un nuovo Risorgimento del giornalismo italiano, Indro Montanelli e Oriana Fallaci sono sicuramente i migliori Maestri per chi vuole intraprendere questa incredibile e meravigliosa professione.

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